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Vivere e sparire a Venezia

di Pierpaolo Lippolis

Qualche mese fa ho visitato l’isoletta di San Michele, il cimitero di Venezia, dove è seppellito Iosif Brodskij, poeta russo, amante della città. Ho letto Fondamenta degli Incurabili molte volte prima di trasferirmi a Venezia. Pensavo che l’amore potesse essere controllato come una forma di premonizione. Quindi se avessi assorbito le parole d’amore di Brodskij nel libro, avrei amato anch’io la città. Volevo contravvenire al naturale evolversi delle cose: innamorarmi prima del tempo, in un gesto quasi scaltro, da ladruncolo.

Circa vent’anni dopo la morte di Brodskij, Valeria Luiselli, scrittrice messicana, classe 1983, si aggira per San Michele cercando la sua tomba. Scrive di questa ricerca nel primo saggio del suo libro Carte False. Inizia così: «Cercare una tomba al cimitero è come cercare un volto sconosciuto nella folla». In effetti, mentre mi aggiro, perditempo, tra le viottole vuote del cimitero, è la folla di tombe che mi colpisce, tante e anonime. Una serialità che quasi non ha limiti, nonostante sappia bene che il cimitero ha un termine, perché l’acqua lo circoscrive del tutto.

Esattamente come per la Luiselli tempo prima, la tomba di Brodskij è difficile da rintracciare, così percorro in lungo e in largo il cimitero. In una concatenazione di passaggi – prima lui (Brodskij), poi lei (Luiselli), poi io, – seguire i passi di qualcun altro sembra confortante. Immagino che debba essere così con i pellegrinaggi. Far perdere i propri passi nella folla incredibile di impronte che altri piedi prima di te hanno lasciato. E così realizzo di muovermi in una serie di riflessi letterari, nel capitombolo del topos.

Arrivato finalmente nel recinto evangelico, dove è seppellito Brodskij, la tomba recita soltanto il suo nome e cognome, l’inizio e il termine della sua vita (1940-1996). Non c’è una foto, né altro. Il marmo bianco, e qualche vasetto di fiori, alcuni rinsecchiti, altri finti. Emana una dignità che gli attribuisco io, quasi per compensare la vaga delusione. Questo disappunto mi è necessario, mi riporta alla realtà. Molto spesso quello che ci aspettiamo non si tramuta in una vera e propria realizzazione. Lo scrive anche la Luiselli in un passo: «L’esito di un incontro a lungo atteso con uno sconosciuto è solitamente deludente. Stessa cosa con un defunto, solo che in quest’ultimo caso non è necessario dissimulare la nostra delusione».

Nel mio caso la delusione è anche doppia: un riflesso di un’altra delusione. L’esperienza della scrittrice mi è passata tra le mani, l’ho trovata toccante e bellissima durante la lettura, ma al momento della sua messa in atto, la mia immaginazione si è scontrata con la realtà. La mia visita al cimitero di San Michele – e qui in qualche modo il topos si inceppa – è stata quasi insipida. Sul confine di questi pensieri, ho provato allora a chiedermi cosa succede quando il topos non funziona. Cosa si fa, dunque, quando l’amore di un altro, che ci sembra così splendente, così giusto e appropriato, non riesce a convincerci della meraviglia dell’oggetto tanto amato?

Da quando mi sono trasferito a Venezia ho sviluppato una sorta di malessere, una coltre plumbea di tristezza e disagio. Inizialmente non capivo da dove provenisse, così l’ho ignorato. Ma più andavo avanti nel tempo, più si faceva costante, persistente, e soprattutto non aveva a che vedere con questioni che mi riguardavano da vicino. Quando ho avuto il vago sentore che potesse essere la città, ho fatto la cosa che mi veniva più naturale: rivolgermi ad altri che ci abitavano come me o avevano abitato e che ne avevano scritto, in una personale forma di inchiesta emotiva. L’ipotesi era che un certo tipo di malessere lo si inizia a provare quando, abituati ad altre forme di città, se ne incontri una simile a Venezia.
Ho sbagliato: puoi incontrarne soltanto una così.

(Intanto sul mio comodino sempre Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. La pagina più frequentemente letta era: «INDUZIONE L’essere amato è desiderato perché un altro o degli altri hanno segnalato al soggetto che esso è desiderabile: per quanto speciale esso sia, il desiderio amoroso viene scoperto per induzione.» E sulla stregua di queste pagine, chiedevo in giro come si potesse amare a Venezia, e poi di notte sempre Brodskij e Valeria Luiselli come guide. Due Virgilio nella mia personale forma di inferno.)

Ho passato notti intere con amici e conoscenti a cercare di capire cos’è che non vada in questa città. E il turismo – il ripetuto, infinito, complesso problema del turismo – non può di certo porsi come risposta esaustiva. Anche perché i turisti si muovono sì a profusione ma in determinati punti e in determinati periodi dell’anno. Non sono ovunque. Dunque la città rimane in certe zone e in certi periodi libera, svuotata. Ad esempio di notte.

