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Vinpeel degli orizzonti: alla ricerca di un altrove

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Photo by Aaron Burden on Unsplash

di Federica De Paolis

Peppe Millanta è lo pseudonimo di un’artista. Quale che sia il suo vero nome, questo giovane scrittore è anche un Musicista di Strada, teatrante, diplomato in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico. Ha esordito nel mondo letterario, qualche mese fa, con il romanzo Vinpeel degli orizzonti, edito dai tipi della Neo; la casa editrice abruzzese, per la prima volta, ha “tradito” la sua coerente linea editoriale per aprirsi al nuovo. La definizione di genere è favola per adulti, la più suadente è: fiabesca, incantevole, meravigliosa. La sfida ha avuto un discreto successo, il libro si è aggiudicato una signora lista di riconoscimenti: Vincitore Premio “John Fante – Opera Prima”; Vincitore Premio “Alda Merini”; Vincitore Premio “Augusta”; Premio “Quercia in favola; Premio “La Pania”; Premio “Bovio”; Premio “Borgo Albori”.

Millanta ha scritto un libro assolutamente unico, costruendo un universo a sé, dove il pensiero dominante – e controtendenza – è che esiste sempre una seconda possibilità. Poche anime, abitano il paese di Dinterbild, circondato dal nulla e da cui è impossibile fuggire. Personaggi che si ritrovano nella locanda, giocano al lancio dei nani e seguono logiche astruse. Vinpeel, l’ipnotico e poetico protagonista, scorge un altrove che vorrebbe raggiungere, accompagnato dal suo amico immaginario Doan, con cui discetta, chiacchiera e sogna. Altro protagonista del romanzo è il mare, luogo simbolico su cui Millanta costruisce eventi elegiaci: Vinpeel riesce a comunicare con il padre affidando i suoi messaggi alle conchiglie, che l’uomo ascolta per poi consegnare le sue storie a delle bottiglie che lascia scivolare in acqua. Il mare che Vinpeel e Doan cercano di svuotare per riuscire a fuggire. Ci sono parole cancellate dal dizionario poiché superflue e la ricerca spasmodica di attimi perduti, e infine l’arrivo di Mune, una bambina che non parla, piovuta dal cielo. Millanta organizza un mondo nuovo e sconvolge anche la pagina dello scrittore (diminuisce i caratteri, salta un capoverso, riprende tre righe dopo) il ché, per il lettore non corrisponde a un disordine (né a un’azione “dadaista”) piuttosto all’incontro con il nuovo universo, affiancando il cammino di un ragazzo che cerca di scoprire il mondo, soprattutto attraverso la fantasia. Incantevoli i dialoghi. E certe suggestive morali.

Ogni giorno del mondo aveva il suo mare, e ogni giorno del mare la sua conchiglia, e ogni conchiglia, dentro, aveva la sua storia. A patto di saperla ascoltare.

Da dove arriva questa storia?

Ammetto che è una domanda abbastanza difficile cui rispondere. Col senno di poi sicuramente da qualcosa che mi portavo dietro. All’interno del libro ci sono molte tematiche che mi hanno formato, sia emotivamente che caratterialmente. Credo si sia trattato di un modo per trasformare qualcosa di doloroso in qualcosa di dolce. Ci sono molte delle cose che mi piacciono, e molte delle cose che mi fanno più paura, tutte miscelate insieme. Sicuramente quindi questa storia viene dal mio vissuto, anche se viene raccontata e deformata attraverso la lente della fantasia. Si tratta infatti di una “favola per adulti”, come è stata definita, che parla della ricerca della felicità e dei rapporti umani.

Nel romanzo è abbastanza centrale il personaggio dell’amico immaginario. Me ne parli?

