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Vivere il presente a Napoli

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di Marco Giacosa

Photo by Paul Thomas on Unsplash

Il viso è sorridente, lo striscione è di quelli colorati, fatti con la stampa e non scritti a mano, il suo viso è una fotografia, lo striscione è appeso nel centro storico di Napoli, nessuno dimenticherà – scrivono – quel giovane, lo chiamano per nome, firmato i suoi amici. Lacrimuccia.

Il centro storico di Napoli è pieno di manifesti a lutto. Sono incollati come viene sul cemento, sul marmo, sui palazzi di questa parte di città che è patrimonio dell’Unesco, tanta bellezza che genera una specie di stupida ansia: ce la farò a vedere tutto, senza esserne sopraffatto? Riuscirò a sostenerla, tanta bellezza? In provincia di Cuneo i manifesti sono piccoli, adesso tutti hanno la fotografia del morto, vent’anni fa no, non si usava. A Trani vidi dei poster, saranno stati un metro per cinquanta centimetri, immensi: incollati nei loro spazi, non un millimetro di fuori. Perché tanta differenza, tra un campanile e l’altro?

A Napoli i morti sono vivi. Il cimitero delle Fontanelle, a Materdei, nacque per dare una sepoltura, anzi un culto, alle anime insepolte, alle ossa e ai teschi che venivano trovati durante i lavori per la costruzione del Maschio Angioino, per la costruzione di via Toledo, insomma un tempo c’erano le epidemie e i morti venivano gettati così, tutti assieme nelle fosse comuni. Non si fa. Porta male. Li recuperiamo. Così eccoli qui, migliaia di teschi e di ossa nel fresco di questo buco nella montagna, rione Materdei. È tremendo il senso di pace in mezzo ai morti, ai resti, ai crani. Dovremmo essere atterriti, siamo in pace. Qui, a Napoli.

Nel centro storico è morto questo ragazzo, gli amici gli hanno fatto lo striscione. Il giorno dopo la lacrimuccia siamo per caso negli stessi metri. Da quei balconi, più o meno, dello striscione, qualcuno sta lanciando dei petali bianchi dal primo piano, cadono a terra accompagnati da un applauso. «Un matrimonio!», ci diciamo, d’impulso. Accorriamo: e chi se lo perde, un matrimonio napoletano?

Invece di bianco c’è la bara, più ci avviciniamo più le grida anziché di festa vengono prese per quello che sono: di dolore. C’è un carro funebre. È la sepoltura del ragazzo.

Donne, piangono. Sono le prime dietro al carro, che parte, accompagnato dalla processione a piedi. Le donne piangono, versione moderna delle prefiche: nessuna è in nero, fa caldo, gli abbigliamenti sono estivi, canottiere, scarpe aperte, quello che viene, chi se ne frega, è morto un ragazzo giovanissimo, nessuno qui più ascolterà la sua voce.

Qualcuno, dalle retrovie, qualcuno che non ha capito, suona il clacson. Una volta sola però. Qualche turista fa la foto. Dopo, nel corteo, vengono gli uomini. Infine, nella gerarchia, gli uomini con gli scooter, che vengono portati a mano, spenti. Gli scooter hanno, in pancia, degli striscioni, chi porta lo scooter indossa una maglietta bianca con il viso del giovane, la medesima fotografia che è ingigantita nello striscione di plastica appeso dal balcone.

Ci facciamo il segno della croce, il nostro, a quest’ora del sabato mattina, è molto più di un semplice rispetto: siamo a Napoli, siamo travolti da Napoli, siamo in Napoli, è come se il dolore di questa famiglia, di questo gruppo di amici si fosse fatto nostro. La giovane età, sono convinto, non c’entra.

Sui giornali locali, nell’era del tutto pubblico, veniamo a sapere che questo ragazzo si è schiantato in moto, è stato in agonia per una decina di giorni, poi è morto. A Napoli i morti non muoiono mai.

