vite al genitivo 3

Vite al genitivo

vite al genitivo 3

I grandi scrittori finiscono nelle enciclopedie, i fuoriclasse nei dizionari. Borgesiano, kafkiano, felliniano, solo il genio entra a far parte del linguaggio comune trasformandosi in un aggettivo.

In questo senso io mi sento borgesiano fino al midollo, ma non per come quell’aggettivo viene inteso dalla vulgata turistica dell’argentino, tutta una paccottiglia di specchi, labirinti e biblioteche da catalogo illustrato di Franco Maria Ricci, quanto per l’attrazione per le vite inavvertite, quelle che brillano solo di luce riflessa. Secondo Alan Pauls tutto risale a una stroncatura, la prima che Borges ricevette nella sua lunga e gloriosa carriera letteraria. Il critico Ramon Doll negli anni 30 bollò i suoi primi racconti come  letteratura parassitaria, capace solo di «ripetere male ciò che altri hanno detto bene, o di spacciare per inedito il Don Chisciotte della Mancia» (e si noti che in quella data ancora non era stato scritto il Pierre Menard).

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Borges, aggiunge Pauls, non respinse la condanna di Doll, ma ne fece il centro della sua poetica. Ecco perché l’opera di Borges “abbonda di questi personaggi subalterni, un po’ oscuri, che seguono come ombre le tracce di un’opera o di un personaggio più luminoso. Traduttori, esegeti, annotatori di testi sacri, interpreti, bibliotecari, perfino gregari di guappi armati di coltello: Borges definisce una vera etica della subordinazione […] Essere una nota a piè di pagina di quel testo che è la vita di qualcun altro: non è questa la vocazione parassitaria, insieme irritante e ammirevole, meschina e radicale, che quasi sempre prevale nei migliori racconti di Borges?”

Beh, a me capita spesso che mentre sto studiando la vita di qualche grande artista, d’un tratto vengo preso dal desiderio impellente di approfondire la storia di una sua anonima comparsa che mi sembra incomparabilmente più interessante.

Un esempio. Visito l’ultima casa in cui abitò Giorgio Manganelli, a Roma, in via Chinotto 8 interno 8. Decido di scrivere un articolo per il Foglio. Parlo con gli attuali inquilini, giro tutte le stanze, poi sento al telefono sua figlia Lietta, che mi racconta nel dettaglio le circostanze della sua morte, il fatto che spirò da solo all’alba nella sua camera da letto, mentre si stava infilando i calzini. Poi mi dice chi scoprì per primo il corpo, la sua governante ciociara Attilia, che lo seguiva fedelmente e con gran discrezione da anni, un po’ come Fanny, la criada di Borges, il cui nome completo era Epifania Uveda de Robledo.

Cerco di saperne di più ma Lietta ricorda solo il nome, e il fatto che Attilia dopo quel giorno infausto si trasferì in Australia dove viveva sua sorella.

Sono vite al genitivo, nel senso che esprimono un’appartenenza, una specificazione o una dipendenza da qualcun altro, ma non hanno nulla di parassitario. Sì, passeranno alla storia e verranno ricordate solo per quella frequentazione, ma il loro orbitare intorno alla stella sembra averle ustionate in profondità.

Un altro esempio. In questi giorni stavo pensando di scrivere un articolo per i 50 anni della morte di Marc Rothko. (Sì, è vero, non se ne può più di anniversari, tra Fellini, Raffaello & Co., ma questo è l’unico modo oggi per farsi pubblicare senza indugi dai giornali. E comunque esiste la maniera di sfuggire alla retorica funebre del “tutte le salme finiscono in gloria”, e la mia preferita è quella manganelliana della scommemorazione, magari evidenziando le offese e le stroncature famose, quelle più fondate, in modo che non sia facile poi confutarle, come per questo anniversario di Borges). Dovendo parlare di Rothko volevo cominciare dalla ricorrenza della sua tragica fine, il 25 febbraio 1970, quando si tolse la vita nel suo studio sulla 69esima est.

