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Viviamo nel mondo cantato dagli arcade fire

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Why is the night so still?
Why did I take the pill…?

Lo scandalo degli Arcade Fire ha fine nell’estate del 2017, con l’uscita di Everything Now. Non un disco, ma un evento: poco più di tre quarti d’ora di musica con attorno tutto l’universo extradiegetico di una band divenuta ormai un marchio, un brand globale.

Ma al di là dei giochetti di parole, delle trollate à la Everything New Corporation, e al di là pure del passaggio dei canadesi dalla indie Merge alla major Columbia… Che scandalo era, quello degli Arcade Fire?

No-global e globalizzati

Prodotto con James Murphy (LCD Soundsystem)e Thomas Bangalter (Daft Punk), Everything Now si presenta come un ottimo disco uscito nell’epoca in cui i dischi non contano poi molto: in cui non ha molta importanza che un disco sia buono o cattivo.

Già altre band – Wilco e Radiohead, per citare due nomi importanti – avevano fatto delle loro ultime opere giusto un coagulo, un cristallizzarsi di un sound che fluiva evidentemente più libero nei live o in sala prove – o non fluiva affatto. Un atto dovuto, in ogni caso.

Pur nella brevità, Everything Now riesce a suonare ambiziosamente concettuale; licenziato sì con una major, resta indie nell’animo, non fosse altro per il fitto sottobosco di rimandi musicali che lo animano – come per alcuni film dei fratelli Coen la cui sostanza risiede, brillante e originale, soprattutto nel richiamo a frammenti d’altro cinema.

Così gli Arcade Fire del 2017 suonano dance, funky, electro, punkrock, folk, ska, rocksteady e chissà cos’altro. I vecchi fan offendono (via social), profondamente risentiti per il nuovo corso; i nuovi e i più ortodossi applaudono, aspettandosi prima o poi un disco jazz.

È per via di questa eterogeneità che il leader della band Win Butler ha gioco facile nel citare i Clash di Sandinista!; di fatto, era sufficientemente sandinista già il precedente Reflektor. In più, se nel caso dei Clash era opportuno parlare di contaminazione tra generi, in quello degli Arcade Fire siamo nel campo di una progressiva appropriazione di convenzioni e linguaggi musicali da parte di ragazzi cresciuti scaricando e ascoltando intere discografie di artisti anche molto distanti, quando non addirittura in contrapposizione tra loro, per sound e influenze.

Stiamo parlando di una generazione di nuovi ascoltatori e giovani musicisti per cui non hanno alcun senso – e non lo hanno definitivamente – vecchie dispute quasi ideologiche, anche in moda, tra punk e metallari, rapper e raver, toaster e folksinger, sia nell’ascolto che nell’accesso alla produzione musicale.

Ma torniamo allo scandalo.

Nei primi anni del Duemila, quando gli Arcade Fire debuttarono sulle scene, a più di qualcuno quella new wave stralunata e nervosa dovette sembrare una delle tante prove provate dell’inverarsi della sacra regola dei vent’anni: all’epoca, in effetti, stavano tornando – verbo da intendersi in senso quasi religioso – certi balletti anni ’80, certe madonne, certe chitarre immalinconite dai chorus…

In effetti non innovavano, i primi Arcade Fire, non fosse per i singolari innesti di fiati e archi, ma certamente dimostrarono subito di avere carattere a sufficienza da fugare ogni dubbio: non si era di fronte a banali epigoni di vecchie divinità come Bowie, Springsteen o Byrne. Un carattere che veniva fuori soprattutto nel saldarsi insieme di musica e testi, in una poetica e in una estetica via via sempre più autonome e potenti rispetto alla Trinità appena citata, e che subito – coll’album d’esordio Funeral (2004, Merge) – colpirono in pieno volto, scandalizzandoli, i primi ascoltatori di quest’allegra famiglia canadese.

La società occidentale alla canna del gas

Quasi certamente quei primi ascoltatori– la prima nicchia, si direbbe oggi – furono alcuni tra i coetanei degli Arcade Fire: ragazzi la cui adolescenza era finita col crollo delle Torri. Quello spettacolare incipit d’inizio millennio, preludio di altri bagni di sangue, lasciava intuire che la storia era tutt’altro che finita nel 1989. Di più: se davvero un altro mondo era possibile, ben presto si sarebbe rivelato profondamente diverso da quello sognato – l’utopia realizzata, quella squisitamente turbocapitalistica.

