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Viviana, Gioele, e la famiglia modello

di Isabella Borghese

Possibile che all’interno della sua famiglia lei non si sia accorto proprio di nulla per evitare tutto ciò?”. Qualcuno accusa il padre di Gioele. Di commenti come questi, in merito al tragico caso che ha visto la morte, altrettanto violenta del piccolo Gioele e di Viviana, la madre, né ho letti diversi. Molti. Anche troppi, ammetto. E su questo intendo soffermarmi. Abbiamo puntato subito il dito contro un padre, non avendo alcuna conoscenza, delle vite di nessuno di questa famiglia – oggi distrutta. Ci siamo fermati a qualche frase e al modo in cui abbiamo scelto di interpretarle. Si direbbe il più semplice, anche superficiale. Ciò che è immediato non sempre indica la via più pertinente. Si è letto sui media che “Viviana era affetta secondo i medici da “paranoia con un crollo mentale dovuto a una crisi mistica”, e pure che “aveva purtroppo dei problemi di salute: è stata a lungo in cura nelle strutture pubbliche e prendeva psicofarmaci. Il Covid ha riacutizzato i problemi e quindi è chiaro che l’ipotesi del suicidio è possibile”, “Viviana era afflitta da manie di persecuzione… Diceva a mio fratello che era pedinata, ma erano soltanto cose che aveva nella sua mente”. “Viviana alternava stati e momenti dell’umore. Ritengo probabile che soffrisse di sindrome bipolare”, ha dichiarato Claudio Mondello, avvocato della famiglia Modello. Tutte parole che tentano di presentare – parzialmente – una persona. Non abbiamo scelto la posizione dell’ascolto, quell’angolo poco frequentato, per questo privilegiato, silenzioso, rispettoso, persino dignitoso; abbiamo scelto di accomodarci dalla parte del giudizio. Eppure quelle frasi contengono diverse parole chiavi che avrebbero dovuto invitarci ad ascoltare. In silenzio. A conoscere. Con attenzione. Dicevamo che l’isolamento ci avrebbe reso migliori, ma siamo qui, pronti a vivere come se noi fossimo esenti dalle disgrazie, a stare nel mondo come se a noi non potesse mai accadere nulla di tanto tragico. Siamo qui, all’apparenza ansiosi di apprendere la notizia, senza però mostrare un interesse reale di approfondirla; in realtà a essa, senza accorgercene, siamo persino talmente tanto distanti ed estranei da non essere in grado di avere uno sguardo che sia, in particolare, il più possibile umano. E la notizia, in questo modo, non facciamo che rifiutarla, allontanarla da noi stessi. Il bisogno mediocre di giudicare, e pure così poco nobile, ci allontana dagli esseri umani, non ci dà mai la possibilità – perché non vogliamo – di aspettare, di comprendere e infine, di sapere che la compassione, questo sentimento oggi tanto sconosciuto, per il quale un individuo dovrebbe percepire con le emozioni la sofferenza degli altri desiderando di alleviarla, ogni tanto – ma anche più spesso – potrebbe accompagnarci fino a farci sentire dell’empatia. Metterci nei panni dell’altro, difatti, sarebbe la cosa più umana e vera che potremmo fare nei nostri giorni. Vuoti, confusi. Abbiamo la parola e non sappiamo usarla. Questo, oggi, mi pare. Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Quello è il senso dello scrivere. Ho sempre amato questa riflessione di Flaiano; la parola è anche il senso della vita degli esseri umani: ci guida e in base al modo e a quali parole scegliamo di usare, siamo sempre in grado di avvicinare o allontanare gli altri da noi. E’ un’arma. E’ vero. E quella cercata con cura, pazienza e rigore è capace punto di poter dire tutto, con grazia e rispetto, o con ostilità e disprezzo. Non dovremmo mai rinunciare alla grazia. Alla delicatezza. Dovremmo sempre cercare le parole più adatte. Parlare agli altri come vorremmo si parlasse a noi. Sappiamo che il covid psicologicamente ha colpito tutti e con maggiore intensità le persone già più deboli e più fragili. E niente, né la debolezza, né la fragilità di alcuno sono condannabili, né tanto meno sono da considerarsi una colpa. Il covid, se ha messo a dura prova la nostra fragilità e ogni nostra debolezza, non avrebbe mai dovuto mettere nessuno nella condizione di guardare alla vita degli altri con violenza e con freddezza. (In fondo, si faceva anche prima). Ciascuno, si sa, si difende dal dolore che prova in tanti e in differenti modi, come può, ma è disumano e spregevole farlo ferendo, ledendo e ignorando il dolore degli altri. Questo, a