Per prima cosa mi informo sul tempo che c’era quel giorno, perché esiste un sito con tutte le temperature del mondo che risale addirittura al 1930, e scopro così che non faceva tanto freddo come mi aspettavo in base alla data e al luogo, anzi ci fu una notevole escursione termica dal giorno prima. Alle 9 di mattino del 24 febbraio 1970 infatti a Manhattan c’erano 5 gradi centigradi, e il giorno dopo il barometro salì a 11°. Era nuvoloso, e questo ci sta, e spirava un leggero vento di 20 mph, che dovrebbero essere 30 nodi circa.

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Rothko all’epoca aveva 66 anni, una salute molto compromessa ed era afflitto da una depressione terribile. Pochi mesi prima si era separato dalla seconda moglie, l’illustratrice Mary Alice Beistle detta Mell, e aveva cominciato una turbolenta relazione con Rita, la vedova di Ad Reinhardt. Il successo non gli mancava, i prezzi dei suoi dipinti erano già proibitivi, ma tutto questo lo aveva reso molto sospettoso verso la pletora di profittatori da cui era circondato, e in conseguenza di ciò si era isolato parecchio uscendo pochissimo dalla sua casa studio, come riferiscono gli amici più stretti che lo frequentarono in quegli ultimi giorni, come Brian O’Doherty.

Proprio lui racconta che nell’ultima occasione mondana, la grande festa che Rothko diede nel suo studio nel dicembre del 1969, quasi come un congedo dal mondo, apparentemente per presentare a galleristi e collezionisti le sue ultime opere scurissime che rasentavano il monocromo, il suo testamento spirituale e insieme una vertiginosa interrogazione del vuoto destinata alla cappella di Houston (che fu inaugurata solo postuma), lui si aggirava fra gli ospiti con lo sguardo vitreo come uno spettro.

Eppure, di tutta questa vicenda così coinvolgente e drammatica, l’aspetto che mi ha più intrigato riguarda un semplice comprimario. E cioè la storia di un giovane assistente di Rothko, Oliver Steindecker, un ragazzo di trent’anni nato nel mio stesso giorno che sognava di fare l’artista astratto e che per un anno convisse con un gigante dell’arte contemporanea. La mattina di mercoledì 25 febbraio 1970 Oliver si alzò alla solita ora per andare a lavoro, uscì di casa verso le 8 dal 907 di Broadway, all’altezza della 22esima, prese la metropolitana per l’Upper East Side e arrivò alle 9 allo studio di Rothko. Lì dentro, in quella vecchia rimessa per carrozze dai soffitti altissimi, trovò Rothko disteso sul pavimento della cucina in una pozza di sangue con le braccia aperte, come un cristo crocifisso.

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Non so che successe dopo, ma negli archivi di arte contemporanea non vi è più traccia del suo sogno di diventare un pittore. Due anni più tardi Oliver ricomparve sulla scena pubblica, ma questa volta in qualità di attore. Ottenne infatti due particine nella commedia Amiamoci così belle signore (titolo originale Last of the red hot lovers, tratto da uno soggetto di Neil Simon), dove impersonava un tassista occhialuto e barbuto, e in Toccando il paradiso, (titolo originale Something short of paradise, del 1979, con Susan Sarandon protagonista), dov’era ancora meno caratterizzato (il suo ruolo nei titoli di coda è definito semplicemente quello di un “bearded man”).

Infine abbandona ogni velleità artistica e, grazie alla pervasività della rete, oggi lo ritroviamo medico pensionato di ottant’anni con due figlie, residente a Southampton (sempre Stato di New York) e sposato con Elaine Fox, una psicologa specializzata nel seguire chi vuole ricorrere al suicidio assistito.

Commenti
2 Commenti a “Vite al genitivo”
  1. dario scrive:

    magnifico!

  2. Elena Grammann scrive:

    Bell’articolo, letterario – nel senso che apre una crepa sottile in cui la riflessione si ingolfa senza incontrare un fondo. Perché quello che noi abbiamo è la prospettiva del narratore. Ma la prospettiva del soggetto di una di queste vite al genitivo rimane avvolta nel mistero.
    Si può configurare come una specie di dramma: il dramma di un individuo che per un attimo, per così dire di striscio, viene rilevato e distinto nella massa anonima da una luce, che però non è la sua.

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