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Visibilità, occultamento e convivialità

Qui di seguito, per chi fosse interessato al dibattito in corso tra i TQ, una mia mail già circolata all’interno del googlegroup. L’invito è quello a non farci ingannare dal feedback mediatico e dall’apparente “trasparenza” della comunicazione interna (le centinaia, migliaia, di mail che sono circolate, che stanno ancora circolando, dalla pubblicazione dei manifesti). L’occultamento e la convivalità sono due possibili (inizi di) risposte al diktat della visibilità e alla smaterializzazione dei rapporti sociali.

Cara TQ,

è da ieri sera che una parola venuta fuori più volte nelle nostre ultime mail mi frulla nella testa. Questa parola è “visibilità”, una parola che piaceva molto a Calvino, il quale però è forse morto prima di vederne compiuta la parabola socio-linguistica, prima di percepirne l’abuso, che tuttavia stava dietro l’angolo. Ho deciso di rifletterci stamattina, con un po’ più di calma (non troppa, comunque non abbastanza), perché penso che da come oggi sapremo interpretare questa parola dipenderà molto del carattere del gruppo, ne andrà del suo posizionamento politico, del modo in cui saprà muoversi nei prossimi mesi/anni e di quanto vorrà (e saprà) modificare l’ambiente in cui vive e opera.

Parto da lontano: come lo intendiamo oggi, il visibile è l’ultima propaggine di una storia che ha connotato profondamente la nostra civiltà. L’occhio è il cuore della filosofia occidentale: come si è fatto spesso notare, sia la parola “teoria” che la parola “idea” hanno etimologie che rimandano direttamente alla sfera della visione; allo stesso modo parliamo di “speculazione” riferendoci all’attività intellettuale e al pensiero nella sua forma più alta e pura. A Nicea nel VIII la chiesa cattolica decise, contro l’iconoclastia, che il divino poteva essere oggetto di rappresentazione visiva, e lì molte cose presero una piega fatale: già il visibile si configurava come un regno potenzialmente illimitato e come potentissimo strumento politico. Questo solo per dire che da una storia così lunga e complessa non se ne esce facilmente.

Molte moderne riflessioni sulla visualità riconducono la storia dell’occhio nella nostra cultura a un processo di formalizzazione e distanziamento (allontanamento e identificazione “oggettivante”) e a quello di una progressiva astrazione (perdita di importanza del corpo e della carne). Processi declinati e articolati in vari modi, secondo l’orientamento dei singoli studiosi. La crescita ipertrofica del valore espositivo nelle nostre società è da Benjamin connessa ad una progressiva determinazione tecnica dell’esistente. Per Debord (che in qualche modo prosegue il discorso) l’immagine (spettacolare) è sintomo ed espressione dell’alienazione sociale generata da un sistema produttivo dove nessuno è più veramente padrone di quello che fa (sul modello dell’operaio fordista che non è tenuto a sapere nulla di ciò che sarà del proprio lavoro, alla fine della catena di montaggio): lo spettacolo ci gratifica perché ci colloca stabilmente dove già siamo come (mancati) attori sociali, ovvero lontano dal controllo materiale della produzione, privi di autonomia reale, posseduti da quei mezzi che invece pensiamo di possedere, beatamente installati in una posizione di puri osservatori passivi e pronti a lasciarci suggestionare, indottrinare, influenzare, guidare e formare da entità e istituzioni che non padroneggiamo ma a cui attribuiamo (abitudinariamente) valore e credibilità. All’astrazione e all’alienazione dell’immagine è infine riconducibile un’estetica (che è anche una modalità comunicativa) della pura presenza, della presenza astratta, irrelata e persuasiva in virtù del suo semplice esserci (una persuasione certo tanto effimera quanto estemporanea è l’esposizione stessa). Quest’ultima consegna la comunicazione e la produzione di “beni simbolici” a una proliferazione incontrollata di segni semplificati/semplificanti, chiassosi perché costretti a disputarsi la visibilità in un mercato sempre più caotico e popoloso, scissi da qualsiasi preciso contesto storico e referenziale perché obbligati a essere prima che a significare, cioè ad organizzarsi all’interno di un discorso e di una strategia efficace orientata a scopi precisi. Una cosa vale perché è visibile, e una cosa visibile vale: esserci è la priorità.

