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Vite che contano: intervista a Djarah Kan

A partire dal primo finesettimana di ottobre torna Internazionale a Ferrara con una formula rinnovata: l’appuntamento con il festival di giornalismo sarà un fine settimana al mese, da ottobre a maggio, con incontri, presentazioni, proiezioni, mostre e workshop. Interverranno numerosi ospiti italiani e internazionali: giornalisti, scrittrici, fotografe e artisti da tutto il mondo prenderanno parte all’evento. Tra questi, Djarah Kan, scrittrice e attivista culturale, il 3 ottobre parteciperà, insieme a Oiza QueensDay Obasuyi, Espérance Hakuzwimana Ripanti, Assa Traoré, Abdourahman Waberi e Gary Younge, con la moderazione di Claudia Durastanti, a un appuntamento dal titolo “Vite che contano”, per parlare di razzismo, antirazzismo e memoria storica e discutere del movimento Black Lives Matter in Italia e in Europa.

di Chiara Mogetti

Cara Djarah, è un piacere conoscerla. Scrittrice e attivista culturale, sta portando avanti un lavoro che si potrebbe definire divulgativo, ma che mi sembra abbia soprattutto a che vedere, oltre che naturalmente con una dimensione creativa, con l’elaborazione collettiva di un pensiero e di una cultura postcoloniali e autenticamente intersezionali. Si tratta di un impegno che può anche essere molto stancante, considerato come le minoranze tendano a essere respinte nella posizione di oggetto della conversazione e si trovino spesso a dover lottare per il diritto a esserne i soggetti. Cosa significa per lei prendere la parola e quali sono le differenze tra i media e i linguaggi tra cui si muove – narrazione, giornalismo, post e dirette sui social?

Scrivere mi ha dato la possibilità di riuscire a raccontare le discrepanze che avvertivo tra il Mondo che vivevo e quello che vedevo raccontato. Solo che i personaggi di quelle storie assurde, tutte sbagliate e carenti di umanità, non erano inventati bensì reali. E c’ero anch’io, c’erano le persone come me, i cosiddetti neri o più genericamente “gli extracomunitari”, ossia quegli individui fuori dalle comunità legittime, autoctone, che ai confini di quella bianchezza e quella italianità, si creano vite di stenti, sempre in bilico tra il puoi e il non puoi. Volevo raccontare delle storie che mi somigliassero, che avessero a che fare con la realtà dei miei occhi e delle mie parole. E volevo che in questa realtà ci rientrassero tutti, non solo i neri, ma anche gli italiani. Ho cominciato a raccontare le storie delle comunità nelle comunità, le loro relazioni intime e soprattutto la mia di storia, che prendevo in prestito per raccontare, soprattutto sui social, qualcosa che in qualche modo riguardava sempre tutti.

Quali sono per lei gli errori principali nella narrazione corrente del razzismo? Quali dovrebbero essere invece i termini del discorso?

Le parole. Le parole sono importanti, parafrasando Nanni Moretti, che in questa celebre frase racchiude l’importanza di una storia raccontata. Le narrazioni non sono mai oggettive. Il modo in cui vengono esposti i fatti, ha molto a che vedere più con quello che non si dice che con quello che si dice. Ci chiediamo che male ci sia a pronunciare la N word, senza fare i conti con l’eredità coloniale che ancora oggi spendiamo abbondantemente nel nostro linguaggio quotidiano. Gran parte delle espressioni colloquiali e della narrazioni che utilizziamo per parlare di tutto ciò che non è né bianco né europeo, sono infettate dal razzismo, dove razzismo sta sempre a rappresentare un’idea di mondo e di società dove i soggetti si qualificano e si sfruttano sulla base dell’etnia. Cambiare il linguaggio significa scoprirsi. Scoprirsi significa rivelare la propria bianchezza e una volta che lo si fa, è difficile non accorgersi di quanto l’identità europea si sia modellata sull’idea che ci sia sempre una controparte sottosviluppata e culturalmente inferiore. Come non esiste notte, senza consapevolezza del giorno, non esiste l’invenzione culturale, storica e politica del bianco, senza quella del negro. Cambiare narrazione significa autodistruggersi e ripensarsi da capo, in quanto occidentali. Solo dismettendo i panni dell’uomo bianco di Kipling, potremo raccontare una Storia differente, dove la razza non sarà il punto di partenza per spiegare tutto quello che è successo e che abbiamo vissuto in quanto umanità.

