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Vita e rivolte di John Lewis

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

John Lewis non ha mai smesso di credere nel progresso, vivendo da protagonista sulla propria pelle le principali battaglie contro il razzismo e per i diritti civili che hanno segnato il Novecento americano. All’età di ottant’anni è morto, colpito da un tumore al pancreas, l’ultimo grande simbolo del Movimento per i diritti civili. Un leader longevo del quale non svanirà la memoria nella storia politica e sociale statunitense.

Debilitato dalla malattia, ha sostenuto le proteste innescate dall’assassinio di George Floyd. Comprendendo le ragioni della rabbia, al movimento Black Lives Matter ha suggerito: «Siate costruttivi, non distruttivi». La perseveranza dell’impegno e la visione di Lewis restano un faro non solo per gli attivisti.

Lewis, classe 1940, nato a Troy nel profondo Sud, in Alabama, poco più che ventenne vide nella scelta della rivolta non violenta la risposta all’ingiustizia di una società governata dall’arbitrio razzista. Nelle giornate più buie, marchiate dalla repressione dura dello Stato, dalle ferite fisiche e da quelle morali, finite con le spalle al muro in una stazione di polizia per le foto segnaletiche, il suo sguardo mostrava e manteneva la radicale fiducia nel cambiamento propria del Movimento per i diritti civili, di cui è stato un regista fondamentale.

Dalla fine degli anni Cinquanta a Nashville, il più giovane oratore della Marcia su Washington del 1963, sfidò a viso aperto le leggi razziste Jim Crow, esistite per un secolo dalla conclusione della Guerra civile al 1968.

Per comprendere la linea d’azione di Lewis, per trentatré anni membro del Congresso in rappresentanza della Georgia, che ha caratterizzato i suoi sessant’anni da attivista è utile rileggere un passaggio della Lettera dalla prigione di Birmingham dell’amico e mentore Martin Luther King Jr.: «L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi così acuta da suscitare una tensione insopportabile, tale da costringere una comunità, che si è sempre rifiutata di trattare, ad affrontare la situazione».

Nel 1961 Lewis è stato uno dei primissimi Freedom riders, i cavalieri della libertà organizzati dal Congresso per la parità razziale, che ebbero il coraggio di sedersi nei mezzi di trasporto pubblici e nei ristoranti, dove era loro vietato dalle odiose norme segregazioniste. Il penultimo tweet di Lewis ricorda proprio un episodio legato a queste dimostrazioni. Lo avevano arrestato a Jackson, perché aveva utilizzato un bagno riservato ai bianchi.

Il 7 marzo 1965 Lewis guidò la prima storica marcia dalla città di Selma a Montgomery, capitale dell’Alabama. Erano seicento attivisti. Marciavano in maniera composta in fila per due. Lewis indossava un elegante trench color panna e aveva sulle spalle uno zaino. All’attraversamento del ponte Edmund Pettus si scatenò la violenta aggressione di cittadini e della polizia dell’Alabama.

Una foto iconica ritrae Lewis in ginocchio, mentre cerca di proteggere il collo dal manganello di un agente. Una manifestazione pacifica si trasformò in una domenica di sangue, che però segnò una svolta decisiva per il Movimento dei diritti civili. Nel paese si moltiplicarono le marce e a Washington si comprese l’urgenza di agire con il passaggio del Voting Rights Act, che proibì le discriminazioni elettorali su base razziale.

Insieme alla protesta, Lewis ha lavorato sempre alla costruzione dell’alternativa politica. Una delle sue principali battaglie è stata quella per l’accesso e la partecipazione degli afroamericani al voto.

Negli anni Sessanta, in un’epoca di forti contrasti tra l’ottimismo di una visione aperta e proiettata verso il futuro e la cupezza della segregazione permanente, dopo l’approvazione del Civil Rights Act che pose fine alle Jim Crow, Lewis era consapevole di quanto fosse ancora lungo il cammino verso la libertà e di alcuni limiti strutturali della lotta. La sopraffazione, come d’altra parte le forme di supremazia sugli afroamericani, hanno trovato altre strade entrando nel Ventunesimo secolo.

Lewis possedeva grandi doti di comunicatore e sapeva raccontare. Insieme alla splendida autobiografia, Walking with the wind, è imperdibile la sua trilogia di graphic novel March, vincitrice dell’Eisner Award, che ripercorre la storia del Movimento per i diritti civili.

Nel 2011 Barack Obama ha insignito Lewis, che ha creduto in lui e sostenuto fortemente la sua candidatura, della Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza assegnata dalla Casa Bianca. Nell’ora del dolore per la scomparsa, il presidente emerito lo ha elogiato con queste parole: «Ha dato tutto sé stesso alla causa della libertà e della giustizia, ispirando intere generazioni nel provare a vivere nel suo esempio».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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