oggi, è quello che abbiamo fatto rispetto a questa famiglia. Abbiamo offeso una famiglia intera (fino a chinarci con la telecamera sulla schiena di un padre disperato, sino a entrare nell’intimità e nel cuore del dolore. Abbiamo zoomato la videocamera del cellulare perché si vedesse, meglio, tutto, il dolore intero, ignorando il fatto che intanto stavamo solo spostando l’attenzione su altro: abbiamo mostrato il peggio di noi. Licenziavamo, con noncuranza, il rispetto, la sobrietà, il silenzio). Chi ha vissuto da più vicino, conosciuto, condiviso e chi incontra in ogni modo possibile la vita dei malati psichiatrici non può non sapere quanto sia difficile, talvolta improbabile, stare vicino a essi e supportarli in modo perfetto. E’ tutto sempre perfettibile. Spesso persino misterioso. Spesso non si vive che di tentativi e preghiere, per chi sa pregare. Spesso non sono sufficienti le cure, né gli incontri con i medici, né i ricoveri, né la pazienza, né le terapie occupazionali, né i pianti disperati di chi ti vuole bene, né vivere in una famiglia che ti ama. Si vive alla giornata. Il sentimento che domina i familiari è quello ricordato da Gian Antonio Stella, di recente, sul Corriere della sera: quel sentimento di impotenza che nasce dalle parole di Antonello Trombadori, poeta comunista quando in un’intervista a Giampiero Mughini – ricorda Stella –  raccontò la sua tragedia personale ammettendo, «Non sono in grado di soccorrere la persona che più amo al mondo». Ecco: L’amore, va da sé, da solo, non è sufficiente neanche ad amare. A soccorrere chi si ama. E ci si sente mutilati, mancanti di qualcosa, quando non si vedono miglioramenti. Cosa possiamo fare? Di più, di diverso. Di nuovo. È la domanda eterna. Spesso si vive nella paura e con la sola speranza che non accada nulla di grave. Ma si sa, la speranza vale quel che vale. La mancata conoscenza della malattia mentale è forse tra le più gravi mancanze di conoscenza nel nostro paese. Una vera e propria rimozione in questi tempi bui. E la mancanza di conoscenza – come di curiosità di conoscere per davvero – invece di avvicinare gli esseri umani non fa che alzare muri e aumentare le distanze. Tutto questo a prescindere da quello che verrà scoperto di un caso tragico che ha colpito tutti e tutte in un’estate già tanto enigmatica e controversa. Penso a Basaglia che non solo chiuse i manicomi ma restituì ai matti libertà, diritti e dignità; cose di cui non abbiamo conoscenza, né condivisione collettiva. Penso a quando in una intensa intervista fatta da Sergio Zavoli disse, Mi interessano i malati più della malattia. Con la nostra superficialità e la nostra paura che nasce da una non conoscenza dei malati psichiatrici, davanti a ogni tragedia che ci si presenta con le nostre parole, mai in punta di piedi, mai attente e rispettose, non solo riapriamo i manicomi, non solo rivendichiamo di togliere dignità ai malati psichiatrici, ma facciamo qualcosa di ancora più grave: non ammettiamo che la follia è una condizione dell’essere umano. Neanche troppo timidamente rifiutiamo l’esistenza di questi esseri umani. Ma perché la nostra sia una società civile diceva Basaglia “dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.” Del resto, è con il verbo accettare che purtroppo noi non facciamo che litigare. Non accettiamo perché non sappiamo accogliere. E viceversa. E allora vorrei rispondere a chi ha scritto quella domanda su Facebook, a colui che ha stimolato questa mia riflessione, che guarda al caso solo rispetto al modo in cui lo stiamo osservando noi: No. Talvolta, anzi molto spesso, non ci si può accorgere di quanto stia male qualcuno. In primis perché il malato, affatto una persona stupida, tende a nascondere e a minimizzare all’esterno la propria sofferenza. Per vergogna? Anche. E’ chiaro, però, che in questi tempi dove ci si ferma all’apparenza, al pensiero superficiale, dove domina il disinteresse verso gli altri, come il pensiero semplice, niente è più facile dell’assegnare la colpa a qualcuno. Cercare un colpevole è facile, comodo e liquida tutto in poche battute. Niente è più facile dell’utilizzare la nostra forza, invece di imparare ad accogliere la debolezza. Dovremmo fare nostra la possibilità di capire che quello che accade agli altri, in quanto esseri umani, potrebbe accadere anche a noi. Dovremmo imparare persino a chiedere Scusa. E quindi, ora, Gioele, Viviana, vi chiediamo scusa.