Il rapporto tra la componente personale e politica è molto delicato. Sappiamo bene come il personale sia un fatto politico ed è diffusa, nelle teorie e nei movimenti transfemministi e antirazzisti, la consapevolezza di come le esperienze siano incarnate e sempre situate. Tuttavia, un eventuale sbilanciamento sulla dimensione, appunto, personale, l’appello all’empatia piuttosto che alla razionalità dei propri interlocutori, sfocia facilmente nella vittimizzazione e, di conseguenza, nell’oggettivazione. Come interpreta e come gestisce le due componenti del discorso?

Ho sempre raccontato di me e della mia esperienza personale di donna razzializzata. Sono convinta che il personale sia politico, ma vivo della certezza che anche la lettura del proprio personale necessiti di una lucida e razionale analisi politica. Ogni volta che scrivo di me, rifletto attentamente su ciò che voglio comunicare a chi mi sta leggendo. Scelgo un frammento di vita, lo isolo, lo scompongo e una volta arrivata alla conclusione che forse quello che ci ho visto dentro è utile anche agli altri, decido di condividerlo. L’empatia è un’arma straordinaria, ma va sempre messa al servizio della comunità e non del proprio narcisismo personale. Se genera cambiamenti di opinione e azione, va fatta circolare, sempre.

Insieme a Espérance Hakuzwimana Ripanti e a Oiza QueensDay Obasuyi sta lavorando a una splendida serie di video trasmessi in diretta sui social, “Non me nero accorta”, in cui portate avanti una conversazione su razzismo strutturale e postcolonialismo a partire da fatti d’attualità. Questo è senz’altro fare rete, organizzarsi, contribuire alla nascita di un soggetto politico – che non è mai soltanto individuale. Com’è nata questa collaborazione? Vi riconoscete in un movimento comune? Com’è fatto e come si colloca l’eventuale corpo politico di cui la vostra iniziativa potrebbe essere una delle manifestazioni?

“Non me nero accorta” è un format nato assolutamente per caso. Io, Espérance Hakuzwimana Ripanti e a Oiza QueensDay Obasuyi ci siamo sempre confrontate privatamente sui diversi aspetti del nostro lavoro artistico e divulgativo. E’ stata la rete a farci incontrare. Siamo diventate amiche e colleghe chattando su Facebook. Successivamente tutte quelle discussioni accese, che condividevamo in questa caotica chat di gruppo su whatsapp, sono confluite in un momento pubblico, dove in diretta streaming da Torino, Ancona e Napoli, parlavamo di politica, di antirazzismo, di tutto quello che ci interessava, dall’antirazzismo al femminismo ai temi di attualità. Sapevamo che nessuno ci avrebbe mai “dato voce”, in qualche patinata tribuna televisiva, come sapevamo anche che in Italia a parlare di neri sono sempre e solo i bianchi. A quel punto abbiamo optato per la possibilità di alzare un po’ di più il tono di voce. Posso dire che funziona. Funziona sempre inventarti spazi senza aspettare che siano gli altri a regalartene uno.

Cresciuta a Castel Volturno, ha raccontato in più occasioni quel territorio e la sua popolazione, intersecando con lucidità categorie ed esperienze di razzializzazione, classe, genere e Meridione nella sua lettura. Un’occasione recente, per esempio, è stata data dall’aggressione e dal femminicidio transomofobico ai danni di Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore. Come si inserisce quel territorio nel quadro dell’Italia vista nel suo complesso? Quali sono gli elementi principali della sua narrazione?