L’astrazione e la “pura presenza” che caratterizza l’ambiente in cui viviamo coinvolge anche meccanismi economici che non ho gli strumenti per descrivere ma che appaiono abbastanza evidenti nel profilo di pratiche divenute ormai quotidiane. La visibilità è un bene economico, prima ancora che uno strumento. Chi ha visibilità può monetizzarla, questo si dà per scontato (o lo si auspica). Il fenomeno esplode su internet: essendo lo spazio espositivo del mondo digitale potenzialmente infinito, il bisogno e il desiderio di visibilità saranno riproducibili ed espandibili in maniera altrettanto illimitata. Si scambiano dunque “contenuti” (noi TQ lo facciamo in continuazione) in cambio di visibilità, a futuro profitto. Ma al di là delle singole difficoltà a monetizzare e dei molteplici ricatti che si esercitano sulla base di questi presupposti, il problema è che si delinea, anche in questo senso, una prospettiva ipersegnica dove la visibilità non sarà più commutabile in beni materiali, o in moneta. Abbiamo già film, immagini, suoni, testi gratis: possiamo immaginare una situazione paradossale in cui anche i salumi saranno gratis perché veicoleranno visibilità per altri prodotti in una catena infinita di rimandi alla fine della quale non potrà esserci che il collasso di tutto il sistema? Pure fantasticherie di un analfabeta di cose economiche, ma la possibilità “catastrofica” di questo genere di circuito vizioso mi tormenta da anni. Prendete quest’ultima considerazione come un’ossessione personale (e significativa in quanto tale), piuttosto che come un dato oggettivo.

Tutto ciò (ossessioni a parte) è piuttosto banale, anche se non sempre (anzi, raramente) siamo disposti a tener conto fino in fondo, analiticamente direi, del nostro grado di complicità. Da quando TQ ha “manifestato” i propri intenti sono stati pubblicati decine e decine di articoli. Abbiamo ottenuto una visibilità straordinaria, che certamente potrà venire a nostro vantaggio in una prospettiva per così dire imprenditoriale. Tuttavia la mia domanda è: vogliamo continuare a sfruttare, anche criticamente, meccanismi che da decenni sociologi e filosofi e politologi che pure stimiamo e citiamo hanno individuato come responsabili di una grave perdita di partecipazione politica e di capacità, da parte degli individui e dei gruppi, di determinare il proprio destino?

Ci è subito parso evidente, leggendo quello che si è scritto a proposito di TQ, quanto la stampa nazionale (almeno buona parte di essa) sia stretta fatalmente nei vincoli della propria vischiosa superficialità. Abbiamo presenziato, volevamo farlo, e senza nasconderci il compiacimento per tanta attenzione mediatica, abbiamo pure visto come la banalizzazione, la riduzione a slogan di ogni questione da noi posta sul tavolo, il prevedibile e comprensibile sfruttamento della visibilità di pochi di noi (a scapito dell’insieme), s’impongano quasi inevitabilmente alla comunicazione dominante, legata a chiari schemi di efficienza quantitativa. Ecco perché propongo, a livello puramente teorico, di imporci degli obiettivi diversi da quelli che hanno finora retto la nostra comunicazione esterna, e interna. Di darci un quadro “etico” in qualche modo opposto a quello espresso dal nostro comportamento collettivo più o meno volontariamente tenuto fino a questo punto, ma più fedele ai concetti fissati nei manifesti (su tutti quello di “decrescita”, tanto spesso ribadito).

E vengo alla proposta (pur sempre teorica): di fronte all’ipervisibilità di cui si nutre un intero sistema socio-economico e culturale, possiamo pensare di elaborare delle strategie di occultamento? Dove l’occultamento non lo considero tanto (o non solo) applicabile direttamente a noi stessi quanto piuttosto ai contesti e alle logiche che impongono la visibilità come un fine obbligato. Siamo solo pesci presi nella rete del visibile, per ripetere la metafora utilizzata da Gabriele Pedullà con la giornalista di Repubblica – occupiamoci della rete prima che dei pesci, vigiliamo sugli automatismi che ci hanno portati nella rete, come si è già abbondantemente ripetuto (la costituzione di osservatòri sui media e tutto il resto). Soprattutto rifiutiamo (in parte o in toto) l’obbligo del presenzialismo effimero e facciamolo costruendo dispositivi di partecipazione diversi da quelli basati sulle forme di comunicazione vigenti. Reagiamo in maniera meno meccanica agli stimoli che ci vengono dalla stampa, abitiamo questi “spazi pubblici” in maniera più consapevole e decisamente critica. Abitiamo spazi diversi, anche. Spazi dove possiamo gestire la nostra voce come ci pare e quando ci pare, spazi dove possiamo mostrare una compagine variegata al lavoro, dove possiamo elaborare contenuti complessi, se abbiamo intenzione di farlo. Il gruppo 63, tanto spesso invocato, non si scambiava 1000 mail alla settimana, come stiamo facendo ormai da qualche mese, ma produceva testi (intendo quelli teorici) che, condivisibili o meno, avevano quantomeno il merito dello spessore intellettuale, di essere il prodotto di menti brillanti e operose. Possiamo farlo anche noi.

