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Vite che non sono la mia

Questo articolo è uscito per Alias

Si apriva con una dichiarazione di resa quel libro deludente che Emmanuel Carrère diede alle stampe nel 2007. Si intitolava Un roman russe e sottoponeva il lettore ad una carrellata di cliché auto-bio-voyeuristici piuttosto indigesta. Scritto bene, come sempre, ma farcito con tutti gli ingredienti di una strabordante corrente letteraria francese che negli ultimi trent’anni ha riempito gli scaffali delle librerie di escandescenze sentimentali, spumeggianti performance erotiche, interi sgabuzzini di paccottiglia intimistica, minutaglia psico(pato)logica, trascurabili avventure dell’inconscio. Sesso, diari e benzodiazepine: un ottimo spaccato dell’Occidente moderno. O ancor più segreti godimenti vagamente onanistici: file di buchi della serratura davanti a cui sedersi a contemplare in monoculare solitudine la solitudine altrui esibita come traccia sgargiante di chissà quale grandezza.
Esattamente tutto ciò da cui Carrère si era convenientemente tenuto a distanza fino ad allora, imprimendo ai suoi libri migliori lo stampo della propria inconfondibile personalità, dei suoi fantasmi, ma retrocessi a schema immaginario, a visione e cornice conoscitiva dentro cui lasciare agire fette di mondo, vite allo stato grezzo, destini emblematici. L’autoritratto obliquo di uno scrittore che sa far parlare le cose per riapparire, quasi per magia, alla fine del discorso: è probabilmente questo il meglio che l’antica passione autobiografica d’oltralpe ha saputo produrre negli ultimi tempi.
Viene in mente un autore poco più grande di Carrère, Patrick Modiano, ugualmente abile nel darsi in trasparenza, invisibilmente presente dietro una scrittura piana e neutrale, sensibile alle minime sfumature di realtà. Se la realtà di Modiano è soprattutto quella storica, Carrère ha esplorato il lato oscuro dell’attualità, immergendosi fino al collo nel torbido vischio del fait divers. Ciò che Dora Bruder ha fatto con la Storia, L’avversario (o La settimana bianca) l’ha ripetuto – e rilanciato – con la cronaca. Come Herzog, cui Carrère ha dedicato un tempestivo saggio giovanile, lo scrittore ha cercato sistematicamente negli stati di emergenza, nelle situazioni-limite, la massima espressione di un’umanità schiacciata da una quotidianità impoverita. Muovendosi abilmente, lui come il regista tedesco, sul pericoloso confine dell’intrusione, dell’avventurismo, dell’impertinenza.
Un roman russe si apriva con una dichiarazione di resa: sono stanco di raccontare storie di esseri intrappolati, di vicoli ciechi, di claustrofobie, diceva, sono stanco: ma devo concedere un’ultima chance alle mie passioni, ai miei tormenti, dopo di che cambierò completamente registro. L’ultima chance è fallita per eccesso di autoreferenzialità. L’uso troppo scoperto dell’egotismo autobiografico ha tradito il più opaco e profondo “realismo ossessivo” di Carrère, chiudendo male una serie, ma aprendo la strada a un nuovo capitolo della sua scrittura. Dopo aver sfogato un narcisismo tenuto a bada per trent’anni, lo scrittore è tornato a parlare del mondo, a raccontare – lontano questa volta dalla sue angosce – Vite che non sono la mia, come recita il titolo dell’ultimo romanzo. La svolta si è prodotta in modo del tutto accidentale. Nell’estate del 2004, Carrère si trovava con la compagna e i figli in vacanza in Sri Lanka. Fatalità straordinaria, orrendo privilegio: quando lo tsunami si è abbattuto lui era lì. Non proprio , si trovava al sicuro, lui e suoi cari si sono salvati, l’onda non l’hanno neppure vista. Ne hanno visto le immediate conseguenze. Nel cuore della distruzione una solidarietà emergenziale ha coinvolto turisti e locali, travolgendo una crisi personale che il narratore stava attraversando e cancellandola – come tutto il resto – dalla faccia della terra. Dopo avere visto da vicino la morte (tra le macerie, negli ospedali, negli occhi dei sopravvissuti) Carrère e la compagna, tornati a Parigi in qualche modo cambiati, si trovano nuovamente ad affrontarla negli ultimi giorni di una malata terminale, la sorella di lei. Qui come prima, la scrittura del francese ripercorre la tragedia con grandissimo tatto ed empatia, senza timore del patetico dove sia la realtà stessa a dare l’impressione «che lo sceneggiatore abbia calcato la mano», e giungendo a toccare, nella sua semplicità quasi melodrammatica, le corde più sensibili di una umanità elementare, essenziale: la vita, la morte, l’amore, l’amicizia, il dolore (alcune di queste pagine potrebbero ricordare molto Philippe Forest, per esempio). Siamo circa a metà del libro quando il racconto prende una direzione inattesa. Un collega della donna da poco scomparsa invita il narratore e la compagna a casa propria, vuole raccontargli il lavoro che svolgevano insieme, prima che lei si ammalasse. La seconda parte del romanzo, forse la più appassionante, ci presenta le figure di Étienne e Juliette, due magistrati che hanno dedicato la loro vita a combattere, dalla posizione di semplici giudici di pace, in difesa di persone sovraindebitate e contro il para-strozzinaggio di banche e società finanziarie. Oltre la bellissima ricostruzione biografica di due personalità eccezionali, fra le mani di Carrère questa titanica battaglia per il diritto del consumo diventa occasione per evocare una fetta di società francese sofferente e diseredata, quasi un piccolo campione narrativo del vasto repertorio raccolto da Bourdieu ne La misère du monde. E forse per mettere in discussione un intero assetto sociale, culturale, persino giuridico. Uno dei principali ispiratori di Étienne e Juliette si chiama Oswald Baudot, figura forte del Sindacato dei magistrati che negli anni settanta tenne, davanti ai colleghi, questo scandaloso discorso: «Siate parziali. Per garantire un equilibrio tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero che non hanno lo stesso peso, spostate l’ago della bilancia da una parte. Abbiate un pregiudizio favorevole verso la donna rispetto all’uomo, verso il debitore rispetto al creditore, verso l’operaio rispetto al padrone, verso l’infortunato rispetto alla compagnia di assicurazioni, verso il ladro rispetto alla polizia, verso la parte lesa rispetto alla giustizia. La legge va interpretata, dirà quello che volete farle dire. Tra il ladro e il derubato, non abbiate paura di punire il secondo.».
Apparso dopo un’immensa catastrofe naturale e un’impietosa malattia mortale, il personaggio di Étienne si delinea, agli occhi dello stesso scrittore, come una sorta di anti Jean-Claude Romand, il nerissimo protagonista dell’Avversario: l’esercizio del diritto e dell’impegno come replica alla dissimulazione e agli incubi nascosti nei meandri dell’identità, nonché del male naturale, immotivato. Forse il lato oscuro di Carrère continua a sedurre più di questo suo nuovo abito civile e fiducioso. Vite che non sono la mia non sarà sconvolgente come L’avversario ma è un libro davvero emozionante, commovente. Un esempio altissimo per tutti coloro che anche in Italia, sempre più spesso, scelgono di seguire la strada di una narrativa testimoniale, documentaria, rasoterra.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
4 Commenti a “Vite che non sono la mia”
  1. christian raimo scrive:

