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Una vita come tante, di Hanya Yanaginara

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Alla sua uscita in America, nel marzo del 2015, la stampa americana lo ha celebrato e amato al punto da riproporlo unanime a inizio 2016 in cima alle liste dei romanzi migliori dell’anno. Il titolo inglese è A Little Life, una piccola vita (Una vita come tante nell’ottima traduzione italiana di Luca Briasco, in ottobre in libreria per Sellerio, pagg. 980, 19 euro).

La vita in oggetto è quella del tormentato Jude, prima studente affascinante e infelice, poi adulto e avvocato nella New York di oggi. Jude St. Francis è il protagonista dell’imponente (in dimensioni e sentimenti) romanzo della scrittrice statunitense di origini hawaiane Hanya Yanaginara. Alle spalle di Jude – svelata lentamente nel divenire del romanzo – c’è un’infanzia di abusi e violenze. Intorno a lui c’è una corte di amici pronti a risarcirlo d’amore ma incapaci di colmare del tutto vuoto e distanza.

Nelle quasi mille pagine del libro gli equilibri delle relazioni si compongono e scompongono, rimappando di volta in volta la vita pratica ed emozionale di Jude e dei co-protagonisti con tempi quasi cinematografici (più cinema-véritée che fiction) che inchiodano il lettore nell’attesa di un finale appena un po’ diverso dal gioco a somma zero evocato dallo stesso Jude.

“Tutte le vite sono piccole e grandi”, dice Yanagihara, spiegando genesi di romanzo e titolo. “Dal momento in cui nasciamo ci fanno credere che alcune vite abbiano più valore di altre. E non è vero. Quando ho iniziato a scrivere il romanzo volevo creare un personaggio che non guarisce mai del tutto, ma che passa tutta la vita (e tutto il libro) cercando disperatamente di farlo, anche dopo che sia lui che il lettore arrivano alla conclusione che i danni subiti sono troppi, e che è impossibile ripararli”.

Le donne nel romanzo sono solo comparse, più funzionali a rendere credibile l’universo della storia che alla storia in sé.

Le ho escluse, così come ho escluso il tempo, la politica, gli eventi storici. Volevo esplorare i limiti che hanno gli uomini nel parlare delle proprie emozioni, in particolare quando si tratta di paura, vulnerabilità e vergogna. Nella nostra come in altre culture, è come se le donne siano più legittimate a farlo rispetto agli uomini. Per uno scrittore è sempre un dono riuscire a lavorare con personaggi limitati dalla società in cui vivono. In un romanzo puoi farli sconfinare, e provare a vedere cosa succede.

La scelta di New York come luogo dove farli sconfinare è casuale?

La percezione che i personaggi hanno del successo, gli ambienti che frequentano, il genere di famiglia alternativa che provano a formare, sono tutte cose tipiche di New York. Ma il mio romanzo è più psicologico che fisico, e la città è secondaria rispetto ai personaggi. Idealmente ci sono città che ispirano la letteratura più di altre, città come Londra, Mumbai o New York, ma nessuna di loro è mai necessaria a uno scrittore.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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