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I Villani: il Sapere nelle mani raccontato da Don Pasta

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di Chiara Babuin

Continua ad essere proiettata, meritatamente e in varie città, la prima opera filmica di Don Pasta: I Villani, dopo il passaggio a Venezia 75.

Ma troppo è il rispetto per il tema trattato, per firmare la pellicola con il nome d’arte, da personaggio. Don Pasta fa dunque cadere la maschera – pur sempre onesta e umanamente godibile – di cuoco-dj e si presenta “solo” come persona: Daniele de Michele. Perchè è di persone che questo film parla.

I Villani, etimologicamente, sono gli abitanti della villa, ovvero di un appezzamento terriero, al di fuori del castello e del borgo, cioè in aperta campagna. I villani sono dunque i contadini, coloro che quella “villa” la lavorano.

Al giorno d’oggi, il termine viene per lo più utilizzato in accezione negativa, per designare un individuo rozzo, una persona che non rispetta le regole sociali cittadine.

Ma la grazia delle prime inquadrature del film di de Michele non fanno presentire nulla di incivile, anzi: la bruma mattutina sulle alture di Alcamo;  i riflessi dorati sul Mar Ionio di un sole appena nato sul porto di Taranto; le fievoli nuvole che galoppano sulle colline campane ancora adombrate di Baselice; la tranquillità del cielo blu del Pasubio, che sovrasta la verde e fresca vegetazione; queste immagini, dicevamo, non evocano alcuna rozzezza, bensì una certa meravigliosa armonia.

Chi sono, dunque, I Villani di cui si parla nella pellicola?

Salvatore Fundarò (Alcamo), i fratelli Galasso (Taranto), Modesto (Baselice) e Luigina Speri (Trambileno) sono innanzitutto persone fuori dal sistema capitalistico-industriale e dentro a quello millenario della Natura: “l’agricoltura non è una fabbrica”, dice la calda voce fuori campo. Sono coltivatori nel reale senso etimologico (da còlere), non solo nel significato materiale di “portare avanti”, ma soprattutto nell’accezione etica del termine, ovvero di “attendere con cura”, “con rispetto”, “abitare”. “Còlere” è usato anche poeticamente col significato di “venerare”. Coltivare, dunque, cosa? Non solo la terra, ma il sapere legato alla terra, alla metamorfosi della natura: “se io puntavo, come ho fatto per molti anni, che volevo produrre per i soldi… mi sono reso conto, che non mi sono fatto i soldi e mi sono perso tutto il sapere”, dice Modesto, aggiungendo: “prima sapevano, quando raccogliere il fieno, adesso ti metti sul trattore, chiuso nella cabina e non senti se l’aria è umida, se l’aria è secca. Vai a fare sto caspita di fieno e va a male”. Il fatto di non sentire, di non comunicare più con la natura, con la materia che questi contadini lavorano, ha spinto Luigina Speri a trasferirsi dalla città alle montagne del Pasubio: “Adesso i contadini non osservano più, hanno i tecnici […] Devi imparare a osservare e guardi il cambio delle stagioni. Io perché sono venuta a vivere qua? Perché finalmente vedo le stagioni”.

È una visione piena, ancestrale, sinestetica e quindi poetica della vita. In tal senso, non è peregrino citare la somma frase di Holderlin “poeticamente abita l’uomo su questa terra” e la dimostrazione più limpida e cristallina di ciò non la si trova tanto nelle loro sagge parole villane, quanto nelle loro mani. Mani capaci di gesti risoluti, decisi, ma pieni di cura, di rispetto, d’amore per ciò che la natura, attraverso il loro lavoro, gli sta donando: sia nel pulire il manto di una pecora, che nel fare la pasta fatta in casa, che nel recidere della verdura. Soprattutto, sono mani che ancora si stupiscono, come quelle che Salvatore affonda nella sua farina di grani antichi siciliani appena macinata a pietra in un vecchio mulino ad acqua, scoprendone la freschezza e un profumo inebriante. Lo stupore dell’innocenza.
Sono le mani del sapere bambino.