Le storie che (si) raccontano i napoletani, la superstizione, le parole, i napoletani cantano storie che scacciano la morte, la rimandano all’infinito. San Gregorio Armeno. Il lotto. I santi. Il vescovo di Napoli nel 1969 chiuse il cimitero delle Fontanelle, perché – sosteneva – era rito pagano e non sacro. La mescolanza da sempre. Poi il cimitero riaprì.

Napoli è pulita anche qui a Materdei, un quartiere non centrale. Mailto: Ufficio Revisione Luoghi Comuni. Oggetto: La città come viene raccontata. Svolgimento: Non è Napoli la città più sporca, Napoli è pulita. Valutare Roma. Grazie. Fine. Firmato: Marco Giacosa.

Poi ci torno, sui luoghi comuni. Quando finisco. Adesso andiamo a Pompei.

È domenica mattina, perdiamo per venti secondi, forse trenta, il treno delle 8 e qualcosa dalla dépendance della stazione Centrale, zona binari riservati ai viaggi locali. È il Campania Express, che per soli 2,80 euro in venti minuti nonostante millemila fermate ci porterà al sito italiano secondo per visite, gli scavi di Pompei. Il primo è il Colosseo. A Pompei arrivano in media diecimila turisti al giorno, all’anno sui 3,6 milioni. Di essi, molti prendono il treno detto Circumvesuviana.

Chi conosce il trenino da Piramide a Ostia non faticherà a immaginarlo: è identico, anche nel numero di vagoni, che sono sette o otto. Per cinquanta persone a vagone fa, mettiamo, quattrocento persone. Esageriamo: cinquecento. Invece oggi siamo almeno in mille. Avendo perso quello delle otto e qualcosa, adesso siamo in mille e saliamo tutti su quello delle 8.41.

Viaggiamo così: infilando il gomito nell’ascella di quello vicino, respirando l’odore dei capelli di quella davanti, con lo sguardo alzato al soffitto per inalare un rivolo di aria, qualora arrivasse, mentre il treno è in marcia. Il sudore di ciascuno produrrebbe l’energia di una idroelettrica sufficiente al nordico inverno. Non si respira. L’utente mediano è maschio, ha gli ormoni a palla, un asciugamano attorno al collo e sta andando al mare. A ogni fermata salgono almeno cinquanta di questi elementi. A Torre del Greco è game over.

Arrivano i carabinieri, perché qualcuno si è preso – giustamente – la responsabilità di fermare il treno, non sussistendo – come dice la voce all’altoparlante, sufficientemente burocratica – i requisiti di sicurezza. I vandali hanno spaccato qualcosa. Il peso, gli ormoni, qualcosa ha provocato la rottura di qualcos’altro, oltreché la fine della pazienza. Così il treno è fermo. Ne arriverà in dieci minuti un altro da Napoli, così tutti si riversano in banchina.

E dopo un po’, in effetti, il treno arriva. E viene aggredito dagli Unni.

Si ricrea insomma la medesima situazione, essendo il treno uguale per vagoni e capienza, per cui tutti vanno all’assalto del posto, perché è evidente che l’obiettivo è raggiungere il mare e per quell’obiettivo mille persone sono disposte a tutto. In banchina rimaniamo in dieci, alcuni sono indiani, o bengalini – brilla un puntino al di sopra del naso, a una egual distanza tra gli occhi, di una giovane ragazza mulatta – assistiamo allo spettacolo.

– Dove si va al mare, qui? – chiedo a tre ragazzi.
– A Vico, o a Meta.
– Tutte le domeniche è così?
– Non lo so, è la prima volta. E sarà anche l’ultima.

La scena dell’assalto dovete vederla così: una gamba presa in mezzo a una porta, al momento in cui il treno parte; un uomo che dal binario tenta, mimando l’Incredibile Hulk, di tenere aperte le porte mentre si chiudono; un brigadiere dei carabinieri che insultandolo lo strattona via, e questo – l’Hulk poi non così incredibile, magro, segaligno, barba e capelli lunghi – che con un colpo di genio risponde al carabiniere: Ma ho le valigie sopra!

Non è vero, non ha alcuna valigia.