Il labirinto

Tiziano Scarpa, nel suo Venezia è un pesce. Una guida, dice che Venezia è una delle città più sicure al mondo. In effetti ho passato molte notti a percorrerla in lungo e in largo, per tornare a casa, e le sensazioni che registravano i miei sensi era lo svuotamento e la solitudine. Non mi sono mai sentito così al sicuro nel cuore di una città alle quattro di notte. Ma era una sicurezza vagamente inquietante. Come se mi aggirassi in una grandissima casa di mia proprietà, ma completamente vuota. Non mi spaventavano gli ipotetici incontri con gente pericolosa, ma piuttosto con i fantasmi. Quel genere di sospensione fantasmagorica lambisce le strade di Venezia di notte. Scarpa suggerisce a proposito: «Non c’è nessun Minotauro in questo labirinto, nessun mostro acquattato che aspetta di divorare le proprie vittime». Prima grande metafora di Venezia è appunto il labirinto. Brodskij suggerisce l’idea in maniera più sottile: denomina “l’unica persona che conoscevo in tutta la città” la sua Arianna. Le affida, cioè, il compito di chi riavvolge la matassa per trovare la via giusta. Il mito è chiaro, l’analogia si fa forza nella confusione del poeta – e di ogni altro che supera la soglia per entrare in città – di ritrovarsi in un ammasso concatenato di piccole e strette vie, a loro volta attraversate e interrotte da canaletti. L’immagine fa spavento se consideriamo addirittura un’altra metafora, quella che usa il labirinto come oggetto comparativo della nostra interiorità.

In una delle conversazioni notturne, un mio amico mi aveva fatto notare della mancanza di un centro. La costruzione topografica di Venezia, di fatto, non risponde a quella delle città a cui siamo abituati. Non vi è un centro da cui si dirama tutto il resto. Le vie non si allontanano da un punto, né la periferia si scosta al margine. Venezia è tutta centro, e allo stesso tempo è tutta margine. Del labirinto ha la continua possibilità di trovarsi in punti ciechi, di scambiare una zona per un’altra, di non arrivare mai in un punto preciso, o meglio, nucleare. Tutto questo imprime un ritmo diverso alla camminata. Si procede a tentoni, non si punta dritti a qualcosa. Si può immaginare il movimento di una qualsiasi città come di un continuo andamento centrifugo e centripeto. C’è una solida sicurezza nell’allontanarsi o avvicinarsi al punto focale, che a Venezia manca. Scarpa fa notare topicamente che il bello di Venezia è perdersi. Ma perdersi significa essere spaesati. Che letteralmente significa “essere senza paese”.

La nausea

Di Broskij si invidia l’indistruttibile amore per la città, vissuto proprio come se fosse una persona. Valeria Luiselli è più parca nell’esporsi, ma nel saggio conclusivo di Carte False dichiara incontrovertibile: «Verrò sepolta in qualche relingo, non molto lontano da Iosif Brodskij, nella sezione popolare del cimitero di San Michele». Ad unire i due in questo amore per la città sembra proprio essere la loro natura di scrittori senza confini, senza paese. Entrambi vivono sulla soglia, sulla frontiera tra nazionalità, appartenenza, senso d’esilio (il primo per costrizione, l’altra per scelta). Il loro stesso muoversi tra le lingue li rende apolidi, continuamente sul varco di qualcosa che cercano di afferrare, in un’appropriazione che Venezia appaga in quanto lei stessa è il luogo per eccellenza della non-appropriazione.

Di fatto, il loro amore nasce in modo liminale: non arrivano mai ad abitare la città per un tratto di tempo molto esteso. Ne sono sempre scostati, a margine, votati alla pratica del ritorno. Il sentirsi spaesati attiva le loro correnti narrative, li riabilita. Questo ha un senso se lo si rapporta a una diversa tipologia di rapporto con la città: il vivere stabile. Cosa succede quando si vive costantemente con il senso di spaesamento?

Disorientamento e spaesamento sono concetti chiave che ne richiamano un altro a loro volta: la nausea, che prima di essere intercettata dall’esistenzialismo di Sartre, indicava nello specifico il malessere fisico, mal di stomaco e propensione al vomito, tipici di situazioni in cui il corpo poggia su un piano in movimento o non molto stabile. Guardare all’etimologia aiuta a sbrogliare un pensiero recondito che nasce stando a Venezia: nausía era la parola greca che indicava il mal di mare, derivata a sua volta dal termine naûs, ’nave’. Seppure il corpo poggia su fondamenta stabili, l’occhio che vive e si muove per la città registra continuamente impulsi nervosi legati a un elemento instabile, fluido, poco concreto come l’acqua. In altre parole, il corpo e la mente fanno a pugni: se uno sente di stare al sicuro, l’altra lo mette in allerta. Dall’incontro tra queste due sensazioni nasce uno stato di vago malessere, che si potrebbe denominare la nausea di Venezia. Lo stesso Brodskij ne parla: «Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. Senti che non dovresti essere lì. […] l’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità».

