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Virginia Woolf: un ritratto

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Il 25 gennaio 1882 nasceva Virginia Woolf. Pubblichiamo un ritratto di Silvia Pelizzari.

di Silvia Pelizzari

Ci sono cose che ti rendono in qualche modo immortale. Non succede a tutti, né è possibile sapere quale sarà l’avvenimento a renderti immortale, né quando arriverà, il momento preciso della rivelazione. Spesso nemmeno è possibile accorgersi che il momento è quello e che sta succedendo. Quasi sempre la consapevolezza avviene negli altri, e dopo molto tempo.

G.C. Beresford era un fotografo originario di Dromahair, un piccolo paese della contea di Leitrim, nella provincia irlandese di Connacht. Non è un nome rimasto nel tempo; il semplice citarlo non ci fa sobbalzare sulla sedia. Non era, in definitiva, un fotografo famoso, era un semplice fotografo “da studio”, se ne stava cioè nel suo piccolo negozio, in attesa di clienti che volessero mettersi in posa e vedere la loro faccia catturata e impressa per sempre su una pellicola. Era un uomo normale, discendente da una famiglia di pastori, vissuto in India e in Inghilterra. Proprio qui, nel cuore di Londra, a Knightsbridge, nel 1902 avrebbe fatto un click che sarebbe rimasto per decenni – secoli, oserei dire – scolpito nelle nostre menti come simbolo e immagine di una scrittrice che al tempo portava il nome di Virginia Adeline Stephen e che oggi conosciamo come Virginia Woolf.

Una fotografia che fissa quella che sarebbe diventata un’icona, un simbolo, come lo ha definito Hermione Lee, in tutto e per tutto “popolare”, che l’ha fatta entrare nelle case e l’ha avvicinata sopratutto a un pubblico femminile di lettrici, suscitando empatia e identificazione. Nella famosissima fotografia la Woolf è girata di quarantacinque gradi, il viso angelico, i tratti delicati; uno sguardo dolce e un modo posato di occupare lo spazio attorno a lei. Si tratta, se vogliamo, di un’immagine di lei molto diverse da certi topói legati alla sua figura di donna: depressa, malata, folle, frigida. Virginia era entrambe le cose; era angelica, delicata, viva, e malata, nervosa, depressa. Come in quasi ogni ambito della sua vita, era una medaglia con due lati ben distinti e opposti.

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L’immagine che è rimasta nel tempo di lei è un’immagine quasi del tutto sbagliata. Virginia la pazza, la scorbutica, depressa e frigida, perennemente triste. Leggere attentamente le sue opere significa rendersi conto di quanta vivacità scorresse nella sua vita, sia nel campo interiore, delle idee, sia nel mondo che viveva, nella sua quotidianità. Liliana Rampello, critica letteraria e saggista, su questo ha scritto un libro bellissimo, che si intitola Il canto del mondo reale, edito da Il Saggiatore. Ha voluto principalmente dimostrare come la Woolf fosse tutt’altro che deprimente e depressa o che, anche nella malattia e nel dolore, avesse una propensione eccezionale alla vita, data da passioni e desideri che il suicidio non deve assolutamente oscurare o soffocare.

Oltre alla massiccia quantità di lavori prodotti nel corso di ventisette anni – e non ci sono solo romanzi, ma anche i saggi critici, le recensioni, i racconti, una commedia e tre biografie – ci sono le letture, molteplici, voraci, curiose e attente; leggeva in francese e in greco, analizzava e rifletteva su ogni opera che le impegnava il tempo, dando ad ognuna la medesima importanza. C’era la corrispondenza con amici, attività da lei molto amata, che ha portato avanti fino alla fine della sua vita, fino agli ultimi anni, con le lettere al marito e alla sorella, poco prima di gettarsi nel fiume Ouse. E c’era la stesura di un diario, regolare tra 1915 e 1941, fino cioè a poche settimane dalla sua scomparsa: un affresco perfetto per capire le montagne russe che affrontava ogni giorno, il dolore che si portava addosso, come sacchi di sabbia legati alla vita, la sua dolcezza e la sua sensibilità e i lati decisi e spigolosi del suo carattere.