L’ipercomunicazione interna di questi mesi, l’ho già detto qualche giorno fa (in una mail ormai scomparsa nella marea di tutte le altre), per quanto utile e ammirevole rientra comunque, in una certa misura, in quella mancanza di padronanza e controllo dei mezzi di cui disponiamo che ha caratterizzato anche la nostra comunicazione esterna. Stiamo ancora troppo delegando, ancora troppo affidandoci ad automatismi e a strumenti trovati per strada, di cui non possiamo farci né sentirci pienamente responsabili. Siamo ancora troppo inseriti in quel flusso obbligato che Debord attribuiva allo spettacolo e quindi alla celebrazione del visibile e della presenza astratta/irrelata. Mi pare che anche qui, come altrove, sia il macchinario a farla da padrone, non l’utente, non noi (il macchinario tecnologico e l’enorme baraccone economico che sta dietro a internet – per fare solo un esempio: avete visto tutte quelle pubblicità in calce alle mail? tiscali e wind eccetera: mentre sprofondiamo nel baratro del communication overload ci pubblicizzano nuovi canali e nuove possibilità di comunicare: come parlare di corda a casa dell’impiccato, anzi di uno che si sta impiccando).

Se all’ipervisibilità mediatica possiamo rispondere inventandoci strategie di occultamento, all’astrazione e alla perdita di fisicità (e di contesto) delle relazioni (anche solo verbali) possiamo forse rispondere elaborando strategie conviviali. Per chiarire meglio questo concetto che ha suscitato tanti dubbi rispetto al suo uso nel terzo manifesto, vi trascrivo un pezzo del libro di Ivan Illich, sperando così di dare un volto più famigliare a una parola per molti versi sfuggente:

“Il rapporto industriale è riflesso condizionato, risposta stereotipata dell’individuo ai messaggi emessi da un altro utente, che egli non conoscerà mai, o da un ambiente artificiale, che mai comprenderà; il rapporto conviviale, sempre nuovo, è opera di persone che partecipano alla creazione della vita sociale. Passare dalla produttività alla convivialità significa sostituire a un valore tecnico un valore etico, a una valore materializzato un valore realizzato. La convivialità è la libertà realizzata nel rapporto di produzione in seno a una società dotata di strumenti efficaci. Quando una società, qualunque essa sia, reprime la convivialità al di sotto di un certo livello, diventa preda della carenza; infatti nessuna ipertrofia della produttività riuscirà mai a soddisfare i bisogni creati e moltiplicati a gara” (Ivan Illich, La Convivialità, Boroli Editore, p. 29)

La bulimia di comunicazione – interna/esterna – è prodotto di una fuga in avanti alla ricerca di una soddisfazione e di una partecipazione che non otterremo seguendo questa sola strada. Come il social network non produrrà mai ciò che restituisce fantasmaticamente nella forma di un desiderio eternamente inappagato: la “creazione della vita sociale” (almeno non la produrrà in un senso “conviviale”). Non credo che sapremo dotarci di strumenti davvero “efficaci”, intasando maling list e lasciandoci sagomare dalla stampa mainstream: affidandoci ancora e troppo alla visibilità. Dobbiamo immaginare qualcosa di nuovo e di vecchio allo stesso tempo, pur continuando a cavalcare l’onda dei mass-media. La convivalità di Illich ci invita alla partecipazione diretta, il meno possibile consegnata alla delega tecnologica, definita e strutturata in situazione, localizzata, e il più possibile indipendente dai rapporti industriali (industriali-culturali, nel nostro caso).

Siamo riusciti a creare un fenomeno mediatico. Abbiamo anche voglia di fare qualcosa di diverso e di creare/aprire in questo senso strade nuove?