La parte meno interessante della storia finisce così: noi aspettiamo il treno successivo e il viaggio riesce, e al ritorno è più agevole. La parte più interessante, invece, riguarda quello che scopriamo cercando in rete notizie su questa Circumvesuviana: il giorno prima c’era stato un guasto in una galleria, un’ora al buio, e poi la camminata a piedi verso la stazione più vicina; la settimana prima duemila persone lasciate per ore a Pompei, per un atto vandalico che il giornale non specificava ma che, c’è da supporre, aveva tolto i “requisiti di sicurezza”. «Non ve l’avrei consigliata» ci ha poi detto, avesse saputo, la signora del B&B.

Io invece sì, ci tornerei a prenderla: quegli uomini hanno praticamente spostato un treno con la forza della volontà, sono usciti da un treno e ne hanno assalito un altro con un’energia che non ricordo d’aver visto.

Non ero mai stato a Napoli, nessuno dei miei amici quand’ero giovane andava mai a Napoli. In Puglia, in Sicilia, in Calabria, perlopiù dai parenti, sì, ma nessuno andava mai a Napoli. Napoli era quella città dove ci si sparava, dove attento al portafoglio, alla borsa, ai gioielli. Quando viaggiare costava molto, nessuno della provincia del nord dove sono cresciuto io andava a Napoli.

Più che altro grazie ai social, agli hashtag, #napoli#ig_napoli, alle pagine Facebook, a internet, e sì anche al treno veloce e agli aerei accessibili, negli ultimi dieci anni è finalmente arrivata la notizia che Napoli è un giacimento d’arte, l’arte sta a Napoli come il petrolio al Texas. È una città al superlativo, se qualcosa è brutto, a Napoli è bruttissimo, se è bello non c’è posto al mondo dove sia così bello.

Ci sono due città che oggi non sono Italia: Milano e Napoli. E come se questo pensiero avesse bisogno di solletico, sul treno del ritorno è arrivata la notizia che Milano, assieme a Cortina, ospiterà le Olimpiadi del 2026.

L’Italia è un Paese moribondo, che sopravvive facendo zig zag tra le paure, rimpiangendo i tempi del flipper e del gettone telefonico, siamo fermi all’urlo di Marco Tardelli. Milano no, e neppure Napoli: Napoli se ne fotte del futuro, per Napoli conta il presente. La storia Milano la scrive, Napoli la vive (e Roma la rimpiange). Napoli è davvero un’altra cosa: sopravviverà agli italiani, alla morte che ci portiamo dentro.

Il caffè è a Napoli quello che la pasticceria è in Sicilia: se il livello minimo non è almeno ottimo, amico, puoi chiudere bottega. Così il miglior caffè l’ho preso da un tizio zoppo che fumava dietro al banco, in un bar al mercato Pignasecca, che in quel momento non aveva clienti. Un bar da cui fuggire, fossi a Torino, per la certezza di trovar nella tazzina acqua sporca. Invece l’uomo ha trafficato con la macchina, ha fatto uscire il vapore, ha sintetizzato le gocce scure, le ha servite, tirando un colpo alla cicca, in silenzio. Un’esplosione di goduria, la felicità in qualche centilitro di sostanza chiamata caffè, a ottanta centesimi di euro. Più tardi lo abbiamo visto per i vicoli, portava altri caffè su un vassoio, zoppicando, mal vestito, con la sigaretta pendula.

Saranno a Napoli le prime forme di vita dopo la catastrofe nucleare: se Milano sarà la prima a risorgere, a Napoli basterà uscire dal sottosuolo, non sarà morto nessuno.

Commenti
3 Commenti a “Vivere il presente a Napoli”
  1. Nicola scrive:

    mi piace per come è scritto, per quello che racconta. non lo so, io vivo a Londra ma questa pagina mi
    ha infiammato la memoria.

  2. Federico Gnech scrive:

    Un pezzo davvero molto bello, lontano dal solito colore…complimenti a Giacosa.

  3. marinella pomarici scrive:

    Il cimitero delle Fontanelle è alla Sanità non a Materdei.

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