I diari, pubblicati in Italia da minimum fax nella traduzione di Giuliana De Carlo, non sono mai serviti solo a registrare le sue giornate, a imprimerle nella carta per evitare che scomparissero; erano invece un modo per parlarsi, capirsi, per ritrovarsi e riconoscersi ogni volta, nelle righe di un quaderno, un modo per riflettere su tutte le sensazioni che affollavano la sua mente, per canalizzare tutti gli innumerevoli stimoli che la vita, fosse tra le strade trafficate di Londra o tra gli alberi di Rodmell, le continuava offriva e che lei agguantava, come una bambina alla ricerca di farfalle, con un retino in mezzo a un campo. 
Non ultima la fondazione, con il marito Leonard, della Hogarth Press, creata nel 1917 prendendo il nome dalla loro casa di Richmond, al 34 di Paradise Road. La casa editrice occupò molto tempo ed energie della coppia, che leggeva senza sosta manoscritti alla ricerca di un buon libro e di autori interessanti e che cuciva a mano i libri da loro pubblicati, creandoli, letteralmente, e facendoli nascere tra le loro mani.

È difficile, di fronte a tutto questo, pensarla triste e depressa, musona e addirittura spaventosa, come è difficile immaginarla stesa in un letto per settimane, in preda alla voci e alle emicranie, con pensieri bui, e la domanda incessante nella sua testa: sopravviverò a questo nuovo atto dell’inferno? Era per lei una tortura non poter leggere, scrivere, passeggiare. Non amava crogiolarsi nella malattia e nel dolore, perché amava la vita, la agognava, la desiderava immensamente.

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Virginia Woolf era una donna avanti cinquant’anni rispetto alla sua era. Sicuramente lo era da un punto di vista letterario: capì che il romanzo tradizionale ottocentesco non poteva più essere lo specchio della vita, non dopo l’orrore della grande guerra. La vita si era frammentata, l’uomo ne era uscito frammentato e devastato; anche la scrittura doveva necessariamente essere influenzata da tutto questo (e per lei non poteva essere che altrimenti, data la sua convinzione che scrittura e vita si nutrissero l’una dell’altra. Da qui i suoi flussi di coscienza, i monologhi interiori, i “moment of being”, l’accantonamento della trama tradizionale alla base dei romanzi che l’hanno spesso accostata a Joyce, per tanto tempo assolutamente disprezzato dalla Woolf. Ma non era una donna all’avanguardia solo per le sperimentazioni linguistiche che indagava, cercava e raggiungeva. C’era il suo modo di vivere e di pensare, la sua apertura mentale e i suoi desideri e bisogni.

Non credo fosse solo una coda della vita vissuta con la sua famiglia borghese, della possibilità cioè che aveva avuto di leggere e studiare, di respirare un clima artistico tra le mura casalinghe accanto a suo padre, Leslie Stephen, critico letterario e storico. Certo ha influito, come hanno influito le amicizie e gli incontri di Bloomsbury, circolo culturale progressista che vide riuniti a parlare di femminismo, sessualità, libri, politica, della vita intera, mi verrebbe da dire, uomini e donne del calibro di Roger Fry, Lytton Strachey, E.M. Forster, Leonard Woolf e Clive e Vanessa Bell. C’era di più. Era realmente piena di stimoli e idee, aveva il passo più lungo e riusciva a stare davanti agli altri e aveva delle “visioni”, delle epifanie e lavorava duramente per indagarne i tratti e i contorni. Il suo progressisimo toccò molti ambiti della sua vita, riflettendosi ovviamente anche nella scrittura.

Non so se sia corretto parlare di femminismo, quando si parla di lei; mi sembra un termine in parte riduttivo e incompleto. Di certo è stata la precorritrice di molti pensieri e idee che solo molto dopo sarebbero diventati una reale necessità per gli altri, prima fra tutte l’uguaglianza sociale e artistica per la donna. Attorno al 1924 la ribellione contro il romanzo tradizionale e contro la predominanza maschile arriva al punto più alto della sua parabola. Inizia, per Virginia, un periodo di studio e indagine, di ricerca e riflessione, sulla donna e sul suo ruolo. Ecco quindi molti lavori incentrati sulla figura muliebre e il rapporto tra i due sessi.