La storia è ambientata a Dinterbild, un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, abitato da una ottantina di anime. C’è soltanto una strada che porta a Dinterbild, ma nessuno ormai ricorda più dov’è che porti. Tutti sono convinti che al di fuori di Dinterbild non ci sia nient’altro, tranne Vinpeel, il protagonista, e questo Doan, che sono gli unici ragazzini di questa comunità. Non so se Doan sia un amico immaginario, o un alter ego. E’ sicuramente l’unico confronto che ha Vinpeel, l’unica persona con cui poter parlare, e con cui poter fantasticare. E’ un ragazzino che ha perso un attimo. E’ convinto che le persone abbiano tutti gli attimi messi in fila, uno dietro l’altro, e poi all’improvviso ne ha perso uno. E da allora la sua vita si è fermata. Per questo motivo cerca questo attimo in maniera spasmodica, perché è convinto che la sua vita non potrà più andare avanti senza quell’attimo. Doan è forse il simbolo di un po’ tutta la narrazione. In lui si concentra soprattutto il tono di questa storia.

Hai avuto dei riferimenti letterari per questa storia? Si è parlato di Kusturika, Màrquez, Calvino, Baricco… Chi ti ha profondamente suggestionato, ammesso che ci sia?

Mi hanno suggestionato in tanti. Anzi in tantissimi. I film di Kusturica sono stati illuminanti, soprattutto per il ritmo della narrazione e per i personaggi: così carichi, così impossibili, eppure così reali. Ma allo stesso modo il cinema di Fellini e della Wertmuller, che ho amato all’inverosimile e che sicuramente hanno contribuito a formare il mio immaginario non troppo ancorato alla realtà. Marquez e la letteratura latino americana sono sicuramente per me un punto di riferimento. Penso a Cortazar, a Manuel Scorza, a Quiroga. Marquez l’ho adorato sin da subito. L’incipit di “Cent’anni di solitudine” mi ha fatto secco al primo colpo. Ero un adolescente e per la prima volta sentivo raccontare una storia così come mi sarebbe piaciuto raccontarla a me. Oltre quelli che hai citato tu c’è anche Gianni Rodari, così come Cesare Zavattini, che reputo davvero uno dei migliori. Ma mi sono lasciato suggestionare molto anche dalla letteratura francese: Boris Vian, Queneau, Perec hanno un modo di giocare con la scrittura davvero prezioso. Ma molto importanti sono stati anche cantautori come Chico Buarque de Hollanda, o drammaturghi come Pinter. E ora la smetto sennò non la smetto più. Quando parlo di ciò che mi piace potrei starci per ore

Il libro sta avendo molti riconoscimenti, come ti senti?

La cosa non può che farmi ovviamente piacere, ma la strada è ancora lunghissima. Sono ancora al primo romanzo. Bisognerà macinare ancora tanti e tanti chilometri. Quando il libro è uscito l’incertezza era tanta. Ero consapevole di avere tra le mani un romanzo sui generis, forse un po’ disorientante. Col senno di poi si è trattato anche di un bel rischio, che ho condiviso con l’editore. “Purtroppo o per fortuna”, mi ripetevo per farmi coraggio, “questo sei tu”. Sarebbe stato inutile scrivere un qualcosa di diverso, perché non sarei riuscito ad investirci granché a livello emotivo. E credo che se una storia non è capace di prosciugarci l’anima mentre la scriviamo, non sarà mai capace di toccare qualche corda nel profondo di chi ci legge.

Come è il tuo rapporto con la scrittura?

Amore e odio. Lo ammetto. Sono pigro. Soprattutto nell’iniziare. Mi piace molto di più leggere. Però una volta che mi calo all’interno del progetto ho difficoltà ad uscirne. Divento ossessivo. Adoro scrivere quando so cosa scrivere. Soffro molto nel momento dell’ideazione.  Credo sia un po’ come il parto (a quanto si dice, perlomeno): dimentichi la sofferenza, e sei pronto a ricaderci di nuovo

Hai già un nuovo progetto? Vuoi perseguire su questo genere?

Progetti sempre tanti fortunatamente. Teatro, musica, narrativa, insomma gli spunti non mancano. Non ho idea del genere con cui mi sono cimentato, quindi non saprei rispondere. Molto dipenderà dalla storia che vorrò raccontare. E’ lei che decide il genere, senza forzature.

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