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Tra vita e sopravvivenza: “Permafrost” di Eva Baltasar

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Sente di abitare un limite rasente al nulla, una dimora provvisoria come il corpo stesso. La protagonista del nuovo libro di Eva Baltasar (Permafrost, traduzione di Amaranta Sbardella, Nottetempo), vive perennemente lungo il confine tra la vita e la sopravvivenza, marcato da paure e assenza di sogni, desiderio di morte e labili illusioni legate a un’idea di arte come ansia di creazione.

Appena laureata in Storia dell’Arte, la giovane donna di cui mai verrà rivelato il nome si muove tra Barcellona, Cardrona e Bruxelles nell’intento di perseguire unicamente ciò che le crea piacere: la lettura e il sesso occasionale con donne diverse, cercando di eludere ogni responsabilità a partire da un lavoro e legami stabili dietro alla convinzione della propria incapacità di amare. In quell’indolenza risiede la prima ribellione a una condizione percepita come imposta, a cui risponde anelando uno sradicamento per ricercare nella provvisorietà una personale via per avanzare nell’esistenza. “Dovevo solo lasciarmi vivere senza opporre resistenza, come farebbe un rametto marcio lungo il fiume, senza altre pretese che filare via accogliendo ogni cambio di direzione, accettando l’usura”.

Portatrice consapevole di quell’infelicità legata alla nascita che accompagna ogni individuo sino alla fine della sua esistenza, come sosteneva Thomas Bernhard, prova a osservarsi tracciando un percorso emotivo del suo vissuto. Rintraccia in quel flusso interiore ininterrotto reso in prima persona le origini di quella brama di assenza e di aspirazione alla decostruzione: “La mia vita è un accidente predicabile, violentatore. Non definisce ontologicamente la mia esistenza bensì la occupa come un manipolo di soldati, ci si fa forte e mi assolutizza. Autogiustificata, mi distrugge”.

Un racconto fatto per frammenti, intimo e ironico che delinea i tentativi di rispondere alla violenza sviluppando una repulsione per ogni forma di affettività manifesta e ha origine nella percezione di inadeguatezza ed estraneità alla propria sfera affettiva: un quotidiano segnato dal rifiuto di sottostare alle aspettative e ai giudizi della realtà sociale di appartenenza di cui si considera “un’estranea che tutti riconoscono”. Baltasar traccia un’idea di famiglia che, come tante, non fa che chiudersi in sé stessa “come città in assedio” in cui ogni componente richiama gli stereotipi che la protagonista rifugge, a partire dalle discriminazioni percepite per la sua omosessualità incarnate da una sorella fragile e arroccata dietro un fortino di certezze destinate a infrangersi, sino al rapporto controverso con una madre resa nella sua urgenza di controllo e autocompiacimento, e con un padre incapace di emanciparsi dall’immagine di puro prolungamento materno, “una sorta di infra-io che era una indissolubile parte di lei”.

Lo sguardo lucido della protagonista si protende al di là di tali storture, alla ricerca di una via di salvezza che permetta di esularsi dal presente e riconnettersi puntualmente al motivo dominante: la morte e la sua ricerca. Cardine delle sue riflessioni l’osservazione distaccata e cinica degli altri, anche della figura che appare diametralmente opposta a lei, sua sorella, che incarna l’immagine frutto della proiezione di aspettative altrui e della costruzione di un’esistenza convenzionale destinata all’infelicità.

L’intera narrazione è innervata da una riflessione costante sulla compresenza della morte nella vita. “Mi chiedo ora perché ci siano limiti di finitezza esistenziale ai quali la morte non può nemmeno aspirare. La morte necessita solitudine per esercitare il proprio potere e amore e solitudine sono sorelle che si respingono a vicenda”. Irrimediabilmente connesso a una personale idea di fine, il desiderio rappresenta una coordinata necessaria per orientarsi nel racconto intimo strutturato per frammenti e immagini figurate che attinge ad alcuni aspetti del vissuto dell’autrice resi finzione narrativa.

Inconfondibile voce poetica catalana insignita di numerosi riconoscimenti in Spagna per i suoi versi, Eva Baltasar approda per la prima volta al romanzo con una prova valsa il premio Llibreter de narrativa nel 2018, e che prevede la traduzione anche in inglese, francese e portoghese. Identifica nella forma romanzo i temi fondamentali che caratterizzano la sua poetica, a partire dalla riflessione sull’origine sino alla scelta di usare il linguaggio concepito nella sua forma liquida come strumento primario di indagine sulla materia. I costanti interrogativi che dominano i suoi versi e risuonano in Permafrost rimandano a riflessioni esistenziali che partono dall’immagine dello spazio, “Il tutto è lo spazio dove entra il resto” come scriveva in Animals d’hivern (Edicions 62, 2016, Barcellona), per focalizzarsi sul disagio dell’individuo, reso in quella giovane donna che cerca il proprio senso nell’esistenza attraverso l’arte e la filosofia, coltivando il desiderio di allontanarsi inesorabilmente da una società che osserva con distacco.