Mi limito a indicare, perché lo credo cruciale (e per non fermarmi alla sola speculazione), un possibile luogo di azione, per altro già abbastanza discusso tra di noi: quello delle biblioteche pubbliche e delle librerie. Credo che se questi, più di altri, potranno essere luoghi di una possibile convivialità, di “occultamento” e di autodeterminazione, sarà perchè saremo forse in grado, attraverso di essi, di cortocircuitare (anche se in minima parte) i meccanismi ben oliati che integrano i tre grandi poli (produzione, critica, consumo culturale) nello stesso macchinone demente. Concentrandoci su questo punto possiamo fare qualcosa di concreto. Stimoliamo il buon funzionamento delle biblioteche. Mappiamo le librerie indipendenti città per città, aiutiamoli a fare rete, facciamo “guerrilla” andando fisicamente davanti alle librerie super-market con un elenco delle migliori librerie indipendenti divise per quartiere e invitando la gente a fare i loro acquisti lì, vicino a casa, in un posto migliore, più bello, più curato e più utile alla cultura e alla vita associata. Costruiamo un circuito virtuoso tra critica e vendita grazie a cui i librai potranno orientare il consumo in maniera intelligente e credibile; cerchiamo – nei limiti delle nostre possibilità – di scardinare il controllo dei distributori all’interno della filiera editoriale. La questione delle biblioteche e delle librerie credo che unisca tutti: scrittori, editori, giornalisti, critici, lettori. L’azione potrebbe partirei da qui.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
10 Commenti a “Visibilità, occultamento e convivialità”
  1. Io voglio ringraziare Carlo.
    Di cuore.
    Ma proprio di cuore.
    Ha dato parole ai miei pensieri sulla questione della necessità dell’occultamento, della fuga dal codice comunicativo; della necessità di «contesti» diversi.

  2. eFFe scrive:

    Leggo con spaventoso ritardo il pezzo di CMG. Mi limito a segnalare che sulla mappatura delle librerie indipendenti esiste, da un po’, un piccolo progetto:

    http://www.finzionimagazine.it/category/extra/indie-per-cui/

    Molto maggiore, rispetto ai commenti in calce ai singoli pezzi, il riscontro via Facebook/email, tanto da consentire la stesura di un primo file excel con le librerie indipendenti segnalate dai lettori.

    Eppur si muove.

  3. giuliomozzi scrive:

    “Mappiamo le librerie indipendenti città per città, aiutiamoli a fare rete, facciamo ‘guerrilla’ andando fisicamente davanti alle librerie super-market con un elenco delle migliori librerie indipendenti divise per quartiere e invitando la gente a fare i loro acquisti lì, vicino a casa, in un posto migliore, più bello, più curato e più utile alla cultura e alla vita associata”.

    Bisognerà però tener conto di questo fatto: la maggior parte delle librerie indipendenti sono semplicemente meno fornite delle librerie di catena; hanno tempi di rifornimento più lunghi; e non sono per niente “vicine a casa”.
    E non trascurerei questo fatto: le librerie indipendenti censite – lodevolmente – da “Finzioni” sono in buona parte librerie di secondo (remainder) o terzo (usato) mercato; oppure librerie legate a comunità (vedi Modo Infoshop di Bologna); oppure librerie specializzate, e spesso specializzate in cose occulte ed esoteriche oppure in opere d’interesse locale oppure – e questo è, a occhio, il ramo più consistente – in libri relativi al viaggio (le “Librerie del viaggiatore”); oppure librerie “ibridate”, dove si va per l’aperitivo o per altro, e quindi soggette ai su e giù tipici di tutti i locali modaioli.
    Le librerie “indipendenti e generaliste” (“generaliste” non nel senso che tengono tutto, ma nel senso che non sono “specializzate”) sono molto poche.

    Bisognerebbe anche capire se e quanto le librerie indipendenti possono ancora far conto sull’attività commissionaria. Io ho lavorato per anni presso una grande libreria indipendente (la Cortina di Padova), che fatturava credo più sulla commissionaria che sulla libreria, e aveva come clienti un buon numero di istituti e dipartimenti universitari, nonché scuole eccetera. Quanto è vivo oggi questo mercato? (Che è peraltro un mercato sostanzialmente parassitario).