Sottratti alla scena del discorso pubblico e dunque alla luce, questi postadolescenti erano rimasti chiusi prima nella casa del padre, poi nella propria stanza e infine nel corpo – quel corpo sempre così umano e difettoso, sempre sotto il naso e tuttavia irraggiungibile.

Da lì, infinitamente contenuti nell’unico involucro ancora in circolazione –smaterializzatala musica nell’mp3 e l’eros nel porno – questi ragazzi passavano intere nottate tra bagliori egotici e sussurri di ambigui doppi digitali, immalinconiti e disforici davanti a uno specchio nero e luccicante insieme, per quanto ancora ben lontano dalla trasposizione in una serie tv distopica.

Gli Arcade Fire non solo cantavano ma erano questa marginalità, quella di una generazione per lunghi tratti condannata a un’etica escapista, per cui era più facile abitare un altrove di fantasmi che le strade della propria città. Perciò le loro canzoni erano popolate da bambini addormentati, amori segreti e impossibili, sirene della polizia, vampiri, incesti, creature fantastiche e strani vicini di casa dediti a singolari sacrifici umani – senza dimenticare Haiti, la madre perduta di Régine, prima compagna e poi moglie di Win Butler.

Mentre raccontavano per simboli e allegorie, gli Arcade Fire cercavano evidentemente un nome per l’epoca in cui si sarebbero trovati ad affrontare l’età adulta – un’epoca la cui lingua era morta,e per questo scambiava le tenebre per luce. In seguito l’avrebbero definita reflective age, età cioè di ossessioni autoriflessive e riflettori insieme – riflettori di cui gli la band era in cerca insieme ai loro coetanei.

Di fatto, i canadesi cantavano sostanzialmente la nostalgia, il desiderio di redenzione e l’attesa. Nostalgia per l’infanzia di plastica in cui erano cresciuti e desiderio di redenzione per quel passato ignominioso perché non scelto. L’attesa, invece, era tutta per il risveglio dall’adolescenza.

L’invito a svegliarsi, intenso e corale ma poco o nulla rabbioso – a differenza di quello invocato dai Rage against the machine con la loro Wake up nel 1993 – arrivava proprio da questo collettivo di pifferai magici usciti per le strade in parata come in un pittoresco corteo funebre; il funerale quello del padre, già morto, che prima o poi sarebbe stato seppellito sotto un croccante letto di foglie morte.

Cantando l’attesa, gli Arcade Fire compivano quello che è sempre un atto tanto cospiratorio quanto religioso, rivolto cioè alla rivelazione del sacro, del divino: poco importa, quando attendi, che l’Evento atteso sia l’avvento del Messia o degli alieni, la Rivoluzione, la Terza Guerra Mondiale o lo schiudersi e fiorire di corpi per lungo tempo chiusi in corpi.

Questo lo scandalo, allora: da un lato rimettere in scena il sacro, il mistero, a costo di incorrere nel kitsch, per una generazione che per educazione familiare e televisiva lo aveva espunto; da un altro cercare e trovare una propria lingua per raccontarsi e accedere così a un’altra dimensione poetica ed estetica. Un codice musicale – ancora più intenso in Neon Bible (2007, Merge) –composto di cori, fiati, organi a canne e poderose cavalcate gotiche, che trovava un contraltare, a livello verbale, in un universo simbolico tutt’altro che didascalico, anzi devoto a una fittissima stratificazione di rimandi quasi contro-biblici.

Con questa unità di visione artistica gli Arcade Fire diedero vita a un’epica che si rivoltava contro un sistema di valori fondato su pillole per dormire, consumo e televisione – la quale continuava a rimandare l’immagine dei due aeroplani che si schiantavano sulle torri, in un raddoppiamento continuo, pornografico dell’orrore.

In un certo senso già classici– o comunque contemporanei senza i tic dell’attualità – gli Arcade Fire di Funeral e Neon Bible respingevano così il banchettare depressi e ironici sul cadavere dell’assurdità coeva per prendere invece parte al gioco seriamente coinvolti, nell’intensità della condivisione, della musica suonata come esperienza rituale, collettiva.

Così anche dal vivo: nel mondo rimpicciolito da Internet e dai voli low cost, in cui le periferie diventavano centri diffusi e provvisori, gli Arcade Fire radunavano torme di coetanei sia nei loro concerti che per le strade di città non ancora ridotte in trincee urbane, dando così l’impressione (questa sì utopica) che bastasse suonare una nota su uno xilofono o battere il tamburo con loro per aggiungersi a quella liturgia di ribelli spiritici; i quali, anche visti da vicino, sembravano cantare da un punto indefinito dello spaziotempo, come già morti a sé stessi perché più saggia e credibile potesse apparire la possibilità di sollevarsi.