Si fatica a coltivare la terra, ad occuparsi del bestiame, a salpare all’alba per pescare o per coltivare cozze per mesi, ma è un modo sano e onesto di vivere: senza inquinare, senza avvelenare, senza rovinare, né distruggere. In armonia.
Non sembra essere dello stesso avviso il resto del mondo e, giocando in casa, pare che ciò non interessi neppure all’attuale governo. A metà novembre, è infatti diventato legge l’articolo 41 – incapsulato senza senso nel Decreto Genova -, che permette di usare fanghi industriali (quindi chimici, nonché altamente tossici) in agricoltura. In una società in cui le patologie legate al cibo sono in costante aumento, è veramente una vergogna inaudita. Considerando che il film è stato girato nel 2017, suona sibillina la voce fuoricampo del saggio Lino Maga, vignaiolo dell’Oltrepo’ pavese, che sentenzia: “La terra dimenticata dai politici… ma se ne accorgeranno…” e ancora: “La qualità non la si fa con le leggi”, ma con quelle sapienti ed amorevoli mani di cui prima.

Ciò detto, preme sottolineare come I Villani sia quindi un film urgente, un’opera con una finalità oltremodo etica, nonché politica, che fa dei suoi protagonisti dei veri e propri sovvertitori pacifici di un sistema malato e di un modo di vivere e di pensare sbagliato; scollegato arrogantemente e ignorantemente da ciò che ci permette di esistere.

Conseguentemente a questo, in modo sapiente, la pellicola tocca il tema del lascito alle nuove generazioni. “Il vero traguardo è riuscire a lasciare qualche cosa, a trasmettere qualche cosa. E poterci vivere in questi posti, che quella è la cosa più bella. Senza sfruttare, compromettere tutto. Se io sfrutto troppo questa caspita di terra, ma io a mia figlia, cosa lascio?”, chiede Modesto. I fratelli Galasso, detentori del sapere della coltivazione a mare di cozze, e con una prole tutta al femminile, sono serenamente rassegnati: “Sono orgoglioso di aver fatto studiare le mie figlie. Assai orgoglioso”, dice Michele, “Chiaro che non si prolunga la tradizione delle cozze, della pesca. È una cosa brutta perchè andrà a finire, andrà a morire”. Luigina non tradisce una certa emozione, quando ammette il suo desiderio che tutto ciò che ha faticosamente costruito non venga abbandonato dal figlio. Riconoscendo però il sentimento come quasi insensato, poiché guidato dall’egoismo. Perché l’amore per qualcosa – come quello per qualcuno – non si può imporre, ma solo esprimere, sperando in un contagio.

Un’infezione che ha proliferato nel già malato Daniele de Michele, che si è avvicinato a questo, per lui, nuovo media espressivo (il Cinema), nella maniera più onesta e proficua possibile: portare sé stesso, il suo sguardo, il suo amore per la cucina, la sua passione, la sua innata e meravigliosa qualità di saper parlare con le persone, togliendosi da riflettori e da obiettivi. Un Mercurio con il cappello da chef, goloso di racconti e tradizioni. È per questo che I Villani gode della grazia e della freschezza dell’opera prima, capitanato da un regista senza manie di protagonismo, che si è affidato a una squadra di professionisti per portare a termine l’impresa.

Unica pecca, abbastanza trascurabile, di una pellicola praticamente perfetta sono alcune tracce della colonna sonora: la campionatura di suoni sintetici mal si lega alle immagini di paesaggi naturali e alla vita agreste. Invece,  le melodie materiche sprigionate dalla chitarra di quel giullare atemporale che è il villano Salvatore Fundarò, sembrano iniziare lo spettatore a un processo di osmosi con ciò che sta vedendo.

Daniele de Michele, in una presentazione del film a Roma, ha dichiarato che, girando l’Italia, ha scovato decine e decine di splendidi villani, ma che per esigenze produttive e di fruizione dell’opera stessa, gli è stato imposto di sceglierne solo quattro. Se vivessimo in un Paese giusto, tutto il prezioso materiale girato dalla troupe dovrebbe essere offerto al pubblico dai canali d’Arte e/o dalla televisione di Stato, ma le cose sembrano andare in altro modo, come lo stesso film fa intuire. La speranza è comunque l’ultima a morire.

Doveroso concludere con l’ennesima citazione dell’illuminato – e illuminante voce fuori campo – Lino Maga: “La tradizione è storia, senza storia non c’è commento”.

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