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“Vita e morte delle aragoste” di Nicola H. Cosentino: un estratto

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È in libreria Vita e morte delle aragoste di Nicola H. Cosentino (Voland): ne pubblichiamo un estratto ringraziando l’editore e vi segnaliamo che mercoledì 5 luglio alle 18.30 l’autore presenta il romanzo alla libreria Assaggi di Roma con Paolo Di Paolo. (Fonte immagine)

di Nicola H. Cosentino

Il toro e la bottiglia
2005, estate

Per un periodo, al liceo, gli piacque l’idea delle corride. A me no, a me hanno sempre fatto senso, ma per Vincenzo erano l’anima di sangue della Spagna, e la Spagna lo appassionava. Quando andammo a Siviglia non lo propose neppure, gli venne in mente la Maestranza che già eravamo di ritorno, ma a diciott’anni si arrampicava in rischiose metafore le cui parti erano il toro, il torero, le sue ragazze e lui. Sugli spalti nessuno. Diceva di amare in modo esagerato, e di gestire la passione come il matador col toro nell’arena, che provoca e rabbonisce fino allo sfinimento. Vero.

Era un romantico insicuro, bisognoso di prove eclatanti e tauromachiche aspettative, tipo: questa è la volta della vita; è la ragazza più bella della scuola; è più talentuosa di me. Non lo diceva mai per non sembrare troppo coinvolto, ma so che pensava spesso al futuro. A una relazione stabile, ai figli, al matrimonio, a sé stesso in canottiera, bandana e mutande che – più muscoloso di quanto non fosse – teneva sulle spalle una bella ragazza, svestita pure lei, intenta a riverniciare una stanza vuota. Il più delle volte, quella ragazza che gli stava sulle spalle somigliava a Paola Molinari, una bionda del collettivo Mi spiace non mi lego a questa schiera, rimarrò pecora nera di cui entrambi facevamo parte. A che servisse il collettivo non me lo ricordo, ma delle esperienze passate non si dice mai che siano state inutili.

Nove parole su Paola Molinari: Vincenzo scriveva su di lei racconti porno straordinariamente romantici. Il primo lo trovai su quello che pensavo fosse un Quaderno di Dialogo (agendine, cioè, che usavamo per discutere durante la lezione, praticamente una chat cartacea) e che invece era un taccuino suo. Non confessai subito, perché di fatto avevo invaso la sua privacy, ma lo lessi. Gli altri li abbozzava in una certa zona della Moleskine che ci eravamo regalati ai compleanni, per poi piegarli in fogliettini e nasconderli nella piccola tasca sul retro. Prevedevano un innamoramento, provocazioni da parte di lei, un netto rifiuto da parte di lui, un’insistenza di lei, un cedimento di lui, la rivelazione della di lei (improbabile) verginità e dopo la prima volta una lunga e consolidata relazione monogama, animata da amore profondo, premiata con il concepimento di almeno due figli nati prima della fine del liceo, e una serie incalcolabile di scambi e quartetti e orge-premio di qualsiasi natura e per tutti i gusti, unica vera nota pornografica di quelli che Vincenzo chiamava, dopo avermi scoperto a leggerli, i miei pamphlet erotici.

Paola era fidanzata col tesoriere del collettivo, che a pensarci adesso non ho idea di cosa tesorasse, mi sa che era una carica inventata. Si chiamava Edoardo Stirparo, detto Moscacieca perché aveva perso l’occhio destro durante una rissa in un campo rom, incassando una badilata in pieno volto. L’occhio di vetro non si notava proprio, tanto che questa del badile ci sembrava una leggenda, ma Moscacieca ci aveva comunque guadagnato un certo charme e, soprattutto, Paola Molinari. L’interesse di Vincenzo, in ogni caso, non defluiva a vuoto, perché lei nutriva nei suoi confronti un sentimento strano, che adesso chiamerei fascinazione ma un tempo, quando avevo un forte senso del limite, definivo stima – parlavamo tanto di barriere da infrangere (tra classi, tra categorie, in questo caso tra popolari e impopolari) che ormai le ritenevo insormontabili.

Non credo volesse andarci a letto perché sia io che lui a sedici anni non brillavamo per sensualità, ma un paio di volte si erano scambiati libri con un fiore dentro. Libri di spagnoli o sulla Spagna perlopiù: Marías, Montalbán, García Lorca, Millás, Giménez Bartlett e  di Hemingway, il suo preferito, da cui nasceva – credo – questa follia adolescenziale per le corride, che con me magnificava e con lei si sperticava a biasimare.

Paola era bella, bionda, ambrata di pelle e provocante in modo involontario: sotto i Levi’s sformati e i maglioni di pelo tibetano, il fisico racchiuso tra stringate viola e pashmine abbinate affiorava tonico, curvilineo, perfetto. Era un’idealista e un’alternativa. Si definiva così da sola, e così la definivano pure i meno alternativi, come si usava fare, con una nota di derisione. Corteggiava l’ecoterrorismo prima ancora che Vincenzo riuscisse a formulare un pensiero libero sul suo rapporto con la Chiesa, o che ottenesse uno strappo di mezz’ora al coprifuoco dei quattordici anni.

Dopo il ginnasio, approfittando di una crisi con Moscacieca, se n’era scappata in Messico per un’intera estate ed era tornata con l’anello al naso e il tatuaggio di un acchiappasogni intorno al capezzolo sinistro. Vincenzo, in quella fase, comprendeva già che la smania degli altri non si placa elargendo amore o peggio il proprio tempo. Temeva e biasimava l’isteria disertrice di Paola, ma continuò a volerle bene per il fatto che si capivano al volo per le cose di libri e di politica e di Spagna, e ogni tanto in classe si scambiavano occhiate sorridenti.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.

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