Nel 1925 esce la Signora Dalloway, con al centro la figura di Clarissa, una donna dell’upper class londinese alle prese con una festa. Virginia la segue per un’intera giornata – tanto quanto dura l’arco temporale del romanzo – ci fa ascoltare il fuori e il dentro, Londra che coccola e stordisce, inebria con profumi e incontri, e l’anima, la mente di una donna che deve dare una festa, che deve scegliere i fiori, che viene toccata da storie, molto lontane da lei, ma che la toccano irreparabilmente. Nel 1929 arriva Una stanza tutta per sé, un lungo saggio basato su alcune conferenze che tenne in due college femminili l’anno precedente. A partire dalla storia letteraria della donna, Virginia Woolf vuole provare a smantellare la tradizione patriarcale in ambito artistico e letterario; a capovolgerla, addirittura, auspicando per la donna una parità di trattamento, di presa in considerazione, di possibilità di accedere alla cultura. È, questo, un libro di formazione, che si dovrebbe leggere ogni anno, e che accende scintille e riflessioni costanti. Ma è con Orlando, romanzo uscito nel 1929 che si arriva al massimo del suo pensiero avanguardista. Con questo lavoro Virginia Woolf dichiara l’androginia la forma perfetta, unione bilanciata di uomo e donna e difende a spada tratta l’ambiguità sessuale e dedicando il libro a Vita Sackville-West, con la quale ebbe una relazione amorosa e un’amicizia profonda.

Per questo e per altri mille motivi, la Woolf è sempre attuale, non perde mai la sua verve e continua a parlare di noi. Si sono moltiplicati, negli ultimi anni, libri sulla sua opera e nuove edizioni dei suoi lavori, e mi piace pensare che non sia solo per il giro di boa dei 70 anni della morte, che ha tolto i diritti d’autore dai suoi lavori. Sembra infatti che Virginia continui a parlare delle nostre vite e del nostro mondo con rinnovata freschezza costringendoci, ad ogni lettura e rilettura, a nuove domande e nuove riflessioni. È una scrittura che si “auto-attualizza” ogni volta: non so come sia possibile, ma è quello che succede. Hanno contribuito a rinnovare la voce e il pensiero della Woolf, senza mai tradire l’originale, anche le nuove traduzioni di Anna Nadotti dei due romanzi forse più famosi, Mrs. Dalloway e Gita al faro, entrambe uscite per Einaudi. Ma la forte modernità che, ancora oggi, caratterizza la sua produzione letteraria, può forse essere semplicemente spiegata prendendo in prestito un concetto di Italo Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

Sono passati 74 anni da quando Virginia Woolf è uscita di casa, lasciando due lettere sul tavolo, e si è avviata verso il fiume Ouse, vicino alla sua casa di Rodmell. Lì si è immersa nell’acqua gelida di gennaio, si è infilata due grossi massi nelle tasche, e si è lasciata andare; un gesto severo verso se stessa, abile a nuotare, una auto-punizione che non sono mai riuscita ad afferrare davvero. Forse, semplicemente, era il modo più semplice, o l’unico possibile, di dire addio alla vita nella tranquilla campagna del Sussex. Non era sopportabile né un’altra guerra né la paura di essere sul punto di impazzire di nuovo. E rompendo per l’ennesima volta le regole, ha deciso, ancora, della sua vita, con un atto impregnato di consapevolezza, di potere e di libertà. Mi sembra di vederla e di sentirle dire, mentre mette il primo piede nell’acqua: eccomi qui, sono una donna, sono una scrittrice, so quello che voglio, ma soprattutto quello che non voglio.

Commenti
5 Commenti a “Virginia Woolf: un ritratto”
  1. gloria scrive:

    Sono io

  2. gloria gaetano scrive:

    Me lo chiedo: perché gli uomini non leggono romanzi come Orlando, Mrs. Dalloway o Le Onde? Perché citano volentieri Joyce mentre la scrittrice più acclamata dalle donne di ogni generazione non salta mai fuori? Proviamo a riflettere.

