giovanni-falcone

Vivi da morire. Dialogo immaginario tra due capitani: Giacinto Facchetti e Giovanni Falcone

giovanni-falconeOggi, 23 maggio, vogliamo ricordare Giovanni Falcone. E lo facciamo pubblicando un estratto da Vivi da morire di Piero Melati e Francesco Vitali, appena uscito in libreria per Bompiani. Il libro racconta storie di mafia e di coraggio, eroi conosciuti, come Falcone, Mauro Rostagno, Ninni Cassarà, e persone spesso dimenticate, come Gianmatteo Sole, e a dare la voce a tutti, in equilibrio tra favola e inchiesta, è il “cuntaru” per eccellenza, il cantastorie Colapesce. Ringraziamo l’editore e gli autori per la gentile concessione. 

Falcone e Facchetti, i due capitani

di Piero Melati e Francesco Vitale

Può uno stadio naufragare come se fosse un vascello nel cuore di una tempesta? Certe volte questi morti che abitano il castello fanno discorsi veramente strani. Pensano di aver visto una partita e invece si scopre che l’hanno anche sognata, trasfigurandone le circostanze. La fortuna di questo morto, secondo Colapesce, è che ha incontrato, come suo vicino di posto, uno che di ricostruzioni se ne intende. Ma, una volta separato il sogno dalla realtà, ammesso che davvero lo si possa fare, comincia un sorprendente dialogo tra due uomini importanti, seri, due uomini delle istituzioni. Il capitano della nazionale di calcio e il magistrato che insegnò a tutti come si indagava sulla mafia. Anche lui un capitano. E se i morti sognano…

 

Ho sognato uno stadio che naufraga come la baleniera Essex. Non ci posso credere. Solo in sogno si possono vedere certe cose. La Essex è quella nave che, nel 1820, venne attaccata e affondata da un cetaceo gigantesco. Melville si ispirò a quella storia per scrivere Moby Dick. E lo stadio in tempesta, nel mio sogno, da cosa fu assalito? Sembrava preda degli urti possenti di un leviatano. E un personaggio, come Achab, o come un argonauta, apparve d’improvviso, tra vele lacerate e alberi spezzati, ritto sulla tolda di uno stadio, sommerso da murate d’acqua. Uno stadio nave. Uno stadio baleniera. Non lo so. L’ho sognato, forse dopo che sono morto in quella clinica. Io, un atleta, spezzato ancora giovane da un male tenebroso.

Questo non è il mio posto, non è il mio stadio. Eppure mi sembra lo stesso del mio sogno. E questo prato lo ricordo per davvero. Ci ho giocato. E questa veduta con il monte. Si chiama Monte Pellegrino, giusto? Si nota subito, quando si arriva a Palermo. Ma quel giorno… oh, scusate, caro giudice, non mi sono presentato. Sono Giacinto Facchetti, capitano dell’Inter e della nazionale.

Caro Facchetti, piacere. L’avevo già riconosciuta. Lei è un uomo famoso. Il difensore che ha inventato il ruolo del terzino sinistro goleador.

Anche lei è famoso, giudice. Almeno quanto me, se non di più.

Ma lei è stato indubbiamente più amato di me.

Ecco il suo famoso sorriso, giudice. Non si inquieti, se mi permetto di sottolineare quel sorriso un po’ amaro e un po’ ironico che le abbiamo visto tante volte in tv o nelle foto. Così disincantato e consapevole. Mi dica, posso sedermi accanto a lei? Che ci fa qui, stasera? Le piace il calcio?

Prego, si accomodi. Mi hanno lasciato solo, non trovo più i colleghi con i quali ero venuto. Ma sa, da quando possiamo circolare liberamente, senza scorte intendo, senza apparati di sicurezza intorno, siamo tornati un po’ bambini, non ci siamo più abituati, e specialmente in mezzo alla folla ci perdiamo sempre. Che bella veduta, da qui non la conoscevo. In vita non fui un grande frequentatore dello stadio…

Eh sì, questa veduta invece io me la ricordo. Qui ho giocato veramente. Ma poi quella partita vera un giorno l’ho sognata. E, sa come sono i sogni, l’ho sognata diversamente da come si era svolta nella realtà. Nel sogno, dopo il mio gol, che nella realtà segnai effettivamente, il monte è scomparso. Il monte è finito sott’acqua. Io sono sempre stato un uomo razionale. Ma quel sogno mi è rimasto impresso.
Perché certi sogni restano così impressi? Forse per me può valere l’ipotesi che ho giocato davvero per tutta la vita in una squadra da sogno? Sarti, Burgnich, Facchetti. Quella formazione dell’Inter del mago Helenio Herrera la conosceva a memoria tutto il mondo. Quella volta, giocando a Palermo, io confermai la mia fama. Andai in gol, da terzino e da capitano. E ho fatto vincere la squadra.