La sollevazione, in effetti, non ci fu: arrivarono invece altri due dischi, The suburbs (2010, Merge, inaspettato vincitore ai Brit Awards e soprattutto ai Grammy l’anno successivo) e il già citato Reflektor (2013, Merge e Mercury Records); due opere struggenti e intense, ancora cariche di candore rivoluzionario e luce raccontata dall’ombra, che però iniziavano a testimoniare anche lo sgretolarsi della lingua specifica, dunque della poetica della band.

Per chi era attratto dalla profezia o dalle maledizioni – e il pubblico degli Arcade Fire, per quanto in espansione rispetto alla prima nicchia, non poteva non esserlo – l’universo simbolico, l’immaginario tutt’altro che didascalico dei primi due album c’era ancora: guerre suburbane, città presidiate dall’esercito, vivi che ballano coi morti, dialogo fitto e carnevalesco con un inframondo tanto mitico quanto esotico e tecnologico – il tutto in un mondo che fuori da quei dischi doveva ancora conoscere il furore del terrorismo diffuso e delle ideologie nazionaliste, l’asfissia delle gated community e del controllo di massa…

Da un punto di vista musicale,sia The suburbs che Reflektor erano però dischi lunghi, variopinti, a tratti addirittura creoli. Il già citato e naturale abbattimento delle barriere ideologico-musicali iniziava a sostanziarsi nell’allargamento al dub, al rock più barocco, all’elettronica e alla musica popolare centro e sudamericana. Chi si aspettava finalmente l’innovazione, il disco che avrebbe dovuto cambiare il paradigma musicale (un po’ come accaduto ai Radiohead con Kid A) trovò, soprattutto con Reflektor, un’opera che invitava semplicemente a danzare – sia pure da una prospettiva sempre notturna, mitica, eretica, in ogni caso tutt’altro che edonistica rispetto agli inviti ricevuti dai Daft Punk, da Pharrell & Robin Thicke o peggio ancora con gli Harlem Shake casalinghi di quegli anni.

Le stesse aspettative della critica riservate ai canadesi rivelavano però ancora un altro aspetto della faccenda: da adulti, senza quasi accorgersene, gli Arcade Fire si erano trovati catapultati dall’altra parte dello specchio, finalmente avvolti nella luce di quei riflettori inseguiti a lungo.

Se già da qualche anno suonavano con le divinità di cui si erano nutriti (gli stessi Bowie, Byrne e Springsteen tra gli altri), ispirandone altre ancora (Coldplay), adesso cantavano per Obama e venivano prodotti dal guru James Murphy – adesso,insomma, andavano tramutandosi a loro volta nell’oggetto dell’attesa spasmodica, quasi religiosa di una platea globale; di conseguenza, l’universo extradiegetico non era più soltanto un cosmo di rimandi poetici e allegorici, ma anche lo stesso jet set colorato e divertente – e lo era, divertente, specie nell’annuncio di Reflektor –, il fluire ininterrotto di dress code, secret show, alleanze strategiche con grandi corporation (ben prima di Apple e Columbia ci fu Google) e apparizioni televisive.

A questo punto, la profezia realizzata pareva essere invece quella di Lester Bangs, il critico musicale che raccontò proprio il passaggio dei Clash dall’altra parte dello specchio. Anche in quel caso fu in larga parte bypassato il momento puramente rivoluzionario: dalle cospirazioni e dai soundsystem di Brixton si approdò direttamente ai passaggi radiofonici e ai manifesti politici in contraddizione – soprattutto per quell’epoca, tutt’altro che smaliziata – con lo stile di vita da rockstar. (Non c’è qui lo spazio per raccontarlo in dettaglio, ma si vadano a recuperare le pagine in cui il moralista Bangs – e lo era, moralista, per quanto brillante – raccontava anche il mutare del rapporto tra Joe Strummer e i singoli fan alla fine dei concerti, gli episodi sgradevoli cui assistette.)

In sostanza, per Lester Bangs quel passaggio coincideva con l’inizio della discesa dai grandi spazi aperti del rock degli anni ’60 all’inferno individuale ed edonistico dei club e dunque degli anni ’80, come forse aveva involontariamente raccontato una canzone come Nightclubbing, a cura degli zombie – stando al testo – Bowie e Iggy Pop, altre divinità che Bangs aveva seguito e raccontato da vicino.