    Cominciamo dal feticcio. Gli intellettuali, “professionisti” o no che siano, non sono diversi da tutti gli altri mammiferi almeno in questo: coltivano feticci più o meno gloriosi, senza avvedersene troppo, tranne quando si tratta di accusare i feticci degli altri. Tutta la storia del pensiero, forse, potrebbe essere riletta alla luce del feticismo delle idee, ma anche dei luoghi (le Università, ad esempio, sono degli allevamenti per questo genere di cose), delle stagioni culturali (gli anni Sessanta, correnti filosofiche o letterarie come il Gruppo ’63, Tel Quel, etc.), dei personaggi (Pasolini, Hemingway, Sartre…)
    Feticci che la storia, poi, s’incarica di mandare al rogo periodicamente, e che sempre vedremo “risorgere”, in un gioco- tutto sommato, comico- di sipari smantellati e “nuove polemiche” che cadono sul bagnato…Ieri sulla stampa, oggi su Internet. Bene, in questa congerie di eventi si dovrà, comunque, distinguere due scene: una è quella dell’intellettuale maschio, che contro tutte le neotendenze al “trasgredire i generi” o a superare le barriere maschile/femminile rimane, il più delle volte, un pacifico sessista- camuffato, s’intende- aspirante asceta (mondano, s’intende) e lettore di James Joyce, Faulkner, Sartre e altri.
    Ma difficilmente si avventura in un libro di…Virginia Woolf? Lucy Irigaray? Maria Zambrano? Carol Joyce Oates? L’elenco potrebbe continuare.
    D’altra parte, c’è l’altrettanto prevedibile gineceo di “woolfiane” incallite, di grandi lettrici di romanzi e ghiottone di scrittori e/o scrittrici neo- e trans- qualche cosa. Le mie colleghe di lavoro o compagne di vita, statene certi, hanno letto e magari riletto Virginia Woolf, Elsa Morante e magari un paio di Djuna Barnes. Così, per gradire.

    Tornando, per l’appunto, a Virginia Woolf…Visto che io sono appassionata lettrice di questa meravigliosa scrittrice, lancio qui due ipotesi sul menefreghismo dei cosiddetti “uomini di cultura” a questo proposito. Possono essere tutte sbagliate, anzi lo spero, ma almeno mi sarò tolto lo sfizio.
    Prima ipotesi: i romanzi e, più in generale, i pensieri di Virginia Woolf contengono una dose di “cerebralità” che infastidisce certi lettori. In effetti, le frasi di un romanzo come Mrs. Dallowaynon sono molto lineari, ne convengo. Si dirà che anche Proust, anche Joyce non erano lineari, cioé non si attenevano ad un racconto “classico” o tradizionale. Ma guarda caso Joyce ha violato questo genere di regole soltanto dopo aver scritto Gente di Dublino (vale a dire dopo aver pagato un certo pedaggio al racconto “leggibile”) e quanto a Proust non è poi così letto come si vuole fare credere. E’ molto citato, questo sì, perché fa elegante citarlo.

    Secondo ipotesi: qui torna la sessualità, credo, inutile eluderla nel nome di una critica “politicamente corretta” che mirerebbe soltanto al “testo”, perché nei romanzi della Woolf la questione sessuale è sempre presente, soprattutto come ambivalenza o ambiguità di gusto e di comportamenti. Non soltanto Orlando…Altro elemento che finisce con il turbare l’eterosessualità (perbenista) dalla quale i nostri “maestri del pensiero” e cultori della Parola raramente si allontanano?
    Magari queste idee non stanno in piedi…Ad ogni modo, a me Virginia Woolf tutto sommato non dispiace. Anzi, con il tempo sto imparando a mettere da parte i pregiudizi e chissà che non riesca davvero a leggere anche Al faro (a quanto dicono sarebbe il suo capolavoro).

  3. Cornetta Maria scrive:

    Non ho mai letto nulla di Virginia Wolf e mi pongo con la dovuta umiltà di fronte a coloro che ne hanno studiato l’opera e il pensiero. Secondo il mio modesto parere è una donna che si è cercata senza mai trovarsi. Tutta la sua febbrile produzione ed anche l’esito finale della sua vita la descrivono, secondo me , come una persona che si è posta più domande di quelle a cui poteva dare risposta perché solo la storia avrebbe potuto farlo. E’ un pò il dramma di tutti i geni: avere una specie di “premonizione” che esprimono nelle loro opere , condannati spesso, per questo, all’incomprensione dei contemporanei. Sono solo le mie impressioni, consideratele come tali.

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