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Vite di Carlo Coccioli. “Il grande karma” di Alessandro Raveggi

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«Luego, lui mi ha rimandato a “luego”: che qui significa, ho imparato a mie spese, tra due minuti, nella prossima vita, forse davvero mai. Hastaluego che ha il senso di un “ci vediamo all’Inferno”».

Uno scrittore che vuole raccontare la vita di un altro scrittore come fa? La prima strada è quella della biografia tradizionale. Parliamo di ricostruzione storica, dati oggettivi, fonti, confronti, apparati critici magari, note, approfondimenti, rimandi. Questa è una via che si addice a qualcuno che ha scritto, che ha scritto opere importanti ma che è facilmente inquadrabile, soprattutto trovabile. Cerchi un’opera e la trovi in biblioteca, vuoi una fonte diretta e ci sono i figli, altri familiari. Vuoi vedere dove ha lavorato ed ecco quella università, la redazione di un giornale. Il posto dove andava in vacanza. Oppure il posto dove è morto, sì, povero, ma documentato. Per la biografia tradizionale occorre il documento.

L’altra via è quella di costruire un romanzo intorno alla vita di uno scrittore. Molto meglio se di questi conosciamo poco, se è scappato di posto in posto per tutta la vita, se dell’irrequietezza ha fatto il suo marchio di fabbrica, se è stato tutto e il contrario di tutto, se le sue opere principali sono più conosciute all’estero che nel suo paese d’origine. Se ha fatto di tutto per far perdere le proprie tracce pur disseminandone tantissime. Lo scrittore è Carlo Coccioli, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita, il romanzo su di lui si intitola Grande Karma e lo ha scritto Alessandro Raveggi per Bompiani.

Tutto gli apre animato da una ragione profonda. Tutto gli pare innamorato di Dio.

Carlo Coccioli è un uomo in fuga dalle mode, dai gusti letterari, dai salotti, dal proprio paese, da se stesso, o meglio da quella parte di sé che il giorno dopo era già cambiata, perciò non più concepibile. La qualità della sua scrittura lo rendono tra i più interessanti scrittori del novecento, eppure pochi sanno chi sia. Coccioli è uno che appena può se ne va. Prima in Francia, poi in Messico, e in mezzo chissà dove. È uomo da nebbia, uno che svanisce nell’ultima porta della bettola più sperduta di Città del Messico per riemergere luminoso in Texas, in Canada o lungo un boulevard. Coccioli è partigiano, apolide, omossessuale, in continua oscillazione tra sacro e profano, tra mistica e fango, tra tormento e noia.

È un uomo incline all’estasi ma allo stesso tempo addomesticabile dall’inerzia. Coccioli, questo emerge dal bel romanzo di Raveggi, è insofferente, indolente, è uno che si stufa. Appare come un’ombra su un muro bianco di una casa messicana, è nitida, la puoi afferrare, ma poi il sole cambia inclinazione e Coccioli non c’è più. Restano le sue opere che da quest’anno saranno ripubblicate in Italia da Lindau, tra queste, forse la più importante,Fabrizio Lupo, che fu bestseller in Francia e pubblicato in Italia solo nel 1978. Coccioli tre lingue parlate, mille vite vissute.

Alessandro Raveggi capisce, studiando lo scrittore livornese, anche grazie alle difficoltà incontrate nel trovare le sue tracce, che c’è un modo di raccontarlo uno solo: metterlo in un romanzo. Ficcarlo dentro la narrazione pura, anche perché la vita di Coccioli è un vero e proprio romanzo. Raveggi inventa un giovane studioso toscano, che spinto da un professore (dietro la promessa di un posto all’università) parte per Città del Messico alla ricerca di Carlo Cocciolie del suo manoscritto inedito.

Il panorama è d’idillio ma allo stesso tempo inquieto, un’inquietudine diversa da quella del Centro Historico. Tutto è troppo perfetto e troppo disabitato qui.

Il ragazzo non ha, almeno inizialmente, la passione di Alessandro Raveggi ma ha la stessa indolenza di Coccioli e ha un’altra forma di irrequietezza. Ha lasciato a Siena una fidanzata, un matrimonio “buono”, come si dice, e adesso è in Messico, dorme in una piccola stanza, deve fidarsi, scavare, intervistare e – contemporaneamente – resistere alla lentezza turbolenta del Messico, ai meccanismi di sparizione che assorbe da Coccioli stesso, a nuove tentazioni.

Alessandro Raveggi mette benissimo in scena il risultato dello sparire di Coccioli. Se lo insegui anche tu devi un po’ sparire, finire nel posto più buio di una vecchia libreria, a ogni domanda fatta scendere in una botola che ti porta sottoterra, a ogni risposta ricevuta volare laggiù a precipizio. Chi è Coccioli? E chi è colui che va a cercarlo? Enrico, questo è il nome del nostro protagonista, troverà il romanzo inedito di Coccioli? E trovandolo cosa perderà?

Confido, in conclusione, che domani si possa affermare che il “caso Coccioli” è stato un malinteso.

Non basta il Messico, il romanzo si inerpica fino a Parigi, poi scende a Firenze, tra biblioteche, i romanzi di Coccioli, le sue scelte, le amicizie, gli epistolari con gli amici Cocteau e Malaparte, del primo è anche la bellissima citazione in esergo, ma anche gli scontri con l’editoria italiana. Non emerge un uomo né facile né simpatico, ma certamente geniale e brillante, uno scrittore coraggioso.

In questo libro troveremo anche molte altre passioni di Raveggi, tra cui la letteratura sudamericana, omaggi all’amatissimo Bolaño, e quel gioco di luci e ombre che chi ama l’America Latina e la prospettiva di perdercisi riconoscerà immediatamente.

Raveggi ricostruisce la figura molto complessa di un grande scrittore incuriosendo i molti che non lo conoscono, dando speranza a chi ne aveva soltanto sentito parlare. Grande Karma è un libro fatto di talento, fatica e passione, complesso ma anche leggero come uno zaino che ha dentro l’essenziale ma che non deve pesare troppo, il viaggio è lungo, il Messico è vastissimo. Infine questo è un romanzo d’amore, perché tutto quello che ha fatto Coccioli, ogni scelta, ogni slancio è dipeso dall’amore, che sia stato per una persona, per la parola scritta, per la ricerca di un luogo altro, per il viaggio in quanto tale.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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