Avvistata un’altra Torre

A questo punto, il parallelo tra i Clash e gli Arcade Fire sembrerebbe reggere almeno in un punto (e ben al di là di Sandinista!). Ma l’intensità di una profezia si misura anche a partire dalla possibilità che questa centri solo in parte il bersaglio.

Se difficilmente Lester Bangs avrebbe potuto vedere Napster, così gli Arcade Fire non avrebbero mai potuto immaginare che le città sarebbero state davvero presidiate dall’esercito o da blocchi di cemento eretti come bassi monumenti del terrore, o ancora che la distopia sarebbe diventata la nostra comune, quotidiana utopia – in quanto utopia e metafisica della macchina; mai i canadesi avrebbero potuto immaginare l’evoluzione della religione televisiva in quella ben più diffusa e quasi esoterica delle grandi corporation,e neppure il conseguente controllo e sottoposizione di ogni nostro pensiero alla predizione e all’eugenetica digitale dei big data; mai e poi mai avrebbero potuto evocare la sovrapposizione dell’attesa per l’Evento, di ogni evento, col clamoroso ritorno della paura della Bomba.

Mai avrebbero potuto prevedere gli Arcade Fire, insomma, che il mondo da loro cantato sarebbe arrivato in una forma se vogliamo ancora più evoluta e tecnologicamente raffinata, peraltro proprio nel momento in cui a loro sarebbe finalmente toccato di metter piede nella Babilonia dell’industria musicale.

E nel frattempo, proprio lì sulla Torre, ecco pure l’effettivo avvento della Babele di lingue e convenzioni, ecco mescolarsi su un terreno ormai indistinguibile mainstream e underground, ecco la musica fuori dalla musica, l’universo extradiegetico di influencer, visualizzazioni, artisti-meme, secondary ticketing e concerti in cui si sta stipati come polli da batteria.

Ecco l’effimero, inconsistente sottoporre un’opera nuova al pubblico fomentato da un hype continuo,ecco pure– allargando il campo – l’impossibilità di essere figure pubbliche in un simile contesto di idolatrie e fondamentalismi,in cui orizzontalità e disintermediazione diventano lo scannatoio, il panem et circenses lasciato a una base tanto di elettori quanto di fan – ortodossi o hater, fa lo stesso.

Non si tratta qui di giocare a fare gli apocalittici circa le sorti dell’umanità – ogni generazione sogna di vivere nell’ultima ora per poi scoprire, un po’ delusa, che era la penultima – o anche solo degli Arcade Fire. Ma è soprattutto alla luce della percezione di questa sorta di imprevedibile slittamento verso la fine (o persistente assenza di un nuovo inizio) che il breve, ben prodotto e concettuale Everything Now risulta per nulla scandaloso, anzi in linea con lo spirito del tempo in cui viene prodotto. Proprio a partire dall’universo fuori dal disco.

Nel web delle fake news (e soprattutto delle fake fake news) appare assolutamente inflazionata la trollata social della finta corporation che gestisce i contenuti infiniti degli Arcade Fire; e lo è pure il riferimento all’ambiguo Infinite content, più un claim pubblicitario da tour promozionale – cosa che effettivamente è – che il tema che proprio l’allegra famiglia canadese aveva raccontato con intensità e senza alcuna didascalia in passato. Lo stesso riesumare il robottino Emiglio in un video su Facebook non fa che plastificare e neutralizzare la struggente nostalgia per l’infanzia dei precedenti lavori.

Così, anche la concettosità musicale e tematica si scopre quantomeno sospetta: se la traccia d’apertura, l’eponima Everything Now, riprende vecchi motivi cari alla band– il ritorno nel nero, il rapporto tra il misero presente e un desiderio che resta assoluto – è vero pure che li rovescia nel loro contrario; più che come un’eco degli ABBA, suona soprattutto pubblicitario, per quanto avvolgente (o proprio perché avvolgente), il coro dei fan campionato in un precedente live – ricordate l’impressione di unirsi, per strada, al collettivo musicale? – e così pure l’incorporamento del flauto di Francis Bebey, che qui pare già pronto per fare da jingle nella pubblicità di una nota compagnia telefonica il cui motto era, non a caso: la vita è ora.