Mi dico sempre che si, sono una ragazza nera, secondo la cultura razzista dominante. Ma sono anche una ragazza di origine ghanese nata e cresciuta nel Sud Italia, che nulla ha che vedere con il resto dell’Italia come se la immaginano gli altri.
Nascere e crescere nel Sud ti mette di fronte a parecchie realtà che nel dibattito pubblico vengono completamente omesse. Il Sud è Terra di lavoro e di sfruttamento, di Camorra e di possibilità negate. Il Sud è terra di emigrazione obbligata e rimpianta, il Sud è terra di emigrati. Ho ereditato lo status giuridico di immigrata da mia madre, poi superato con il recente ottenimento della cittadinanza italiana. Non ero immigrata di fatto, anche se nata da una donna che era immigrata in Italia e che qui si era immaginata una vita per sé e per i suoi figli. Probabilmente però emigrerò anch’io nei panni di casertana in fuga dalla Terra dei Fuochi e dalla disoccupazione che soffoca la mia generazione perché questo è il Sud. Paradossalmente, la consapevolezza di essere una ragazza del Sud, cresciuta in una zona popolare e molto povera, mi tiene ancorata, specialmente quando scrivo, a tutte  quelle esperienze e quelle persone che ho incontrato lungo il mio percorso personale, e che nella loro sofferenza e marginalizzazione sono riuscite a rivelarmi le false promesse del razzismo, che ti illude di essere padrone in casa tua, quando la tua casa è in fiamme, ostaggio della Camorra e del disinteresse della politica, ma tu fai finta che il tuo problema siano gli immigrati.

Negli ultimi mesi ha preso piede, affiancandosi all’idea di politicamente corretto, inteso tendenzialmente in maniera dispregiativa, il concetto di “cancel culture”, al punto che centocinquanta intellettuali si sono mossi per firmare una lettera piena d’allarme in proposito. Le iniziative e riflessioni tese a ripensare il canone letterario, per esempio, o gli spazi urbani, scatenano immediatamente una sorta di panico estremamente aggressivo e auto-referenziale. In quanto scrittrice, come si relaziona alla critica letteraria, all’editoria e, in generale, al mondo della cultura?

Cancellare è più facile che spiegare. Spiegare invece necessita di un lavoro collettivo che non tutti hanno voglia di affrontare. Ci sono libri terribili che reputo profondamente razzisti ma di cui non impedirei mai la lettura. Negarsi la lettura di Kipling non risolverà i problemi di discriminazione che hanno vissuto e continuano a vivere gli afrodiscendenti nel Mondo. Ma affiancare a quei testi una critica che lo decolonizza dalla prima all’ultima pagina, è a mio avviso l’approccio più produttivo in termini di cambiamento.

Che rapporto intercorre fra le sue identità di scrittrice e di attivista, che in Italia si fa spesso molta fatica a immaginare coestensive o anche solo coesistenti? Quali sono i suoi punti di riferimento intellettuali?

L’uomo è un animale politico. Vive di politica e tutto quello che produce è frutto del suo ambiente culturale e politico. La narrativa è la mia passione principale ma non avrei potuto mai scrivere con convinzione se non ci fosse stata la politica a sviscerare la “quotidianità” in tutte le sue parti. Immagino che sia impossibile scrivere senza avere un’idea del mondo o delle relazioni umane. Quando scrivo penso sempre alla potenza con cui Elena Ferrante e Toni Morrison sono riuscite a dipingere la cosmogonia dei corpi femminili immersi nel margine sociale, nella povertà, nelle maglie strette del razzismo e del maschilismo che si espleta con tutta la sua potenza, quando scrivono di amore, di famiglia, di figli, di sessualità. Ho queste due autrici nel cuore e con la loro concretezza gentile, sogno un giorno di poter raccontare persone, posti e accidenti.

Ha progetti per il suo futuro di cui le piacerebbe parlare? E in che direzione vorrebbe che si muovessero non solo i nostri rappresentanti politici, ma anche attivisti, movimenti, intellettuali e società civile?

Scrivere. E tanto. Questo vorrei fare, scrivere così tanto al punto di non avere più la forza di raccontare niente. Voglio consumarmi in romanzi, racconti, spettacoli teatrali, monologhi, saggi.  Voglio che la mia scrittura pervada ogni forma di espressione artistica a cui mi è possibile accedere. E lo voglio fare pensando che un giorno in Italia, la gente scriverà di questo Paese senza l’ossessione per la patria, la famiglia e l’ordine e l’illusione della razza.

Commenti
Un commento a “Vite che contano: intervista a Djarah Kan”
  1. Micheline Mayné scrive:

    Interwiew très intéressante. Il serait mieux de dire «  entre les voix ».
    En attendant l’écriture
    En tout cas une impression de l’Italie qui réconforte

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