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Vivere da straniera, il nuovo libro di Claudia Durastanti

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«A cinque anni contrabbandavo mozzarelle, ero cattolica, non pensavo che avrei mai tinto i miei capelli neri, dicevo che non volevo fare figli e ballavo sulle ginocchia di zii acquisiti che si chiamavano sempre Tony e avevano sposato donne con un gusto vistoso in termini di pellicce». Non è l’estratto migliore che potessi scegliere, ma di certo il più somigliante alla battuta d’apertura di una commedia agrodolce di fine ’80 inizio ’90, con voce di ragazza fuoricampo e carrellata su caseggiati americani ingioiellati con vecchie Ford Fairmont. Colonna sonora: Eye in the sky, The Alan Parsons Project.

È impossibile non evocare il mondo del cinema, il suo linguaggio, a proposito del nuovo libro di Claudia Durastanti, La straniera, l’ultimo tra gli Oceani de La nave di Teseo. Dentro ci sono Stand by me, Schegge di paura, Dracula di Bram Stoker, Attrazione fatale, ma anche storie e toni non citati, stili e influenze segnanti, e il senso della priorità per la selezione delle scene. Per equilibrio e vividezza, questo romanzo (moderatamente) biografico sul modo di parlarsi è in realtà un dispositivo stereoscopico, una specie di visore View Master su cui scorrono migliaia di istantanee, secondo una categorizzazione da cartomanzia: famiglia, viaggi, salute, lavoro, denaro e amore. Riaprire le palpebre sulla propria vita, tra una carrellata e l’altra, è straniante. Permane la strana suggestione di essere seduti da ore su un tappeto ad ascoltare Joan Didion che racconta un film di David O. Russell. Ogni tanto, nelle pause, ti ricordi di avere un corpo e un lavoro e persone care a cui lanciare segnali di confidenza, quindi ti raddrizzi e provi a diradare l’ectoplasma di quella fantasia: il fumo che resta è nebbia da avvezione, e aleggia su una prosa estesa e temperata, più simile a un grande lago che a un fiume in piena.

La scrittura di Durastanti sembra priva di impeti, è ferma e consapevole, pacificante. Alla prova del memoir (o forse della finction, «non qualcosa di falso, ma qualcosa di costruito») dimostra che l’essere scrittrice è un abito della sua taglia: a molti sta stretto, quasi a tutti troppo largo, su di lei sembra un capo da sfilata. Come i bravi veri ha lavorato sulla stoffa, che non a caso è sinonimo di talento, rifinendola sui modelli giusti e in tempi veloci (per la memoria di chi legge e per il mercato editoriale, espressione che fa sempre un po’ ridere). Oggi ha un’identità, e ha scritto il suo libro più bello; anzi, uno dei nostri libri più belli, qui, in Italia, senza limitazione di date o di genere. La prima cosa la diranno in molti, la seconda non lo so: chi si fida, sappia che sono vere entrambe.

La trama non va raccontata. Non c’è. Non più di quanto ce ne fosse in Le ceneri di Angela, nel senso che la vita vera non richiede e non rilascia intreccio. Durastanti vomita se stessa come faceva la buonanima di Frank McCourt, ma viene da un’altra scuola, né triste né irlandese e né cattolica, ma soprattutto meno strutturalista: bene il quadro nitido, bene la profondità dell’esistenza, bene i (selected) cazzi miei, bene l’autoironia, ma che sia scritto tutto così come viene, come una rievocazione privata, seguendo un filo concettuale oltre che cronologico e quasi senza dialoghi. Se restiamo nel campo del romanzo è per il fatto che La straniera non contiene verità brutali, e oltre la sua copertina rossa non c’è una confessione urgente o un pensiero da suggerire servendosi del racconto (come fa, per esempio, Francesco Piccolo, che dipana il tema usando se stesso come personaggio-esempio): Durastanti è poetica, accarezza le grandi questioni e sa affrontarle, ogni tanto le sue idee trapelano, ma più di tutto le importa raccontare, e farlo bene. Storia vince su argomento.

Un’altra cosa in comune con il libro di McCourt è la centralità della madre. Si potrebbe obiettare: be’, grazie, come si fa a scrivere di se stessi senza partire dai (o tornare sui) propri genitori? Il punto è che non sono per niente sicuro che Claudia Durastanti abbia scritto di sé, né d’altro canto che abbia scritto di sua madre. Mi pare piuttosto che le due donne condividano scenari e ruolo da protagonista, che si diano continuamente la staffetta: quando si assesta la vita della prima comincia l’esplorazione dell’altra, e via dicendo.

Il tutto sotto una luce che irradia amore, raramente cinica, mai sbrigliata dal tentativo di omaggiare: a me è sembrato un punto di forza, ma chi vuole una biografia-fionda, armata di sassolini tolti dalla scarpa, una rivelazione catartica post-psicanalisi, si faccia consigliare dal libraio qualcos’altro. O rilegga, con la speranza del sangue pronta però a farsi disattendere, quell’intervento (adesso disponibile sul Corriere, ma che io lessi da qualche altra parte) in cui Claudia Durastanti scriveva di come i suoi familiari, in America, avessero votato Trump. Oltre che una delle riflessioni più profonde e illuminanti di quel periodo infernale in cui tutto ha cominciato a farsi grossolano e semplicistico, anche quell’articolo (brano?) è un esercizio di empatia.

Non ci sono stranieri, in ciò che scrive Durastanti. O meglio: lo siamo tutti, chi da un tempo recente chi da un tempo lontano, alcuni in maniera perpetua, quindi non ha senso guardarsi con distacco e approssimazione. Anche la straniera del titolo, ecco: chi è? Claudia? Sua madre? Un’intera famiglia? Nel libro ci sono spinte, evocazioni, suggerimenti contrastanti. Si parla di Camus, ovviamente, ma anche di Maria Kuncewiczowa e di Beverly Hills 902010 – Meursault e Luke Perry nello stesso ascensore: ditemi se non è questo, il godimento – e sempre in relazione a problemi di traduzione, come a segnalare che a volte la distanza, anzi, la stessa incomunicabilità è incomunicabile. Non si fanno riferimenti euripidei, ma siamo sempre nel campo del dito puntato: come Medea, certe identità non possono prescindere dalla loro alterità rispetto al contesto in cui vivono. L’unica strada possibile perché essere disomogenei non ci distrugga è quella di farne un punto di forza, e anteporre la propria narrazione del sé a quella, più rumorosa ma non necessariamente omicida, scagliata dalla voce e dallo sguardo degli altri.

Dirlo prima di tutti, e a gran voce; con sincerità, coraggio e autoironia. Depotenziare ciò che ferisce, ripetendolo. Era una strategia di vittoria da bambini, è la pietra fondante dell’identità di un adulto. Il metodo per dimenticare i brutti sogni, per dimostrare che li dominiamo. Rivolgersi, sempre, alla propria madre. La letteratura.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
Commenti
Un commento a “Vivere da straniera, il nuovo libro di Claudia Durastanti”
  1. Riccardo scrive:

    Mi sembra un libro di grande fascino, da leggere al più presto

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