Certo, quando dall’electro hard Creature comfort apprendiamo di una fan che passa tutto il giorno davanti allo specchio (ancora lui) in attesa di feedback sul suo corpo,e che per di più ha tentato il suicidio ascoltando your first record, potrebbe anche sembrare che siamo ancora lì, a rimestare nei desideri inespressi di una generazione che tuttora invoca in preghiera: “Dio,rendimi famoso/o almeno fa’ che non sia doloroso”. Ma sappiamo, per tutto quello che abbiamo detto, che a cantare adesso sono dei coetanei (o dei fratelli maggiori) affermati e attesi da quella ragazza, degli ex vicini di casa che ce l’hanno fatta, come si suol dire, per cui in quel racconto non possiamo non avvertire un che di cinico – specie se pensiamo al corpo-gabbia di My body is a cage (da Neon Bible) o al sacrificio di Euridice raccontato in Reflektor, al suono terribile dell’impatto del suo corpo sull’asfalto.

Il rischio, a questo punto, è di scivolare nella solita retorica della critica a una band banalmente svenduta, di risultare tra quei kool kids stucked in the past messi alla berlina con ironia nella pur divertente Signs of love. Ma è un rischio che va corso, almeno per un momento: perché il punto è che in quel passato la musica degli Arcade Fire non suggeriva affatto il suicidio, ma al contrario dava conforto, l’energia per andare avanti – non solo ascoltandola, ma anche ballandola, già all’epoca, o suonandola in un garage con degli amici.

La questione è tecnica, insomma: all’appropriazione delle convenzioni musicali novecentesche è seguito lo sbriciolamento della poetica degli Arcade Fire. All’epica di un racconto e di una visione, in grado di trascendere la depressione e il cinismo che pure l’avevano prodotta, sono stati sostituiti i codici e le procedure di un mondo che fatalmente è quel che è; l’iterazione e la giustificazione dell’ovvio, dell’esistente,diventa così una questione di pura forma, di sopravvivenza artistica.

L’impressione, insomma, è che in Everything Now gli Arcade Fire abbiano finito col trollare e neutralizzare soprattutto sé stessi, prima ancora che i fan. Ma ascoltato in quest’ottica, Everything Now ci dice qualcosa in più, permettendoci così di andare oltre le divisioni tra fan risentiti/ortodossi e soprattutto oltre la retorica della band banalmente tramutata in brand, che ha perso la purezza delle origini.

Se il disco continua a suonare concettuale e per nulla scandaloso, risulta anche l’opera forse più involontariamente disperata dell’allegra famiglia canadese: proprio perché di fatto testimonia l’impossibilità della redenzione da un passato di plastica quanto della ribellione all’assurdità postmoderna;soprattutto perché adesso, lassù sulla Torre,la famiglia sembra molto sola.

Se sei solo, non puoi che cantare te stesso. Se sei solo, fa paura lo scandalo di essere autenticamente sé stessi mentre il mondo attorno di continuo urla, sbraita, sgomita, soprattutto se essere te stesso conduce al rischio dell’inconsistenza, della replicabilità e della sostituibilità infinita da parte di chi è in fila dopo di te: se non ti piace il nuovo disco degli Arcade Fire puoi sempre ascoltarne un altro e poi un altro ancora; è necessario insistere su Creature comfort, sul suo cinismo – negato da Win Butler sui suoi canali social, che forse dicono di Everything Now più di quanto non faccia il disco in sé – e quel cinismo è proprio questo: una forma, nichilista e autoreferenziale, di autodifesa dall’inconsistenza della sostituibilità infinita, dall’assenza di senso che ne consegue.

Ascoltato perciò nell’ottica della sopravvivenza artistica, e dunque di quella cosa terribile, inaccettabile e indicibile che è oggi il fallimento, Everything Now assume la forza di un documento importante, che racconta bene cos’è il diventare adulti nel mondo in parte già cantato dagli Arcade Fire; la loro solitudine, adesso oggettivamente lontana da quella di chi scrive questo pezzo o di chi lo legge, ha in comune con questa e con la vostra l’asprezza del mondo raddoppiato in cui si propaga. La potenziale inconsistenza degli Arcade Fire in quanto figure pubbliche attese in un mondo di luce infinita – se la luce è ovunque, dov’è la tenebra? – in fondo è anche la mia, e non solo perché i social o queste righe trasformano anche me in una figura pubblica, benché per qualche minuto appena: essere fisicamente cancellati mentre si resta in giro in forma digitale è la prospettiva più comune per ognuno di noi nella competizione – forse apparente, ma certamente durissima – tra pari.