 

Commenti
33 Commenti a “Viviana, Gioele, e la famiglia modello”
  1. carlapetrachi scrive:

    Grazie.

  2. Elena Grammann scrive:

    Già che siamo in tema di scuse, mi pare urgentissimo che l’autrice dell’articolo chieda scusa ai lettori per come scrive.
    (Sarebbe interessante studiare gli effetti depressivi di certa prosa)

  3. Isabella Borghese scrive:

    Ciao Elena, ci penserò senz’altro, ma sono stata molto, molto scrupolosa nello scegliere se pubblicare o meno questa riflessione, confrontandomi non solo con uno scrittore/intellettuale, ma anche con tre psicologhe. Comprendo che possa suscitare differenti stati emotivi. Accolgo anche il tuo. Intanto, buona giornata e grazie della tua lettura

  4. Elena Grammann scrive:

    Ciao Isabella. Ieri sera, era tardi, ho dato voce a un’impressione, a quello che “percepivo con le emozioni”. Visto che tiri in ballo addirittura tre psicologhe e uno scrittore barra intellettuale, sarà meglio che precisi.
    – dalla riga 3 alla riga 6 virgole distribuite a pioggia (nota che accolgo la tua lezione sulle parole come armi: la parola scelta è un’arma di gomma, ce ne sarebbero di più contundenti)
    – riga 4: né
    – riga 8: “Si direbbe il più semplice, anche superficiale”. Il secondo aggettivo è fondamentale – metti mai che qualcuno pensasse al semplice e profondo.
    – riga 21: “parole chiavi”. Vedi Alì Babà e i quaranta ladroni
    – riga 22: ” Dicevamo che l’isolamento ci avrebbe reso migliori”. Davvero? Qualcuno l’ha detto? (sincero stupore: che qualcuno l’abbia detto, ma soprattutto che qualcuno ci abbia creduto e inserisca la frase in un’argomentazione che si vuole seria).
    – riga 30: “Il bisogno mediocre di giudicare, e pure così poco nobile”. V.s. “il più semplice, anche superficiale”.
    – riga 33: “percepire con le emozioni”. Che facciamo, caliamo un velo pietoso o andiamo fino in fondo? Caliamo un velo pietoso.
    – riga 34: “ogni tanto – ma anche più spesso – “. Questa è la vera perla. Tipo “fino a oggi ma a partire da domani”.
    – riga 42: “E’ un’arma. E’ vero. E quella cercata con cura, pazienza e rigore è capace punto di poter dire tutto, con grazia e rispetto, o con ostilità e disprezzo.” Immagino che “punto” sia un refuso. Ma “capace di poter dire tutto” non lo è: è l’irrefrenabile amore per i verbi servili perfettamente superflui che caratterizza la prosa dei liceali mediocri. Inoltre una parola cercata “con cura, pazienza e rigore” per esprimere “ostilità e disprezzo” mi sembra una mostruosità obiettivamente rara.
    – riga 51: “(In fondo, si faceva anche prima)”. Ma va’. Però suona un po’ come “questo lo fanno anche i pagani”. Vangelo riconfezionato fanzina.
    – riga 63 : “E’ tutto sempre perfettibile.” Non ci saremmo mai arrivati.
    – riga 69 : “poeta comunista”. Qualcuno mi spieghi la pertinenza della precisazione.