Credo di ricordare anch’io quella partita.

* * *

Palermo-Inter, 21 settembre 1969, Stadio La Favorita

Franco Causio, detto il Barone, in prestito dalla Juve, porta in vantaggio i rosanero. Ma i nerazzurri non mollano.
Il mediano Bertini pareggia su rigore. La partita si riapre. Quando manca ormai una manciata di minuti al fischio finale,
Facchetti si invola sulla sinistra, travolge d’istinto un muro di maglie rosanero e scambia il pallone con Mazzola,
che glielo restituisce dentro l’area di rigore avversaria. Il tiro del terzino sinistro dell’Inter e della nazionale è secco e
violento, un diagonale imprendibile per il portiere palermitano. È il gol della vittoria dei milanesi.

* * *

Solo che è stato strano, caro giudice. Perché poi ho sognato quella partita che davvero ho giocato. Ma l’ho trasfigurata.
Nel mio sogno, subito dopo il gol… non so spiegarle, ricordo che dopo il gol alzai gli occhi per esultare.
Guardai il monte, intravidi il castello. I compagni mi circondarono per l’abbraccio di rito. All’improvviso, senza un tuono, il cielo si squarciò. Tutto si annebbiò dentro una barriera d’acqua che ci cadde addosso. Il monte scomparve alla mia vista. Non si vedeva più nulla. Era come annegare in un mare infuriato. Lo stadio sembrava una nave durante l’ultimo naufragio. Scappammo tutti, cercando la via degli spogliatoi. Dal campo si percepiva nelle curve il movimento di masse umane che si agitavano come un animale gigantesco finito sotto l’acqua. Una balena che si inabissava e riemergeva. Mi sembrava di vederne la coda immensa, risalire da onde alte come montagne, in un oceano in tempesta, in mezzo ai fulmini. Era un maremoto gelido. Una scena primordiale, da era primitiva. Più che un sogno, un incubo.
Accanto a me, persone che non riconoscevo si strappavano gli abiti di dosso e restavano in mutande, come per nuotare più liberamente. L’intero stadio si sgombrò in pochi istanti. Migliaia di persone lo evacuarono come fuggendo da un terremoto. Eppure non ci furono morti, feriti, incidenti. Dieci minuti dopo il cielo sgombro si era riempito di gabbiani. E il monte era riapparso. Nello spogliatoio, tutti bagnati, scoppiammo a ridere per quanto era successo. Era stata una bomba d’acqua. Oggi le definiscono così. Sembravamo dei naufraghi. Forse davvero ho solo sognato.
Il mondo si era rovesciato, era tutto sottosopra: il basso andava verso l’alto, l’alto verso il basso, il mattone volava, la piuma cadeva. E tutto era finito sotto l’acqua.
Non avevo mai più ripensato né al mio sogno né al mio vero gol qui a Palermo fin quando, caro giudice, qualcuno non mi ha ricordato una sua frase. Una volta ha detto che anche per lei la vita è stata come una partita di calcio, durante la quale c’è stato un momento in cui aveva sentito che la gente faceva il tifo per la sua squadra. Ma che poi aveva avvertito d’improvviso il silenzio dello stadio, la neutralità dei suoi tifosi, e questo mi ha fatto pensare. Io sono stato capitano della nazionale e, fuori da ogni retorica, rappresenterà pure qualcosa. Un simbolo condiviso, per esempio. Ora, per me, la beffa è questa: l’uomo che ha detto che la sua vita, un po’ come la mia, è stata una lunga partita di calcio è anche lui considerato un simbolo, quanto e più della mia fascia di capitano dell’Italia. Si è detto anzi che rappresenti qualcosa di davvero importante. Ma cosa, esattamente? Un eroe civile? Ma allora mi chiedo, per esempio, perché quest’uomo, che lei è stato, ha dovuto morire prima che gli venisse attribuito questo ruolo. E perché, negli ultimi anni della sua vita, sia stato tanto osteggiato. E la sua morte sia ancora così avvolta nel mistero. Non capisco perché chi lo ha combattuto in vita, aspramente, come fosse una lotta per la vita e per la morte, poi da morto lo ha invece celebrato. Come se fosse stato sempre al suo fianco. E invece io so che non è vero. Vedo che sorride, alle mie parole. Mi scusi, non vorrei tediarla con questi miei discorsi. Siamo qui per vedere una partita e rilassarci. Di nuovo la mia Inter contro il suo Palermo.