In questo tentativo di autodifesa, la canzone più disperata dell’intero disco non può che essere allora Put your money on me: raffinata cavalcata su un mind game amoroso, è forse metafora di ben altre e più accorate invocazioni a scommettere; senza tirare in ballo Pascal, la sua scommessa divina o la Silicon Valley pure citata nel testo, nell’infinito inseguirsi di maggiore e minore del ritornello c’è dell’epica, un misterioso allarme corale lanciato non solo per sopravvivere, ma per toccare il cuore di chi ascolta questa preghiera un po’ sbruffona e romantica.

Il futuro

Per molti degli ascoltatori (o ex ascoltatori) degli Arcade Fire, il futuro resta tuttora un’incognita, chiuso a doppia mandata nel passato. Per molti versi è simile a Euridice: tentati di voltarci per guardarlo in faccia e riabbracciarlo, ci troviamo invece a vederlo restare sempre indietro, sempre morto oppure riassorbito, con lo stesso Orfeo, nel freddo marmo del presente di una scultura di Rodin.

Allora dove porre lo sguardo, per capire dove potrà andare quantomeno lei, l’allegra famiglia canadese, in futuro?

Forse sarebbe opportuno guardare altrove, in un altro punto dello spaziotempo. In questo senso può aiutarci il finale del controverso documentario Miroir Noir (2008) affidato al regista Vincent Moon (poi “sollevato dall’incarico”). Dopo aver raccontato le scorribande degli Arcade Fire a cavallo tra Funeral e Neon Bible, il film – claustrofobico, punk, disturbato e liberatorio insieme– termina con una scena particolarmente toccante.

A notte fonda, Win e sua moglie Régine spuntano dal nulla nelle strade di una Parigi deserta. Si corrono incontro e si abbracciano, come se fossero arrivati lì dopo una grande impresa oppure uno spavento terrificante, sconosciuto. La scena ci commuove: ma non sappiamo perché. Quello che è successo prima, che pure il documentario ha raccontato (concerti, produzione del disco, lunghe prove, eccetera) spiega solo in parte la bellezza di quell’incontro: da dove sono sbucati quei due? Perché si abbracciano in quel modo, come se avessero scoperto di amarsi proprio in quel preciso momento?

Come al solito con gli Arcade Fire, possiamo optare per una risposta fattuale, evidente, oppure per un’altra più suggestiva: se da un lato è facile pensare all’impresa e alla fatica che poteva rappresentare produrre un disco come Neon Bible, da un altro, tornando alle profezie, si può supporre lo spavento per un attentato terroristico – il Bataclan? – all’epoca ancora da venire.

Ma forse in questo caso si tratta di qualcosa di molto più semplice, che ci risulta complicato mettere a fuoco per via di uno sguardo fin troppo abituato alla dissimulazione: forse quell’abbraccio è un puro atto d’amore che segue a uno scarto nell’ombra, per un attimo fuori dalla luce che tutto avvolge e fa scomparire accecandoci; un atto d’amore del tutto umano che non ha bisogno della parafrasi o della parodia di se stesso, e perciò non ha paura di essere spiato, controllato, irriso dall’alto o tra pari. Un abbraccio che è quel che è, ma è molto altro ancora – a patto di volerci credere.

Ecco cosa si può ancora chiedere agli Arcade Fire, allora: un altro scarto, un altro viaggio nell’ombra.

***

(Questo articolo non sarebbe stato possibile senza l’incredibile lavoro fatto da Fernando Rennis su Sentireascoltare, lavoro che consiglio di leggere per approfondire il mondo degli Arcade Fire;e poi senza il contributo, più o meno volontario, di Roberto Calasso, Guido Ceronetti,  John Berger, e ancora di Mariateresa, Francesco, Michele e Pierpaolo. Il titolo è invece una citazione da quest’altro articolo di Nicola Lagioia.)

Marco Montanaro è nato nel 1982 e vive in Puglia. Ha pubblicato Sono un ragazzo fortunato (Lupo Editore 2009), raccolta di racconti circensi (con la partecipazione straordinaria di una piovra gigante); La Passione (Untitl.ed 2010), romanzo-farsa-tragedia in lingua originale; e Il corpo estraneo (Caratteri Mobili 2012), tragedia on the road. Altri suoi pezzi sono sparsi in antologie e in giro per la rete.
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