    Una

  4. carlo mazza galanti scrive:

    Giulio, dovremo senz’altro tener conto di tutto quello che dici. Personalmente ti direi che non credo siano così poche le indipendenti generaliste, almeno non nelle grandi città. E che sulla reperibilità dei libri bisognerà accontentarsi di tempi diversi, prenotare, uscire dalla logica supermarket per cui uno entra e compra quello che vede (di solito la cosa più esposta – ancora e sempre la visibilità). Il fatto di dover attendere che arrivi un libro (o di dover scegliere tra un numero minore di libri) è uno svantaggio compensato da altri vantaggi, quello di poter “programmare” le proprie letture in maniera più intelligente e partecipata, ad esempio. Nei gruppi di acquisto (di cose alimentari) c’è il limite di dover prendere quello che c’è, ma il limite è ampiamente superato da altri vantaggi e dalla consapevolezza di agire, anche in quel contesto, in maniera politicamente interessante.
    In ogni caso dovremo discutere di tutto questo nel nostro blog interno, soprattutto confrontandoci con i singoli librai. Intanto grazie per tue considerazioni, se avessi voglia di partecipare e confrontarti più sistematicamente con noi su questo o altri punti, non esitare a contattarci. ciao

  5. giuliomozzi scrive:

    Carlo, scrivi: “Personalmente ti direi che non credo siano così poche le indipendenti generaliste, almeno non nelle grandi città”. E ci hai ragione, perché io ho automaticamente escluso dal mio discorso un certo tipo di libreria indipendente e generalista: quella che campa con i successi del momento, un po’ di libri per bambini, e un po’ di scolastica. In genere queste librerie hanno un assortimento ridottissimo, spesso non scelgono cosa tenere (tipo: hanno fatto il contratto con Mondadori, per cui ricevono le novità d’ufficio e rendono automaticamente dopo 30 giorni, ecc.), spesso non si riforniscono direttamente presso i distributori ma presso i cosiddetti grossisti (i “supermercati del libro”), eccetera.
    Un tipo di libreria, insomma, potrebbe essere sostituito agevolmente da distributori automatici (come sta avvenendo per il cibo rapido: ormai s’è capito che per avere un trancio di pizza surgelata riscaldato e fumante non c’è bisogno di un barista; basta una macchina).
    E dubito che i gestori di queste librerie possano essere interessanti a qualcosa che non sia un fido con interesse agevolato.

  6. dario consonni scrive:

    Caro Giulio Mozzi,

    la ringrazio per continuare a partecipare al dibattito sulla mappatura delle librerie indipendenti, soprattutto per il suo secondo intervento.
    Io sono un libraio di quelle librerie indipendenti e generaliste che citava, che (non) campano con i successi del momento, un po’ di libri per bambini e un po’ di scolastica. Per quanto riguarda il primo elemento, tengo i successi del momento (non tutti, e 1 copia per titolo) perchè me li chiedono, e di questo sono contento, perchè gli acquirenti potrebbero comprarli al supermercato a meno 30%, e invece vengono da me, forse perchè si è instaurato un certo tipo di rapporto che va la di là del senplice acquisto. O forse perchè i loro figli hanno iniziato nella mia libreria a leggere e ad appassionarsi, forse perchè ho proposto loro libri di un certo tipo, di certe case editrici….
    Le librerie indipendenti e piccole difficilmente hanno un contratto con Mondadori e le novità di ufficio, primo perchè non è conveniente per entrambi i soggetti, secondo perchè (aspetto più importante), se sei indipendente, lo sei anche per questo motivo. E’ vero, non mi rifornisco dai distributori, ma dai grossisti, ma le assicuro che si possono ricevere libri ordinati dopo due giorni dall’ordine (non mi sembra molto tempo…)
    Tutto questo per dire che non mi sento un distributore automatico di libri, e non credo che la mia competenza, sia pur limitata, possa essere sostituita dalla velocità di esecuzione (non credo che molti dei libri che lei un tempo consigliava su un mensile possano trovare posto nei distributori automatici…).
    Mi dispiace che pensi che la categoria tutta sia esclusivamente alla ricerca di un fido con interesse agevolato; generalizzare non ha mai portato da alcuna parte, e mi rattrista il fatto che lo faccia una persona che dovrebbe essere in grado di discriminare, visto che il settore lo conosce da lunghi anni.
    Ultima nota a proposito del generalizzare: la mia libreria si chiama “il viaggiatore leggero”, e contrariamente a quanto pensa lei, non è una libreria specializzata in libri da viaggio. Per ulteriori informazioni, visiti il sito della fondazione Alexander Langer per saperne di più…….
    Grazie ancora dell’ opportunità offerta per la discussione.