L’uomo per sua natura non è abituato a vivere sull’acqua (se si eccettua il caso delle palafitte, costruite per ragioni di sicurezza) ma accanto all’acqua. La natura richiesta per una vita sull’acqua dovrebbe essere quella dell’anfibio. Probabilmente, per non sentire nausea per le calli di Venezia, bisognerebbe appartenere a questa specie. Che vorrebbe dire riuscire a delocalizzare la testa, convincerla che le fondamenta della città sono ben piantate nella terra, o ancora meglio, amare la condizione ambigua di entrare e uscire dall’acqua, essere circondati dal suo moto continuo, senza posa. Rinunciare al senso di sicurezza che può darti la solidità.

Irrealtà e sparizione

Nel libro Absolutely Nothing. Storie di sparizioni nei deserti americani, Giorgio Vasta a un certo punto dice che «è come se negli Stati Uniti ogni luogo fosse coperto da una velatura mitica, da uno strato sottile eppure robustissimo composto da tutte le narrazioni attraverso cui quel luogo è stato messo in scena. Quando poi un giorno accade di ritrovarsi lì in carne ossa e percezioni, la velatura non viene meno e diventa chiaro che l’esperienza diretta è marginale». Questa frase ha la stessa forza anche se mettiamo al posto degli Stati Uniti Venezia, che Valeria Luiselli stessa definisce come “una delle città più letterarie e libresche”. Ma non sono soltanto i libri ad averle dato una condizione ipertrofica, ma anche il cinema, la moda con i suoi servizi, e la fotografia. Quest’ultima incarnata – e ora sì, i turisti possiamo metterli in mezzo – nella creatura a infiniti occhi dei nostri smartphone. Ogni giorno si producono incredibili quantità di fotografie a Venezia. Ci sarebbe da chiedersi dove vadano a finire, anche se sono sempre le stesse: le vedute, gli scorci. Eppure tutto questo accanimento visivo e letterario, ha come trasformato la città in un spazio smaterializzato, virtuale. Dire Venezia significa visualizzare un’intera gamma di cartoline, foto di famiglia, post su Instagram, luoghi comuni che la rappresentano negli stessi modi, nelle stesse pose, come se fosse una modella iper-osservata, quasi ormai consumata.

Viverci allora diventa un relazionarsi costante con il senso del già visto e già vissuto. Se la città è permeata da una maschera di irrealtà, la vita allora apparirà incastrata anch’essa in un gioco di specchi (Brodskij dice: «Inanimati per natura, gli specchi delle camere d’albergo sono poi resi ancora più opachi dall’aver visto tanta gente. Quella che ti restituiscono non è la tua identità, ma la tua anonimità, soprattutto in un luogo come questo.»).

Qui il libro di Vasta mi viene in aiuto perché suggerisce un’altra parola chiave: sparizione, il cui concetto e il conseguente desiderio sono complessi, perché rivelano una diversa natura rispetto alla morte. Se la morte è la fine delle cose, lo sparire è il loro smaterializzarsi, perdere di posizione, non essere più in luogo.
Prima ho parlato di maschera dell’irrealtà non a caso. Venezia conta sulla sua storia un rapporto privilegiato con il teatro e la maschera, luoghi per eccellenza dedicati alla simulazione della realtà e alla sua contraffazione. Varcare la sua soglia significa addentrarsi in una realtà altra. Questo processo sostanzia un passaggio: in termini del tutto teorici entrare in una dimensione vuol dire sparire dall’altra.

(D’altronde il mio rapporto con Venezia ha sempre avuto a che fare con la sparizione. Alla voce FADING, letteralmente dissolvenza in Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes dice: «Prova dolorosa con la quale l’essere amato sembra sottrarsi a qualsiasi contatto, senza neppure rivolgere questa indifferenza enigmatica contro il soggetto amoroso».)

Mario Soldati conclude così il racconto Scenario, contenuto in Salmace, raccolta pubblicata nel 1929: «Percorreva col passo sonoro le calli deserte, valicava i ponti, e dall’alto guardava i primi chiarori dell’alba, i campi vuoti che sembravano non potersi più ridestare, le facciate livide, i rii verdastri immobili, questa morte desolata di una città che gli uomini si sono costruiti come uno scenario, per poterci vivere». Se potessi cambiare una sola parola a questo racconto meraviglioso, sostituirei vivere con sparire. Perché il gesto dello smaterializzarsi con uno schiocco di dita può avvenire solo in teatro. E perché Venezia è la città che, sparita a se stessa, concede la possibilità di sparire, proprio come su un palcoscenico.

(Fonte foto)

Commenti
2 Commenti a “Vivere e sparire a Venezia”
  1. m40 scrive:

    Piacevole lettura

  2. sergio falcone scrive:

    Un bell’intervento. Unico neo, un grande assente: il chiarissimo professor Toni Negri. Che vive tra attico & superattico nel cuore della mia amata Parigi e Cannaregio, in quel di Venezia. Vorrei anch’io essere perseguitato, come lui sostiene di essere…

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