    Questo per la qualità intrinseca della prosa. Veniamo all’argomentazione. L’intento è buono, anzi ottimo. Peccato che i mezzi scarseggino.
    L’obiettivo iniziale, se non vado errata, è confutare chi, apertamente o velatamente, dà la colpa di quanto accaduto al padre e marito o, più in generale, alla famiglia. Da qui appunto l’invito a non accusare – soprattutto disponendo di elementi assolutamente insufficienti a farsi un’idea corretta della situazione -, ma di porsi invece in un atteggiamento di comprensione e di ascolto. Ascolto di non si sa bene che cosa, visto che le uniche informazioni di cui disponiamo sono appunto scarsamente attendibili, ma va bene.
    A un certo punto però pare che il nostro (?) “dare la colpa” abbia deviato dal suo primitivo bersaglio (il padre di Gioele) e si sia spostato su un altro: “E niente, né la debolezza, né la fragilità di alcuno sono condannabili, né tanto meno sono da considerarsi una colpa.” Insomma noi adesso staremmo “dando la colpa” al disagio psichico della mamma di Gioele, anzi a lei direttamente (che non è stata in grado di controllare il suo disagio psichico?). E questa è, credo, una grandissima balla. Se pensiamo a una donna, che dopo aver fatto un incidente tutto sommato da poco, prende su il bambino lasciando tutto il resto in macchina, scavalca il guard rail e sparisce into the wild, l’unica cosa che può venire in mente, anche a noi cattivoni, è: Povera donna, quanto doveva stare male.
    Quindi tutta la filippica sulla nostra scarsa sensibilità nei confronti della malattia psichica mi sembra un po’ datata – considerando anche che l’esperienza, diretta o indiretta, della malattia o del disagio psichico è sempre più frequente e diffusa.
    Poi nell’articolo si torna alla famiglia: “Abbiamo offeso una famiglia intera (fino a chinarci con la telecamera sulla schiena di un padre disperato, sino a entrare nell’intimità e nel cuore del dolore. Abbiamo zoomato la videocamera del cellulare perché si vedesse, meglio, tutto, il dolore intero, ignorando il fatto che intanto stavamo solo spostando l’attenzione su altro: abbiamo mostrato il peggio di noi. Licenziavamo, con noncuranza, il rispetto, la sobrietà, il silenzio).” Non capisco a chi si riferisca il soggetto plurale. Alla categoria dei giornalisti, immagino, di cui l’autrice, mi pare, fa parte. Personalmente non ho guardato le immagini né ho zoomato la videocamera del cellulare. Mi chiedo quanto sia rappresentativo chi ha perso ogni pudore (su questo Isabella ha perfettamente ragione) e l’ha fatto – ripeto, i media in primis, e con un certo compiacimento, forse, del primo interessato – anche questo sarebbe un aspetto da indagare.
    Una piccola osservazione finale: non sono un’esperta di malattia psichica, tuttavia, per motivi soprattutto di lavoro, ho avuto modo di osservare un certo numero di casi. La prima istanza che in caso di malattia o disagio psichico rifiuta di accettare, dunque non accoglie, nega l’evidenza, minimizza, ha una gran fretta di dichiarare che l’interessato “adesso sta molto meglio” – è la famiglia. Fino al tragico epilogo.

  5. fabio scrive:

    Complimenti, signora Elena. Davanti ad una luna così grossa lei è riuscita a rifilarci una dissertazione mortalmente pedante ed insopportabilmente inutile su ogni cellula del dito.

  6. e’ un testo tenero e rispettoso, e dolente, ma non disperato. e usa le parole della meditazione -non della chiacchiera. davanti a morti come queste, e a cosa puo’ avervi contribuito: chi e’ senza colpa scagli la prima pietra, era stato detto; e: nessun essere umano e’ un’isola; e: de te causa narratur- si discute di noi…

  7. isabella borghese scrive:

    Elena, mi scusi, la leggo solo ora. E per fortuna, ma non se la prenda. Mi scuso con i lettori per il “né”, è stata chiaramente una distrazione; se a seguito di altre letture del suo commento, troverò degli spunti di riflessione ulteriori e util tornerò di certo per ringraziarla. Al momento ho fiducia delle persone competenti con cui mi sono confrontata e penso che con tutti questi punti che ha scritto potrebbe scrivere un’altra riflessione. La sua. Non la mia. Potrebbe farle addirittura bene :-)

  8. Elena Grammann scrive:

    Perché mai dovrei prendermela?
    La ringrazio del consiglio finale, anche se non l’ho molto capito (questione di lingua).
    Lei incontra l’approvazione dei lettori, parlate la stessa lingua, questo blog si adopera con successo a diffonderla, tutto bene, no?
    Quello che non va (non una cosa da poco, e di sicuro non una questione di dettagli) pare che lo veda solo io. Pazienza, me ne farò una ragione :-)

    @fabio: anche la luna è fatta di cellule. Cellula del cazzo di qua, cellula del cazzo di là, alla fine non è più una luna, è una frittata.