Il costante paragone con gli elementi e con il regno animale permette a Baltasar di connotare le paure, attribuire una forma fisica alla morte, paragonata a un serpente capace di mimetizzarsi su un ramo, e interrogarsi sui grandi temi dominanti come la matrice tossica insita in ogni famiglia, il peso della felicità o dell’infelicità dell’altro nell’accettare la responsabilità di un’unione, e gli esiti dei vincoli insiti anche nell’idea stessa di libertà. La necessità di una destrutturazione risulta essenziale non solo nel rappresentare un impeto narrativo basato sulla degenerazione, ma sostiene anche il piano formale con uno stacco netto tra il preludio poetico e l’evolversi del racconto.

La scelta di aprire il romanzo con una narrazione sospesa vicina alla prosa poetica si struttura attraverso immagini figurate e metafore della condizione di solitudine dell’individuo resa nel costante paragone con gli uccelli, individuati anche in alcuni dei suoi versi come strumento primario del personale disvelamento delle zone di pietà, misericordia e vulnerabilità.

La scrittura come manifestazione d’irrequietezza rivela la sua natura irrisolta perché fondata su interrogativi aperti, a partire dalla relazione tra l’arte e il tempo.

Dove risiedono le paure originarie e come percepirne la forza?, si chiede implicitamente la protagonista, consapevole che la paura, quella “madre che ti soggioga”, tragga la sua potenza dalla “somma di tutti i piccoli sogni ridotti in polvere”. In quell’infrangersi di speranze e illusioni si colloca l’incapacità di vedere il proprio futuro e la tensione alla morte privata di un radicamento religioso, mai messo in discussione, neppure davanti alla malattia. Un’attitudine che si rivela inesorabilmente connessa al modo di vivere la dimensione sessuale: una ricerca resa nella libertà generata dall’affermazione identitaria dopo un percorso adolescenziale che in età adulta si avvicina alla dipendenza del piacere, a un’idea di libertà capace di generare la contrastante suggestione di allontanarsi dalla morte ma di non riuscire tuttavia ad avvicinarsi realmente alla vita: “presente e salva in uno spazio intangibile ma rassicurante”.
Baltasar si interroga sul significato della condivisione carnale usando il paragone con il senso dell’opera in Pollock, non limitato al risultato finale, bensì connesso a un’idea di arte in azione, capace, in quel tratto impulsivo, di celare “un assillo sofisticato, questa cura per il processo, questo eccesso di vita concentrato nel processo stesso”.

L’uso costante dell’elemento ironico e del sarcasmo che permea le pagine, oltre a rappresentare un elemento di particolare riconoscibilità in Baltasar, costituisce per la protagonista una barriera per garantirsi una distanza dalle sue reali paure, che si palesano anche attraverso l’influenza che il riaffacciarsi dei ricordi dell’infanzia genera nel ridefinire costantemente un personale concetto di realtà, deformata dallo sguardo di chi elegge l’assenza come sopravvivenza alla vita. Sarà proprio quel vuoto esistenziale a rappresentare la scelta di non radicarsi in un luogo preciso, e a concepire la solitudine come un rifugio fertile e al contempo un impulso vitale che rappresenta il motore primario del suo agire.

Permafrost è un’indagine sul corpo inteso come strumento primario di misurazione del dolore per comprendere fin dove ci si può spingere nel portare la vita al limite e come trovare nel passato una chiave di lettura utile in tal senso. “Sento che il mio corpo è assediato, solenne e maestosamente penoso, al pari di una torre perforata dalla tristezza. E sento l’intera umanità dentro di me, compressa, concentrata in un posto assolutamente personale”. Il corpo rappresenta il veicolo primario di una ricerca estetica dominante nella narrazione connessa all’arte e alla filosofia e che identifica, al pari della concezione di anima, il veicolo primario di investigazione sensibile della propria coscienza.

A dominare la narrazione è la descrizione della percezione di sé filtrata e protetta da un sottile strato, una membrana che isola il corpo dall’esterno, rendendola apparentemente insensibile persino alle emozioni in riferimento al permafrost, strato di terreno gelato che specialmente alle alte altitudini si trova sotto la superficie terrestre. “Ho un buon rivestimento, io, impermeabile come quello degli scafi, ma non è una menzogna, no: la solidità del ghiaccio preserva un mondo abitabile seppur dormiente”.

L’indifferenza, e quindi l’assenza, appaiono centrali in una narrazione dominata dalla tensione all’indeterminatezza e al vuoto che richiama immagini proiettate sui temi dominanti della poetica di Baltasar, a partire dalla natura intima e animale dell’individuo. La sopravvivenza nella convinzione di schermarsi dal dolore frapponendo una barriera tra sé e ciò che lo circonda si rivelerà ben presto illusoria: nasconde la sottile ricerca di un punto di rottura, una crepa che la infranga, finalmente, per liberarla.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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