  7. Flavio scrive:

    L’invito ad Illich è formidabile, perché i mezzi di comunicazione che vengono utilizzati sono quelli che, attraverso un uso improprio, garantiscono ai giganti finanziari di prosperare per appropriarsi, innanzi tutto, dell’immaginario di chi li riempie.

    I servizi internet creano plusvalore. Spesso dietro i server su cui transitano le informazioni digitali si nascondono lavoratori che vedono sottratto il loro tempo, il tempo non utile alla produzione del servizio e che va ad arricchire il grande mercato finanziario. Nella misura in cui lo scambio elettronico cela le espressioni dei mittenti e dei destinatari, espressioni facciali, mimiche dei gesti del corpo, e nella misura in cui non è possibile cogliere ciò che di ineffabile c’è nella comunicazione animale, tale scambio elettronico è saccheggio, è dispersione di energie psichiche – che poi spesso vengono raccolte o indirizzate per essere messe a profitto. Perciò vi invito ad incontrarvi più spesso, perchè la convivialità è incontro e di corpi vivi.

    Così come vi invito a considerare le modalità di discriminazione attuate attraverso la tecnologia, ad esempio http://tiny.cc/8sr77

    E poi quando la tecnologia non serve gli interessi dei potenti, ecco che il primo ministro inglese, il fascista Cameron, si dice pronto ad oscurare i Social Network!

    Perchè tutto sommato di convivialità, attraverso la tecnologia, se ne può creare tanta, basta saperla usare in maniera consapevole, ad esempio per comunicazioni logistiche ed in modalità anonima.

  8. (Prego, Federica).

  9. giuliomozzi scrive:

    Gentile Dario Consonni,

    nel suo intervento lei dice di non riconoscersi nel ritratto che io ho fatto di “un certo tipo di librerie indipendenti e generaliste”. Ne sono lieto; e le auguro prosperità.
    Non ho dati certi sul numero di librerie indipendenti che hanno fatto il contratto con Mondadori per l’invio d’ufficio. Un dirigente Mondadori mi diceva, un paio di mesi fa, che i “punti vendita” con quel contratto sono circa 700 (e dietro le parole “punto vendita” c’è, ovviamente, di tutto).
    A queste andrebbe aggiunta una certa quota di librerie in franchising con Mondadori (marchi: Mondadori e Mondadori Junior, Edicolè, Gulliver), che sono oggi 471. Alcune di queste librerie – non so quante – sono nate come librerie in franchising, altre – non so quante – sono librerie provenienti da altri franchising, altre – non so quante – sono librerie indipendenti convertite al franchising (la proposta di contratto di franchising è esplicitamente rivolta non solo a nuovi imprenditori, ma anche “a chi già possiede una libreria ma desidera incrementare il proprio fatturato con una politica di marketing innovativa”). Ricordo che un libraio in franchising è a tutti gli effetti un libraio “indipendente”, ossia “padrone a casa propria”, che si è legato a un certo fornitore per la fornitura di certi beni e servizi.

    La sua frase: “Le librerie indipendenti e piccole difficilmente hanno un contratto con Mondadori e le novità di ufficio, primo perchè non è conveniente per entrambi i soggetti, secondo perchè (aspetto più importante), se sei indipendente, lo sei anche per questo motivo” è una tautologia: se lei definisce “libreria indipendente” quella che non ha quel tipo di contratto con Mondadori (o altro fornitore), è evidente che nessuna “libreria indipendente” ha quel tipo di contratto con Mondadori.

    Per “libreria indipendente” io ho inteso invece, nel mio intervento, una libreria aperta da un libraio con un proprio investimento, e a proprio rischio. Che poi i soldi per l’investimento vengano dai risparmi, dalla banca, o da un partner commerciale (es. Mondadori), è un altro aspetto della questione.

    Sarebbe interessante avere, su questi fatti, un po’ di informazioni meno indirette e frammentate di quelle che abbiamo.

    Per chi non sapesse che cos’è il contratto con Mondadori per l’invio d’ufficio, può essere utile questo articolo del “Corriere della sera”. E’ un articolo del 1996 e oggi, mi diceva il dirigente Mondadori di cui sopra, la forma del contratto è un po’ cambiata, ma la sostanza è uguale. Informazioni sul franchising Mondadori: qui.

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  1. […] tutti: scrittori, editori, giornalisti, critici, lettori. L’azione potrebbe partire da qui. Riprendi a leggere da qui. Per ora non ci sono altri articoli su questo argomento. Questo articolo è stato scritto da […]



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