  9. isabella borghese scrive:

    Elena, non è una questione di lettori e dato l’argomento e la sua delicatezza non banalizzerei, né mi piace porre la questione in quesi termini. Quel suo commento mi ha fatto pensare, tre volte letto, che presa com’è stata a mettere giù la sua lista di osservazioni in realtà si sia persa il senso del pezzo e peraltro molte cose le ha commentate estrapolandole dal contesto della mia riflessione per cui mi ero consultata prima della sua stessa pubblicazione. Aggiungo che anche Conserva, un altro commentatore, è psichiatra. Poi lei chiude ammettendo di non essere psicologa, il che mi ha lasciata molto perplessa per il modo con cui ha scelto di commentare. Sul merito della mia scrittura, bah, lei non la critica ma la offende e francamente su questo non ho voluto neanche commentare. Le offese gratuite non mi interessano. Non servono a nulla. Non a me. Accetto la sua lista, ma non riesco a condividerla. Buona giornata e alla prossima :-)

  10. Elena Grammann scrive:

    Gentile Isabella,
    io invece credo proprio che il punto siano i lettori, e certi siti che se li coltivano pubblicando testi sciatti nella forma e scontati nel contenuto (naturalmente non mi riferisco solo al suo). Ma capisco che lei, essendo parte del problema, non riesca a vederlo. In ogni caso sarebbe un discorso lungo e non è questa la sede.
    C’è però un punto che mi preme chiarire: lei dice che le mie critiche sono “offese gratuite”.
    Chiunque pubblichi un testo lo espone alla disamina, dunque alla critica, dei lettori. Lei ha ricevuto alcune critiche positive e una sola negativa – la mia. Il succo della mia critica, che mi sono premurata di motivare, è che lei scrive male, sia nella forma della lingua che nella struttura dell’argomentazione.
    Ora della mia critica si può dire tutto: che è pedante, che è inutile, che è pretestuosa, che non coglie il punto – qualsiasi cosa. Ma non si può dire che io non l’abbia motivata. Quindi non so dove sia l’offesa gratuita. O anche non gratuita.
    Se lei, cara Isabella, si sente offesa per ogni motivata critica negativa che riceve, le consiglio di cambiar mestiere. Anzi no, rimanga dov’è, tanto in Italia le critiche negative, e motivate, non le fa più nessuno. E si vede.
    Per chiudere mi permetto di far notare che la sua unica risposta alla mie osservazioni, a parte dispensarmi consigli non richiesti, è stata invocare il principio di autorità (le tre psicologhe, lo scrittore barra intellettuale, le persone competenti, lo psichiatra Conserva). Anche questo vorrà dire qualcosa.
    Avendo detto (ampiamente) quello che avevo da dire, tenderei a considerare chiusa la questione, almeno per quel che mi riguarda.
    Le auguro una buona giornata
    P.S. A scanso di equivoci (perché con l’italiano, al giorno d’oggi, non si sa mai): “critica motivata” non vuol dire critica che ha ragione, vuol dire critica che presenta i motivi per cui si critica.

  11. patrizia scrive:

    c’è statoun lutto recente fra i miei conoscenti: …donna bella, giovane, sana, colta, intelligente, ricca ,vivace, con una buonissima posizione sociale e lavorativa nel centro di una grande città, circondata da un’ottima famiglia ed amici.
    In un bel giorno d’estate si è suicidata gettandosi dalla finestra… ha lasciato in perfetto ordine il suo ufficio, sembrava uscire da una depressione dopo un divorzio problematico…tutti pensavano che quello str…di marito non la meritasse, che una così di uomini, se avesso voluto, ne avrebbe trovati mille…
    Ha lasciato un grande dolore e tanti punti interrogativi… ecco, la mente e il cuore umano sono misteriosi, spero per lei che abbia trovato la sua pace, chi le voleva bene e le stava vicino non ha fatto in tempo ad accorgersi della sua disperazione o Lei non l’ha mai mostrata…non ha senso dare colpe, fare giudizi, le tragedie avvengono in attimi … e la psiche umana è spesso insondabile, già gli antichi greci ce l’hanno insegnato.. complimenti con Isabella per il suo commento, credo che Elena sia un pò troppo “maestrina dalla penna rossa” e non riesca o , per motivi vari, non voglia cogliere l’essenza del commento d Isabella.
    Visitai una volta una donna in carcere, aveva ucciso il figlio disabile..mi ricordo il suo silenzio totale, la sua maschera di dolore e apatia, indifferente a tutto ciò che la circondava e che avrebbe potuto succederle, ..mi spiegarono gli Psichiatri che nell’inconscio era stato un gesto d’amore, per proteggere il bambino dalla sofferenza del presente e del futuro..
    La medicina arriva fino ad un certo punto con le cure farmacologiche o psicologiche…
    Oddio… chissà quanti errori ho fatto , non sono una scrittrice ma solo un Medico , chiedo già venia anticipata a questa Elena.. ah già forse che lei sia un pò vittima del suo nome che ha creato una guerra non ancora finita, madre di tutte le tragedie del mondo occidentale.

  12. Elena Grammann scrive:

    Veramente non volevo più intervenire, ma dal momento che questa Patrizia mi tira in ballo non posso esimermi. Poi veramente era partita molto seria, ma così sta diventando uno spasso.
    Allora, signora questa Patrizia – quindi aristocratica, quindi sfruttatrice, quindi parassita nullafacente, quindi potremmo continuare all’infinito: alle stronzate, cara Patrizia, non c’è limite – intanto le segnalo che la “penna rossa” della “maestrina” (De Amicis) non è una biro o una stilografica, e nemmeno una penna con pennino per segnare gli errori, ma la penna rossa del cappello che portava la maestrina. Così sottoponiamo i modi di dire del cazzo a un léger recadrage. In secondo luogo se lei pensa che le mie osservazioni siano le pedanterie di un’insegnante a cui sfuggono le cose veramente importanti, be’ mi dispiace, non ha proprio capito – ma d’altra parte, da un Medico, pur con la emme maiuscola, non si può pretendere.
    Le assicuro che ho colto perfettamente “l’essenza”, benché espressa malino, dell’articolo di isabella – che è, come riassume lei, che la psiche umana è spesso (?) insondabile. Cazzarola, un pensiero originale, un passo avanti nella comprensione dell’umano, pensare che nel 2020 non c’era ancora arrivato nessuno.
    E a proposito di banalità, cara questa Patrizia, la storia della donna giovane, bella, di successo, ecc. che improvvisamente si suicida l’abbiamo sentita in tutte le salse, davvero poteva trovare qualcosa di meno frusto.
    Con questo, spero, basta davvero perché va bene divertirsi, ma non bisogna esagerare (immagino che come Medico sarà d’accordo).

  13. Elena Grammann scrive:

    Pardon: Isabella

  14. Orco dio scrive:

    Gentile Elena, senza offesa.. non sono un intellettuale etc.. ma tu nella vita non hai un cazzo da fare? Non hai qualcuno che ti vole bene? Quanti anni hai? A perdere tempo a fa’ gli elenchi puntati e a rompe er cazzo alla gente? A me non ne ne frega un cazzo di quello che pensi. Ciao :)

  15. Elena Grammann scrive:

    ‘na fortuna. Pensa mo’ se ti fregava qualcosa… :-)

  16. Renato Proietti scrive:

    Strano… doveva essere un commentario all’articolo di Isabella, è diventato quasi un commentario al commento. Forse perché é inusuale leggere un commento così fuori dai denti come quello della signora Elena. Che mi sembra non colga un altro punto centrale dell’articolo, su cui invece voglio soffermarmi io: il dito puntato, dalla stampa e dai social, verso il marito di Viviana e papà di Gioele. Non è infatti l’insondabilità della mente umana, refrattaria come è a farsi studiare da un punto di vista oggettivo (e sì, una volta per tutte mettiamoci in testa che ogni mente è un processo storico e individuale, conoscibile solo mediante l’incontro diretto e l’empatia!), il nodo centrale.
    O perlomeno io, che ho vissuto la difficoltà di crescere in una famiglia con due malati di mente anche piuttosto gravi, ho sentito più forte il pudore che traspare dalle parole di Isabella quando cerca di metterci in guardia dal giudicare.
    Non scendo perciò nella facile tentazione di lanciarmi in analisi diagnostiche sulla sventurata famiglia né sul dolre o sugli inevitabili sensi di colpa dei sopravvissuti (e non penso solo al marito e padre).
    Famiglie che si trovano quotidianamente davanti ad un ineluttabile destino che può essere sintetizzato dal noto aforisma di Clotilde Gislon: “amarli non basta”.
    Famiglie dilaniate dal costringere la complessità dei loro sentimenti nell’assurda antinomia “espulsivo/inclusivo”, come se il loro problema fosse solo rinchiudere o tenere a casa.
    Famiglie che si portano appresso il peso dei giudizi benevoli o malevoli, che vorrebbero a volte gridare il loro disappunto ma tacciono. Tacciono per convenienza, per non peggiorare la situazione, perché pensano che sarebbe peggio. O più semplicemente perché pensano che nessuno li capirebbe.
    C’è solo da ringraziarti, Isabella, per aver provato a portare alla luce questo aspetto. Vorrei scrivere anche altre cose, magari se la discussione prosegue…

  17. isabella borghese scrive:

    Renato, ciao. Non a me, ma grazie a te della tua lettura, della tua riflessione e di aver ricordato quell’aforisma, “amarli non basta”. Non lo avevo più in mente. E pure, grazie per aver messo luce sulle difficili e complesse condizioni in cui vivono le famiglie con pazienti psichiatrici. Non basta peraltro una diagnosi per risolvere alcunchè.
    “Famiglie dilaniate dal costringere la complessità dei loro sentimenti nell’assurda antinomia “espulsivo/inclusivo”, come se il loro problema fosse solo rinchiudere o tenere a casa”. In questo passaggio tuo, c’è tanta verità, direi, e tutto quello che non si può semplificare quando si vive in certe condizioni.

  18. Pierluigi Rossi scrive:

    Sono completamente d’accordo con Elena Grammann, trovo questo post così imbarazzante che mi viene volentieri in mente un personaggio antipatico e scorbutico che, in un film capitale, schiaffeggia una giornalista professionalmente sciatta e banale e pronuncia la memorabile battuta: “Le parole sono importanti!”. La mozione degli affetti è un artificio retorico, ha bisogno cioè di un’espressione linguistica adeguata per funzionare, in caso contrario può perfino nuocere alla causa che si perora. (Off topic: io sono un fan di Elena Grammann e del suo occhio micidiale, che, quando vede il re nudo, lo dice a voce alta.)

  19. Pierluigi Rossi scrive:

    Me lo dico da me: l’ultima frase tra parentesi del mio precedente commento è un pasticcio…

  20. Elena Grammann scrive:

    Grazie, gentile Pierluigi.
    Dopo che il signor Orco dio ha così piacevolmente suggerito che rompo le palle perché scopo poco, fa piacere sentire un’interpretazione più pertinente – e soprattutto una lettura dell’articolo consonante con la mia.

  21. patrizia scrive:

    Signora Elena la sua nullità e volgarità non meritano altri commenti.
    Da buona aristocratica , Patrizia appunto, ma, purtroppo per me, sempre molto sgobbona e un pò più competente di Lei sulla psiche umana normale e malata, per professione e per formazione personale, non entrerò nel merito delle Sue becere affermazioni.
    Bhè come apprezzo la fortuna di avere avuto buone e buoni insegnanti dall’asilo all’ università!
    Ho assistito pochi giorni al funerale ed alla sepoltura della Signora di cui ho parlato e Le assicuro che non è stata una finta da Novella 2000.
    Credo che Lei non meriti il nome che ha scatenato un tal putiferio nella storia…vero è che Paride scelse, diciamo solo la… bellezza, ma si sa gli uomini…

    Pietà e silenzio per Viviana e Gioele e per lo strazio di chi vuole loro bene.
    Spero ci sia un mondo superiore in cui loro due possano essere felici, continuare ad amarsi e giocare insieme come madre e figlio

  22. isabella borghese scrive:

    Patrizia, non la conosco, ma le lascio un abbraccio.

  23. Pierluigi Rossi scrive:

    OT:Apologia di Elena Grammann

    Io sono lo scudiero (non ingaggiato né pagato) di E.G. Consiglio, per cominciare, se si vuole capire qualcosa di lei, di leggere il suo blog. E.G. non è una ragazza, fa l’insegnante e le piace scrivere. Per sè, imbastendo deliziosi racconti e poesie, ma anche, più spesso, in difesa della buona letteratura. Averci a che fare richiede che si studi, ovvero che si ami. E amare è difficile, malgrado i luoghi comuni, perché, per amare al meglio, che è l’unico modo, bisogna essere inflessibili. Certo, E.G. sa essere volgare… ma con che raffinatezza! La stessa con con cui sa essere sapiente, perspicua, empatica, dolce. Viva lo spirito libero, viva E.G.!

  24. Renato Proietti scrive:

    Come dicevo, qui si sta spostando il commentario sui commentatori anziché sull’articolo… non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
    Un altro punto, Isabella, che tocchi (senza dargli però il peso che meriterebbe) è il ruolo della stampa. Che riesce a declinare il rapporto con il disagio mentale solo in termini follia sì/follia no, con frasacce ad effetto (“prendeva psicofarmaci”, “era seguita dai servizi per la salute mentale”) che ingenerano nel lettore profano, anziché una sincera curiosità di comprendere CHI fosse quella donna, uno spirito di schieramento “pro” o “contro”.
    Dire che ci vorrebbero, in questi casi, quantomeno giornalisti specializzati sarebbe il minimo, anche se con una “specializzazione”‘ si rischierebbe un algido distacco diagnostico. Continuo domani, buonanotte

  25. patrizia scrive:

    Mi dispiace contraddire il Sig Pier Luigi. ma la volgarità raffinata non esiste, si possono fare raffinate considerazioni sulle volgarità, ma ” si scrive e si parla come si pensa” , nessuno dei miei insegnati ha mai usato parolacce nè a voce nè per iscritto, perchè non le avevano di default spontanee nella mente.
    Nessuno è un angioletto e la parolaccia nei momenti di rabbia può scappare a tutti, ma resta un’eccezione , di cui poi spesso ci si pente e ci si deve scusare.
    La ostentata e compiaciuta volgarità nella comunicazione è fine a se stessa o è un modo facile di catturare l’attenzione e la “simpatia” del pubblico-medio, quando non si hanno argomenti forti o non si è in grado di esercitare un vero umorismo.

  26. asd scrive:

    a me resta il dubbio che questo articolo non ci sarebbe stato se a uccidere il figlio fosse stato il padre

  27. Pierluigi Rossi scrive:

    @Patrizia
    Non si dispiaccia di contraddirmi, facci, facci pure, è la dialettica, io per esempio non mi dispiaccio di contraddirla a mia volta, la volgarità raffinata esiste eccome, da Dante a Rabelais a Beckett, infatti, c’è n’è a iosa.

  28. pierluigi rossi scrive:

    ce n’è

  29. Los de afuera son de palo scrive:

    Grazie di cuore a Isabella per l’articolo. Ci sarà qualche imprecisione che fa tremare i polsi e stringere le perle alle insegnanti che gli alunni non ameranno né rispetteranno mai, ma è vibrante e colmo di pietas, non di pelosa carità che si limita ad osservare dall’alto gli uomini che si contorcono nel fango nella lotta quotidiana.
    Grazie ad Elena, per la conferma che i narcisisti provengono da qualunque classe, professione e genere, sempre pronti ad elargire pipponi noiosi e inopportuni per toni, tempi e modi, a discapito dell’argomento, purché si parli di loro, purché li si noti mentre urlano “sono qui, esisto! Io so, IO!”. Grazie due volte, ad Elena e al suo alter ego Pierluigi, cui mette in bocca parole e stile più modesto, tentando di fingere che esista davvero un fan della sua pregevolissima, incalzantissima prosa.
    Brava, bis.

  30. Elena Grammann scrive:

    Gentile signor Los de afuera ecc.,
    lei ha apprezzato l’articolo di Isabella Borghese, io no.
    La cosa è penalmente perseguibile? E’ incostituzionale? E’ moralmente riprovevole? Non mi pare.
    Perché, per sostenere la sua opinione, che nessuno, in quanto sua opinione, le contesta, deve avanzare illazioni tanto fantasiose quanto infondate?
    A dispetto delle sue brillanti analisi stilistiche, io e il signor Pierluigi Rossi siamo due persone indipendenti e distinte. Ci conosciamo attraverso i commenti su qualche blog, e questo è tutto.
    Inoltre la stupirà apprendere che sono stata un’insegnante generalmente amata e decisamente rispettata – credo perché sono onesta, e non amo né i luoghi comuni né i facili patetismi. Questo i ragazzi lo percepiscono e lo apprezzano.

    Due parole sul suo nickname, veramente rivelatore. Che vuol dire, se Wikipedia non mi inganna, “Quelli là non esistono”. Be’, signor Los de afuera, effettivamente io esisto. E il signor Pierluigi Rossi, a quanto ne so, pure.

  31. Magazzino M. scrive:

    Un unico commento: lasciamoli riposare in pace….

  32. Valeria scrive:

    Sono con Elena e con Pierluigi: quest’articolo è imbarazzante grammaticalmente, nella povertà dell’argomentazione (a livello di incapacità di esprimere in maniera chiara dei concetti), a livello retorico (è pieno di quei topoi retorici triti su cui punta il dito moretti), stilistico (oddio il plurale majestatis, e un a capo ogni tanto, vi prego!), di refusi (“E'”, ma nessuno l’ha riletto e relazionato?). Lo trovo di un livello del tutto inadeguato alla testata, al di là di quello che cerca, e secondo me non riesce, a esprimere.

  33. Camilla scrive:

    Grazie per queste parole. Appropriate, rispettose e scelte con cura. Non so se volendolo o meno ma ti sei prodotta in una bellissimo discorso femomenologico. E’ una istanza che apprezzo, sia come persona che come medico addetto ai lavori (della salute mentale, appunto). Grazie.

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