no violenza donne

Brave con la lingua — Qual è il contrario di sausage fest?

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È l’otto novembre. Ci sono quattro autrici: due che nascono come scrittrici, una come sceneggiatrice e una come influencer. No. Scratch that. Si nasce qualcosa? Perché specificare? È l’io, qui, che vive un conflitto: falsa partenza, questa. Un problema di etichette. Riprovo.

Ci sono un sacco di persone nella sala più grande del Circolo dei Lettori torinese, c’è una dignitosa percentuale maschile tra il pubblico e ci sono alcune donne, sul palco quadrato, che affrontano il microfono una a una con piglio diverso e stesso fine. Sono pronte a leggere testimonianze private o condividerle a braccio con l’occhio un po’ lucido. Lo sono tutte. Con loro c’è il ronzio musicale dei contributi che portano: alcuni sembrano più efficaci, altri suonano impromptu, tutti risultano intensi e meritori perché — con la voce che tiene, con quella che trema — stanno pur sempre raccontando di sé. E, nonostante l’anno che corre, lo stanno facendo off screen. That’s a big plus, in my book.

Certo: fosse presente in sala, per dire, un’attivista extra-europea, una di quelle che non vedono famiglia e amici da anni a causa delle battaglie civili che l’hanno spinta all’estradizione, l’iniziativa intera potrebbe esser tacciata di levità. Potrebbe accadere. Alle partecipanti, quelle col microfono e quelle (quelli?) senza, si potrebbe rimproverare di non conoscere il regime vero, la prigione per reati d’opinione, la rape culture di Stato, la censura. L’Iran, che so. Ma a serate come questa, nel clima sociopolitico da privilegio bianco di cui tutti parlano e nessuno sa, nel Paese in cui a Trevisan e Argento si risponde collettivamente “Ma che t’aspettavi, zoccola?” e persino Loredana Lipperini (blessed be) aspetta settimane prima di inserirsi nel dibattito sul maccartismo sessuale, non ce la sentiamo di rifiutare una benedizione. Questo perché non siamo nessuno per farlo. E io, in particolar modo: io. Non. Sono. Nessuno.

Per questo, quando sono stata invitata a sedermi tra il pubblico di Stai Zitta — questo il titolo dell’evento —, non ho esitato. È qui che alcune voci hanno deciso di raccogliersi per rendicontare le frasi ossessive che ne condizionano la routine quotidiana: qui, intorno alla curatrice dell’antologia Brave con la lingua e a quelle del podcast Senza Rossetto, intorno cioè alle tre Giulie: Muscatelli, Cuter, Perona. Una collaborazione identitaria, è il caso di dirlo. Sul palco, come anticipavo in apertura, Giusi Marchetta ha illustrato la sua personale frase-ossessione, Scrivi come un uomo; Sara Benedetti ha denunciato il Come sei magra, sei dimagrita ancora?; Petunia Ollister ha parlato Da donna a donna; Elena Varvello si è chiesta e ci ha chiesto Che fai, piangi?.

A condire il tutto, due cover memorabili: con Valerio Casanova, Valeria Lacarra ha straordinariamente interpretato Ragazze acidelle e Bocciofili (L’ortolano). Una garanzia, questa, del taglio: sdrammatizziamo. Per questo ho chiesto a Giulia Muscatelli di incontrarci e parlarne: per questo, insomma, ho tirato un sospiro di sollievo. Se si tratta da problemi da primo mondo, se un certo sentire resta spia di un’intera esistenza protetta — sheltered — al riparo da vessazioni reali (reali in base a che? Reali secondo chi? Da vicino nessuno è… legittimato, so to speak: e Sarah Silverman non abita qui), che almeno l’approccio resti onesto: sopra le righe, ironico, mai stizzito. Da cool girl, per dirla con Gillian Flynn.

Che poi Muscatelli abbia chiesto a me — come a ben altre: come a Elena Varvello, Francesca Manfredi, Simonetta Sciandivasci, Vittoria Baruffaldi, Simonetta Spissu, Silvia Pelizzari, Giulia Perona, Irene Roncoroni, Noemi Cuffia, Chiara Pietta, Silvia Greco, Flavia Fratello, Romina Falconi — un racconto da inserire nell’antologia in questione, that’s a hell of a bonus. Il conflitto d’interessi è ora manifesto: il mio senso d’inadeguatezza e la sindrome da impostore, pure.

L’antologia uscirà in primavera per Autori Riuniti. L’idea è che, nel tragitto, possano frazionare il percorso alcune tappe-pretesto: pretesto per parlarne, per parlare. Per non star zitte (zitti?) più. Il 25 novembre, per esempio, è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: non una trovata recente, ma una ricorrenza istituita alla fine degli anni ’90 dalle Nazioni Unite. Sì, c’è una commemorazione tragica alle origini della scelta della data: l’assassinio delle sorelle Mirabàl, dissidenti sotto il regime dominicano di Trujillo, nel ’60. No, non è un concetto mainstream: siamo saltati sul carro da meno di dieci anni e no, con l’8 marzo non ha nulla a che vedere. Bene: tra le tante iniziative indette per l’occasione, l’Experience Room che Muscatelli allestirà al Circolo in quella data si propone di accogliere i fruitori in un tossico buco primordiale: una stanza buia e una voce sola, quella di Elena Varvello, che snoccioli la solfa di tutte le espressioni che giornalmente ci tiriamo addosso. Solfa sì: lagna no. Lagna basta. L’identificazione di donna con vittima, ora trending topic — con buona pace di Spacey, quota blu — può andar stretta. Lo è già.

L’antologia, dicevo, uscirà in primavera. I racconti sono in consegna entro Natale, grossomodo. E questo amplifica il senso d’inadeguatezza di cui sopra: perché non scrivo abbastanza bene (not good enough!), non ne so a sufficienza, non rappresento alcunché. Faccio cose, vedo gente come tutte (tutti?). Ma al mio Buco Nel Cervello darò meno corda possibile, prendendomi sul serio neanche un po’. Lo giuro sui meloni dell’ortolano. E su Joan Didion, naturalmente. One can dream.

Domitilla Pirro è nata a maggio del 1985 e crede che le parole portino fortuna. È giornalista pubblicista iscritta all’Ordine di Roma e direttrice creatività&sviluppo di Fronte del Borgo della Scuola Holden di Torino. Con Sote’ ha vinto la quinta edizione del concorso letterario 8×8; suoi racconti sono usciti su Repubblica, Linus, abbiamo le prove. Con Francesco Gallo progetta Merende Selvagge e La Fionda Factory, ventaglio di offerte narrative per umani di varie dimensioni. Con Sara Benedetti insegna il Buco Nel Cervello, piano di riprogrammazione di genere.
È docente del laboratorio di scrittura creativa per donne operate organizzato dalla Susan G. Komen Italia e la Scuola Holden.
È in debito eterno verso Marcello Fois, suo docente di Racconto&Romanzo durante il biennio in storytelling, che l’ha assistita nella stesura del primo romanzo. Sarebbe pure laureata in Legge, ma fa finta di no.
Commenti
Un commento a “Brave con la lingua — Qual è il contrario di sausage fest?”
  1. Anonima scrive:

    Gli inglesismi sono irritanti

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