    Questa è recensione, come già ha detto Pacifico, per me è un modello di scrittura critica.

  2. carlo mazza galanti scrive:

    grazie caro christian, sei troppo gentile.

  3. Massimo Avena scrive:

    Ho letto la recensione (bellissima) di questo libro su un inserto culturale di un noto quotidiano. C’è una scrittura e una lettura necessarie (per chi scrive e chi legge). Colpito da un grave lutto recente ho sentito la necessità di leggerlo. Oltre ad essere un opera (imperfetta, quindi più umana, dunque più amabile) necessaria per l’Autore, può esserlo per chi -come me -ne ha udito il richiamo.
    Oltre alla vibrante umanità che descrive con efficacia, fornisce a chi ne abbia un cogente bisogno un riordino al caos ingenerato dal dolore di una perdita. Non importa se rappresenti un lenimento fittizio e solo letterario: è comunque argine, linea Maginot per resistere ancora un giorno e attendere che il trascorrere del tempo ci soccorra, per sfinimento nervoso e ottundimento della vividezza del sentire, per accettazione del nostro essere andati nella terra incognita dove ci sono i leoni.

  4. lunainciel scrive:

    Emmanuel Carrère di Vite che non sono la mia non ne fa un romanzo ma come già in altre occasioni, chiama a testimonianza la sua storia personale e racconta semplicemente la vita, la morte e tutto ciò che sta in mezzo con precisione chirurgica.

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