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Scrivere senza scontare nulla a se stessi. “La frattura” di Giovanna De Angelis.

Quest’articolo è uscito in una forma leggermente diversa sul Corriere della Sera.

di Emanuele Trevi

Uccisa ancora giovane da un male tremendo e imprevedibile, Giovanna De Angelis è stata una persona indimenticabile per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerla. Era una donna bellissima e testarda, insofferente ad ogni principio di autorità, anche quello che si annida nelle mode letterarie. Aveva iniziato come studiosa di letteratura italiana, ma a un certo punto aveva capito che il più avventuroso lavoro editoriale si addiceva meglio al suo carattere, nel quale l’intelligenza trovava un insolito alimento nell’inquietudine e addirittura nell’insoddisfazione. È stata una sorpresa apprendere che, dopo aver collaborato attivamente alla gestazione di tanti romanzi altrui, se ne sia lasciato dietro uno scritto da lei stessa, intitolato La frattura, che arriva in libreria a un anno circa dalla sua morte (Elliot, pp.173, euro 16,50). Immagino che sia stato composto negli ultimi tempi, perché il racconto della malattia e delle dure terapie alle quali deve sottoporsi Francesca, la protagonista, sono anche un diario lucidissimo e spietato di insostenibili sofferenze. Detto questo, forse nulla come il dolore fisico mostra a nudo la differenza tra un documento e un’invenzione narrativa. Perché, a parte qualche rarissimo temperamento mistico, non si può dire che la sofferenza ci serva effettivamente a qualcosa: non edifica, non istruisce, non nobilita una vita che non abbiamo chiesto e che non ci meritiamo di scontare a così caro prezzo. Al contrario della nostra esistenza, invece, il romanzo è uno spazio nel quale gli avvenimenti sono saturi di significato, si corrispondono e si lasciano decifrare come le lettere di un alfabeto. Se ancora si scrivono e si leggono romanzi, ciò dipende appunto dal fatto che la maggior parte di noi non sa o non vuole arrendersi all’insondabile purezza, alla violenza dell’insensato. E dunque nella Frattura la malattia non si limita a sovvertire abitudini e certezze, ma possiede una sua forza rivelatrice. Il carattere di Francesca, che è la sua unicità di essere umano, non ne viene affatto redento, poiché una tale prospettiva giustamente ripugna a Giovanna De Angelis, ma di sicuro trova un suo completamento. Tanto più che in Francesca, fino al momento in cui si ammala, non c’è nulla che ecceda la norma, o si configuri come presagio. La sua vita scorre sui solidi binari borghesi che sono quelli di tutti. Ha un marito con cui se la intende abbastanza bene, e un amante incontrato per caso che le dà tutte le gioie dell’eros rapido e furtivo, che forse non saranno gioie degne di un poema, ma rendono più sopportabile lo scorrere del tempo, spargendoci sopra la loro polverina luccicante. È la malattia che spariglia queste carte così consunte che si potrebbe continuare a giocare la partita ad occhi chiusi. E non solo perché la sua condizione rende di fatto Francesca una prigioniera, sia nei periodi passati in ospedale che in quelli in cui le è permesso tornare a casa. Accade un fatto di per sé banalissimo ma che la sconcerta, e finisce col riempirla di una rabbia che non conosceva. Mentre è circondata dalle premure e dall’amore dei familiari, l’amante batte in ritirata. A fatica risponde a qualche messaggio telefonico. Non si erano promessi mai nulla più di quello che si potevano dare, ma il brusco abbandono ha il potere di piombare Francesca nel fondo del pozzo della sua solitudine. E non è solo vanità ferita, ma qualcosa di molto più spaventoso. Quell’uomo le sfugge per una specie di istinto animale: la sente ormai ghermita dall’ombra della morte, risucchiata nell’irrimediabile. Ed è come se, troncando i rapporti, la costringesse ad ammettere che non ce la farà. Ma non si sa mai cosa si trova, mettendo alla prova con tanta violenza e per così dire scoperchiando una personalità nutrita di abitudini e certezze. Nel caso di Francesca, è «una ferocia che non si sarebbe perdonata mai» a tenerla in vita e addirittura, si direbbe, a guarirla. Giovanna De Angelis era troppo acuta e originale per infliggere alla sua protagonista una forma di saggezza, un nuovo patto con la vita o ancora peggio l’ennesima apologia narrativa dell’intelligenza femminile. Da vero spirito libero, è riuscita a immaginare uno scioglimento che non avesse nulla a che vedere con una consolazione. E in questi tempi, scrivere un romanzo senza fingere di essere più stupidi di quello che si è, è davvero un’impresa degna di memoria.

Commenti
Un commento a “Scrivere senza scontare nulla a se stessi. “La frattura” di Giovanna De Angelis.”
  1. Patrizia Linossi scrive:

    Giovanna era così: imprevedibile agli occhi di noi tutti. Solo con lo scorrere del tempo riuscivamo a rintracciare il solco fermo e deciso che il suo timone emotivo e intellettuale tracciava a nostra insaputa. Istinto e lucidità raramente si abbinano. In questo libro li ritroviamo entrambi, insieme a quell’oscillare tra analisi e reazione emotiva, tra sensazione e ragionamento, che tessono un romanzo forte e indimenticabile, come lei. Una scrittura attenta e precisa, che volutamente si lascia andare a momenti di ironico sovvertimento. Un romanzo bello, da leggere e tenere con sè. Patrizia Linossi

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