* * *

Palermo-Inter, 28 aprile 2013, Stadio Renzo Barbera

È il 9’ del primo tempo, il difensore centrale dell’Inter cincischia con il pallone nella sua aerea di rigore e non si
accorge che alle sue spalle c’è in agguato il furetto rosanero, il capitano Fabrizio Miccoli, che gli strappa letteralmente
la palla dai piedi e l’appoggia al suo compagno di squadra, lo sloveno Ilicic. Per quest’ultimo non è difficile battere da
pochi metri il portiere nerazzurro. Palermo in vantaggio e Inter che, sei minuti dopo, perde pure il suo capitano, Javier
Zanetti, per il primo, vero infortunio della sua lunga carriera. Il risultato rimarrà questo fino alla fine. Un brodino caldo per l’ammalato rosanero che con questa vittoria risicata spera ancora nella salvezza e di non precipitare negli abissi della serie B.

* * *

Caro Facchetti, vede? Abbiamo vinto. Ci siamo vendicati di quel suo vecchio gol. Ma, mi creda, io me ne intendo di ricordi. Per tutta una vita li ho verbalizzati. Lei sul serio ha sognato la vera partita che ha giocato. Ma nel sogno ha reso fantastiche le circostanze. Anzi, le dirò di più. Lei, sognando la sua partita vera, nella fantasia onirica ha trasferito il ricordo o l’informazione di un nubifragio che in questo stadio ci fu davvero, ma non nel 1969, bensì nel 1972. Il Palermo giocava con il Milan, e l’arbitro all’80’ dette ai rossoneri un rigore inesistente. Rivera lo trasformò, il Milan vinse e, per ripicca, il buon Dio mandò giù tonnellate d’acqua. Lei, caro Facchetti, con i suoi sogni, se avesse deposto davanti a un giudice, avrebbe fatto arrestare un innocente. Se l’avessi interrogata da magistrato, avrei pensato che lei volesse depistare l’indagine. Non mi guardi così, stavo scherzando.
Ma certo è strano che le sia venuto in mente tutto questo. Un naufragio, poi. Chissà che metafora sottende. Ci vorrebbe
Freud. E quella figura che ha intravisto, addirittura Achab. Chi rappresenterebbe? Forse me? Non mi identifico nel capitano del vascello che inseguiva Moby Dick.

Forse non era Achab. Forse era invece un argonauta, Argo, il primo uomo che secondo il mito greco sfidò gli oceani, alla ricerca del vello d’oro e alla conquista di terre sconosciute.

Lei mi lusinga. Ma non mi identifico nemmeno in Argo. Io ero e resto un semplice uomo dello Stato.

Dottor Falcone, le sue parole mi danno la certezza che il mio è stato solo un sogno, ma resta significativo. Identifica, con rispetto parlando, le nostre figure. Io sono stato il primo terzino italiano a fare gol. Come lei è stato il primo giudice italiano a lasciare l’area del quieto vivere e del semplice contenimento del crimine mafioso, e per la prima volta ha percorso palla al piede tutto il campo e ha provato a segnare nella porta avversaria. Sa cosa diceva Nílton Santos, difensore del Brasile campione del mondo nel 1958? Diceva questo: “Non invidio i terzini di oggi per quello che guadagnano ma perché possono attaccare. Ai miei tempi se ti spingevi in attacco e la tua squadra subiva un gol in contropiede venivi mandato alla forca.” Ecco, io me ne sono infischiato della forca, e mi sono spinto in avanti ogni volta che potevo: per fare male all’avversario, per bucare la rete. Anzi lei assomiglia di più al primo terzino veramente moderno del calcio italiano, Francesco Rocca, detto Kawasaki che con la maglia della Roma arava la fascia sinistra e martellava la difesa avversaria con i suoi cross venticinque, trenta volte a partita. Un portento. Proprio come lei, giudice.

Me lo ricordo Rocca, se non sbaglio dovette smettere per un grave infortunio che lo rese zoppo.

Per carità, giudice, non era questo che intendevo. Me ne scuso. Era solo per dirle che oggi se un terzino, tra quelli che vanno per la maggiore, attacca la difesa degli avversari per tre o quattro volte a partita, diventa automaticamente un fenomeno. Se mi permette proprio come hanno fatto tanti suoi colleghi, dopo di lei: poca investigazione, molte chiacchiere televisive, molta autopromozione.

Non si deve scusare, Facchetti. Lei sa cosa mi disse Michele Greco, il capo di Cosa Nostra, quando l’interrogai dopo l’arresto? Lei è come Maradona, quando ha la palla bisogna atterrarlo. Ma quella era una minaccia, non una metafora.

 

Commenti
2 Commenti a “Vivi da morire. Dialogo immaginario tra due capitani: Giacinto Facchetti e Giovanni Falcone”
  1. marilù scrive:

    Pastone surrettizio per polli

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento