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Vita, Virginia e Orlando. Osservazioni su Vita e Virginia di Chanya Button

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Ci sono volte in cui penso a Mrs Dalloway e l’unica cosa che mi appare alla mente è l’immagine di Meryl Streep, sciarpa color pastello al collo, che cammina radiosa per le vie di Londra con un mazzo di fiori sotto al braccio. Altre volte, quando penso invece a Orlando, vedo solo Tilda Swinton che solleva la gonna ingombrante del vestito e si affretta nervosa per gli stretti corridoi di un giardino-labirinto.

Lungi dal prendere anche solo in considerazione l’ipotesi di mettere in relazione romanzi e film – questi due romanzi e le loro mutazioni –,  è innegabile che esistano casi fortuiti di trasposizione (o traduzione) cinematografica in cui i personaggi finzionali trovano una tale e totale incarnazione nella attrici o attori che li mettono in scena da far esplodere il limite tra pagina e schermo e far pensare che i corpi che vediamo siano proprio quelli dei personaggi che abbiamo immaginato. I professionisti del settore parleranno di buon casting, io preferisco pensare più misticamente ad una fortuita risonanza estetico-emotiva. Dovessi infatti vedere Meryl Streep per strada, col suo sorriso avvolgente e serafico, faticherei a non pensare che abbia trascorso l’intera giornata cercando di organizzare una festa. Allo stesso modo, di fronte a Tilda Swinton non avrei dubbi a immaginare che cambi genere regolarmente.

Se sia un caso che tra questi rari episodi di perfetta aderenza due riguardino i personaggi che vengono da romanzi di Virginia Woolf, non saprei dire. Quel che non è sicuramente un parametro casuale è la ricchezza e straordinarietà di quell’universo di migrazioni e contaminazioni diegetiche e mediali che si addensa attorno a Virginia Woolf e che ha portato più volte a far saltare il confine tra vita e opera, e tra opera originale e rielaborazioni.

Quello che circonda Virginia Woolf è un universo composto di personaggi che nascono dalla sua esperienza del reale, si trasformano e ricombinano in forme nuove nella sua mente, che si imprimono tramite l’inchiostro sulle pagine dei manoscritti, per poi da lì prendere vita propria e trasferirsi ad altri libri o media.

Il punto di partenza di questo viaggio è il mondo fisico, quello di arrivo uno spazio condiviso tra creatrice e lettori, fatto di parole, emozioni, esperienze e desideri, i cui confini sono mutevoli e pulsanti, come il ritmo della scrittura che ne ha dato origine.

Esemplare della dimensione e continua espansione di questo universo è proprio Orlando. Orlando-romanzo, Orlando-personaggio, Orlando-Vita, Orlando-Tilda. E  ora Orlando-Vita-Gemma (Arterton) nel nuovo film Vita e Virginia di Chanya Button, presentato in questi giorni al London BFI Flare Festival in anteprima europea.

La relazione tra Virginia e Vita Sackville-West, si sa, è avvenuta su più livelli e in più spazi, quello fisico abitato dai loro corpi, quello dello scambio epistolare, ancora radicato nella realtà, ma pieno di silenzi, sottintesi, metafore e allusioni che lo pongono in una posizione ibrida tra reale e immaginario, e quello propriamente finzionale del romanzo. Romanzo? Una biografia, in realtà.

Con la sua dedica a frontespizio e una fotografia di Vita-come-Orlando nell’ultima pagina, Orlando fa scoppiare da subito e per volontà della stessa autrice ogni distinzione tra reale e immaginario, vero e fittizio, personale e pubblico. E’ un’opera radicale e visionaria che ha goduto di un successo immediato, ma che di questo successo commerciale ha finito per soffrire, essendo frequentemente considerata quella di minor valore letterario tra le opere di Woolf.

 

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Eppure da una prospettiva di studi di genere il valore e contributo di questa opera è difficilmente quantificabile. Si tratta infatti del primo romanzo trans – o forse gender queer? – che trasforma e sublima in parola un amore omosessuale di (quasi) pubblico dominio. Quale shock avrebbe dovuto generare in una società che nello stesso anno ha condannato per oscenità Il pozzo della solitudine (1928) e la sua autrice Radclyff Hall, nota lesbica del tempo. Come Orlando abbia passato incolume il duro giudizio di una società che non accetta il lesbismo ha del misterioso. O forse no: l’impianto non realistico avrà sicuramente reso accettabile l’inaccettabile, le strategie di distrazione usate al suo interno (Orlando-uomo è eterosessuale, Orlando-donna desidera le donne, ma è sempre impegnata in altri compiti) avranno funzionato bene, l’immagine pubblica di Virginia – decisamente meno radicale di Radclyff e come riportano i primi biografi, frigida e priva di senso dell’umorismo – avrà contribuito a raffreddare i bollori che pervadono il testo.

Basta tuttavia sfogliare le lettere tra Vita e Virginia, rese pubbliche solo a partire dagli anni ‘70 (e tornate in libreria in Italia proprio in questi giorni grazie a Donzelli Editore per la cura di Elena Munafò, Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio, trad. Sara de Simone), per comprendere che la relazione tra le due donne trova in realtà in Orlando una forma di consustanziazione.

“Ma senti, supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente (il cuore non ce l’hai, tu che t’intrattieni nei vialetti con la Campbell) – supponi che ci sia quel luccichio della realtà che talvolta emana dai miei personaggi, come la lucentezza dell’ostrica – ti secca? Di’ sì o no”

O ancora:

“Stasera Orlando mi eccita: stesa accanto al fuoco, scrivo l’ultimo capitolo.”

Orlando e il carteggio tra le due donne rappresentano gli apici di quel progetto collaborativo che è la creazione di una fantasia comune, intesa nel doppio senso di desiderio e immaginazione. Non si tratta di uno trasferimento del fisico al metafisico, ma di un’attualizzazione al contempo di fisico e metafisico.

“Mio Dio, Virginia, non mi sono mai sentita così elettrizzata e atterrita come davanti alla prospettiva di essere proiettata nelle sembianze di Orlando. Che divertimento per te, e per me anche. Ebbene, qualunque vendetta tu vorrai mai esercitare, ce l’avrai tra le mani. Sì, va’ avanti, rigira la frittella, che sia ben dorata su entrambi i lati, mettici il brandy, e servila calda. Hai la mia completa approvazione”.

Nonostante il grande successo commerciale del romanzo, bisogna aspettare il 1992, perché Sally Potter trasferisca il testo allo schermo, scegliendo di far interpretare Orlando a Tilda Swinton. Con i suoi lineamenti androgini e lo sguardo perturbante, oltre che per la sua associazione al cinema underground queer di Derek Jarman, Tilda/Potter spostano Orlando in un nuovo territorio, un territorio di sperimentazione estetica, fluido, dove l’incontro originale tra Vita e Virginia esiste principalmente nell’esperienza culturale dell’osservatore. Il riferimento esplicito a Vita, presente invece nel testo, viene meno, mentre subentrano le nuove convenzioni di un medium che non  solo ha una dimensione di fruizione temporale limitata, ma che è visivo. Se alla fine di Orlando (romanzo) appariva la fotografia di Vita, che imponeva in qualche modo un’identificazione tra lei e il personaggio, qui quell’immagine è completamente sovrascritta dal volto androgino di Tilda, dal suo continuo straniamento, dai suoi abiti, dai suoi sguardi in camera. Orlando diventa qui, oltre che un film sulla storia del classismo britannico, un’esperienza puramente estetica che traduce per immagini forma e stile di un romanzo. Si possono leggere le note di adattamento di Sally Potter per capire la portata del lavoro e lo sforzo (riuscito) di tradurre stile letterario in inquadrature, a cui si aggiunge quella straordinaria e fortuita coincidenza a cui accennavo in apertura di aver trovato un’attrice in grado di incarnare perfettamente un personaggio finzionale.

Il più recente contributo all’universo Virginia-Vita-Orlando avviene con il nuovo film di Chanya Button, Vita e Virginia. Contrariamente al film di Potter che partiva dal romanzo-biografia per approdare a un nuovo oggetto artistico, quello di Button cerca invece di raccontare cronologicamente la relazione tra le due scrittrici dall’incontro a Bloomsbury alla sublimazione del loro amore in Orlando, personaggio e testo. E’ un film che cerca di mappare le varie fasi attraverso cui l’amore si è trasformato in opera artistica e, conseguentemente, raccontare il valore salvifico della scrittura per Woolf. Nonostante la ricerca filologica che si manifesta nelle numerose citazioni dalle lettere sia interessante, il film purtroppo non vive all’altezza delle sue ambizioni, finendo il più delle volte per tradurre in maniera superficiale e a tratti voyeristica la relazione tra le due donne. Button ha certamente il merito di aver riportato al centro della storia la dimensione propriamente fisica della relazione, spesso taciuta e vissuta dai lettori e dalle lettrici di Woolf come un segreto per iniziati, essendo principalmente dedotta dalla loro corrispondenza piuttosto che esplicitamente confermata; eppure questo merito si ritorce contro Button nel momento in cui va a colmare in maniera troppo audace quegli spazi privati che nella storia del desiderio di Virginia per Vita erano stati volutamente lasciati opachi e nei quali noi, lettori e lettrici postumi, abbiamo spesso proiettato i nostri desideri. Questo non significa rinnegare la dimensione fisica del desiderio, anzi è importante riportarla al centro e rivedere Virginia come soggetto desiderante con una sua propria agency, ma vi è nella messa in scena sullo schermo una sorta di desacralizzazione che non soddisferà tutto il pubblico.

(Se questo non bastasse, vi è anche un’anacronistica musica elettronica che purtroppo, più che accelerare le pulsazioni del cuore, poco aiuta a valutare il pregio artistico del film.)

E’ difficile definire cosa renda questo film così deludente. Sicuramente non aiutano le alte aspettative e il carattere quasi iconico di questa storia che rendono particolarmente severo il giudizio in partenza. A complicare le cose ci sono poi le opere precedenti (il film di Potter e la performance mostruosa di Tilda Swinton), la volontà di trovare necessariamente qualcosa di nuovo da aggiungere a un universo artistico già molto dilatato, la speranza di ritrovare sullo schermo la forma del nostro desiderio. Poi ci sono i problemi estetici del film: i close-ups sfocati di Vita e Virginia che recitano estratti dalle loro lettere non funzionano. Peccato, perché la forza del film sta proprio nella recitazione delle lettere. E qui sarebbe da chiedersi se non sarebbe stato forse più interessante adottare una soluzione simile a quella di The Dreamed Ones di Ruth Backermann, dove due attori in una stanza leggono con grande intensità lo scambio poetico e letterario tra Ingeborg Bachmann and Paul Celan.

Se la forza del film è nelle parola scritta, punto di origine della storia, allora il contributo del film all’espansione di questo universo artistico è purtroppo prescindibile.

Ci sono opere che contribuiscono all’espansione dell’universo immaginario che circonda un testo: è il caso di Orlando di Sally Potter e Tilda Swinton che trasforma un romanzo in una nuova opera estetica aggiungendovi una dimensione visibilmente androgina che non tradisce, ma arricchisce, l’opera originale, o quello di The Hours di Cunningham che, assieme al film di Stephen Daldry  con Meryl Streep, ricombina arbitrariamente vita e opere di Virginia in un lavoro, che pur essendo altro, cattura lo spirito di Mrs Dalloway più di quanto possa fare qualunque adattamento fedele. Sono –  queste –  opere che lavorano per addizione, che tradiscono l’originale, ma che proprio tradendolo non solo lo arricchiscono e centralizzano, ma portano l’attenzione su quello spazio di negoziazione tra scrittura e lettura, uno spazio dialettico di desiderio in cui l’immaginario di partenza incontra, contamina ed è contaminato, dal nostro immaginario di lettori. Il film di Button purtroppo non riesce in questo intento: vuole essere onesto e nel farlo finisce per darci troppo, finisce per stuccare quelle crepe attraverso cui spiavamo la storia di Vita e Virginia e inserivamo il nostro desiderio.

Non per tutti sarà un male, non tutti lamenteranno questa inibizione del desiderio. Alcune opere riescono meglio di altre, si sa. L’universo che circonda Vita e Virginia continuerà a pulsare, a volte espandendosi, altre restringendosi un po’. Io da parte mia continuerò a immaginare Orlando col volto di Tilda Swinton, ma non escludo ci possa essere chi vorrà vederlo con quello di Gemma Arterton.

Giorgia Tolfo è nata a Marostica (VI) nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna, scrive su varie testate online ed è programmatrice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).
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