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Vladimiro (da “Talenti”, anno 2004)

di Marco Mantello

Udine, 15 gennaio

Caro nonno,

Questa è la storia di come ho iniziato a parlare da solo. E non è colpa mia se ho avuto una vita ottocentesca, tu che mi cresci da quando ho tre anni, perché i miei sono morti per darmi alla luce. Nella culla abbandonata c’era pure il messaggio mieloso, “Abbiate cura del povero Vladimiro”, scritto a lettere di canto gregoriano. Alle volte una generazione salta. Ma io sono in ritardo di tre. Il tempo presente è il tempo passato e forse nel tempo futuro… com’è che diceva il poeta? Devo trovare un titolo per queste memorie. Un titolo ottocentesco. Che so? Forma e Sostanza, Rabbia e Disonore, Il diario della scogliera… Ecco Autofiction, un bel: “tutto comincia quel giorno che ho provato a ricompormi. Mai ricomporsi. Errore gravissimo nonno”. Avevo diciannove anni. Stavo andando al negozio di dischi. Per strada saluto Cristiano. Ti ricordi di Giovanni, nonno? Quel mio compagno di equitazione che poi si è dato al culturismo, all’eroina, ha perso i denti attacchinando manifesti del duce e alla fine, dopo un periodo in cui, con microfono e cuffia, si inoltrava a notte fonda in un bosco dell’agro pontino sulle tracce dei satanisti, si è sposato invece di ammazzarsi. Riequilibrio sessuale e non: dopo sei viaggi in Costarica. Adesso mi sa che ci vive. Con una bellissima cubana tatuata. Tette dure. Se qualcuno la violentasse per strada mi fermerei volentieri. Mi arrivano sue notizie per posta.

E comunque ti dicevo di quel giorno. Al negozio di dischi. Il padrone è uno del quartiere. Senza pancia trentott’anni e un futuro da roadie. È difficile fare il roadie qua in Italia. Barbabianca si chiama e mi consiglia tutto. È specializzato in Fugazi, Crass, Boyd Rice. Non disdegna i Gygafo e gli High Tide. Una grande passione per Genesis P. Orridge, fondatore di un tempio pagano dove pare che uccidano i figli.
“Anche gli orfani?” chiedo. Barbabianca sorride. Perché lui lo sa della mia storia ottocentesca. Andiamo nel retro bottega. Uno sguardo al filmino. La sua ultima performance. Barbabianca gli piace filmare.
“Questa si chiama Eleonora. Guarda adesso che tira fuori!”
“Ma dove l’hai messa la telecamera? Dove?”
‘Stava sul coso… sotto la maglietta. Davanzale. Vedi? Davanzale”
E poi arriva un gruppo di pischelli borchiati. Brufolosi bavosi ladri di copertine dei Metallica: siamo tutti nel retrobottega. A guardare il filmino. Eleonora. Mi sa che la conosco. È una di scuola mia.
Me ne vado alle nove di sera. Con un disco dei Blue Hollow nella busta. Le insegne illuminate di Maxmara, i Tre porcellini, Non solo fumo. Nel quartiere sono tutti a cena e il 60 passa ancora. Incrocio di nuovo Giovanni.
“Bella.”
“Bella.”
E poi che mi metto a pensare, fino quasi al cortile di casa: Vecchio porco di un Barbabianca. Che fallito del cazzo che sei. Coerente fino all’autolesionismo. Lo scheletro di un adolescente. Con le stesse magliette: Boyd Rice, Genesis P. Orridge e il concerto londinese degli Assassins. Ti sei fatto la telecamera professionale. Altro che quella Eleonora. Non sei niente di diverso da certi di scuola mia, che le loro scopate se le filmano uguale e sono tutti bravi-bene come me. Gianluca, Luigi, Johnatan. Con quei cazzo di maglioni Paul and Shark. La domenica in chiesa e due morali: la clandestina e l’ufficiale. Con quei padri, del resto: giornalisti del tg2, appaltatori siciliani, proprietari di catene alimentari, consulenti delle mogli degli amici. Questo quartiere è una fabbrica di professionisti. La classe dirigente del futuro. Scuola mia, per esempio ha sfornato: un mitomane che regala profilattici sulle spiagge di Rimini; un giovane presentatore di Video Music che aveva il gruppo, cantava Biko a pungo chiuso e adesso, quando intervista i produttori, tira fuori la filippica che lui quando suonava lo pagavano un cazzo. E poi quel mucchio di rapper parioli che da Villa Lazzaroni all’hit estiva, il festivalbar e il sabato al centro sociale. Col microfono rappato fino a che non gli vengono i capelli bianchi e le fasce sulla nuca… le fasce diventano fredde. E i Sanremo giovani, insieme ai figli dei cantanti affermati. Raccomandano anche i cantanti. Te li vedi alla televisione, con quei capelli costruiti a ciocche, il tatuaggio e la palestra per rendere visibili le spalle. Sono lì, a rimpiangere gli anni ottanta. Il concerto dei Police al Palaeur: C’era anche un’attrice a scuola mia. Una che ha esordito con un porco appassionato di culi e poi ha cambiato cognome. Deputati di Alleanza Nazionale, che l’unica cosa che ci univa era la passione incondizionata per i Jam. Non so perché amassero i Jam. Paul Weller all’epoca era un mod pieno di attenzioni per i minatori inglesi. Eppure un sacco di fascisti a scuola mia: “Che fissa i Jam!”.
Per il resto c’era gente come Luigi. E ai consigli di classe i genitori spiccicati ai genitori di Luigi. Per fortuna i miei erano morti. Io nonno avevo te. Saltavamo una generazione. Io già me li vedevo i Luigi del cazzo. Alle pizze di rimpatrio, nelle osterie da Carlone, da Vittorio al Prenestino: un gran branco di avvocati in scooter che ubriachi lì a cantare:

All you need is Law
All you need is Law Law
Law is all you need

Che domandano alle mogli a colazione: “A che ora viene l’ebrea?”
L’ebrea è Marinella, la loro amica con il negozio di scarpe in centro e il marito ingegnere. Perché è di turno lei a portare i figli a scuola.
“Ciao Marinella.”
Che la vedono arrivare trafelata, lì davanti alla porta di casa.

Mi ricordo quella volta con Luigi e gli altri. Stavamo in vacanza a Mykonos. C’era la ragazza di Luigi, gli altri erano tutti al disco-pub, io e lei soltanto, nel campeggio mezzo vuoto. Tanta birra, si spoglia e sulla spiaggia mi fa toccare la fica. Ci ho dormito sulla spiaggia.
“Eravamo ubriachi,” questo dissi l’indomani a tutto il sole. E non era per lavarmi la colpa o cosa. E loro, i miei migliori amici, a distanza di tre mesi, che prima volevano denunciarmi e poi mi arrivano sotto casa in tre. Io che scendo. “Come va?”.
Cado a terra una, due, tre volte. Tutti zitti. In cerchio. Si erano messi in cerchio a spintonarmi. Non in grado di picchiare. Perché troppo bravi-bene. Però si sforzavano eccome. Poi sei arrivato tu, nonno, con le buste della spesa: “Ciao ragazzi, Pranzate con noi? Vladi perché non inviti i tuoi amici? Ho comprato…”

Non c’è niente di male a pensare. Questo credevo io. E le cose cominciarono a cambiare. Avevo solo diciannove anni. Anche adesso me li vedo qui. Tutti muti nel mio padiglione. Sono i miei migliori amici.
“Cha hanno ricoverato anche voi?”
E loro zitti. Solo a fissarmi. E Luigi che mi chiede ancora: “Ma da quando che parli da solo?”

***

Udine 21 gennaio

Ciao nonno,

oggi mi sento davvero commovente a livello di prosa edipica. Il dottor *** dice che puoi venire a trovarmi. Dillo pure a Luigi che mi fa piacere. Sul titolo del mio libro non ci sono novità. Tu che ne pensi di Disordine e bugia? Ricalca troppo Gadamer? Se ti viene in mente qualcosa fammelo sapere. Ho un disperato bisogno di suggerimenti. Il mio processo di ricomposizione è bene avviato. Questa notte un sogno mi ha fatto ricordare altre cose importanti. Stavo a una mostra di fotografia. Dico nel sogno. Una di quelle hit parade del dolore, in cui raffigurano le cose brutte del mondo e sono tutti primi premi o segnalazioni. Io leggevo le didascalie. C’era un palestinese ferito a una gamba, che aveva scattato la foto da terra e il campo profughi pieno di cadaveri freschi. A Cipro, un padre e un fratello uccisi in casa loro dai soldati greci. Sangue per terra e donne lacrimanti di tribù nigeriana. E poi dopo il Vietnam e le torture delle guerre più recenti, la colonna vertebrale di un ex bonzo. Venti grammi di pelato per un metro e settanta di altezza.
“Nel villaggio cinese di *** i contadini maschi accettano di permutare il loro sangue in cambio di derrate alimentari. Questo genere di scambi ha provocato, a causa delle carenti condizioni igieniche, il proliferare dell’Aids.”
Poi il sogno si è incasinato. Non stavo più a quella mostra. C’era un grande pranzo e quel bonzo da venti grammi, vivo e vegeto a capo tavola. E tutti quei cinesi del villaggio intorno a me. Solo che il bonzo non era più pelato. Aveva i capelli lunghi e la barba. Venti grammi di Gesù Cristo con gli occhi a mandorla. Al centro della tavola, una grande pagnotta rossa. Lui la prende e alzandosi in piedi dice proprio quella cosa là.
“Questo è il mio sangue. Prendete e mangiatene tutti.”
E insomma poi mi sveglio e nel mezzo del padiglione sono ancora le cinque di mattina.

Io non so come è stato, forse la religione, il bonzo che diventa Gesù… Mi è tornato in mente quando tu, per la prima volta, ti sei accorto che stavo male. Dopo il viaggio in Grecia. Con tutto il casino che era successo chi ti va a morire? La nonna di Luigi.
“È un tuo amico, scusa. Devi andarci al funerale. Ti accompagno,” avevi detto.
Lo sapevo che per te, che i funerali li rimuovi, era uno sforzo accompagnarmi. E del resto con Luigi e gli altri facevamo i separati in classe. E poi era un periodo –l’esame di maturità – un periodo pieno di funerali. I nonni soprattuto. In classe mia uno stillicidio: quelli di Johnatan, Alessia, Emanuela. E in più il tumore primaverile del papà di Giulia, che io a quella avevo parlato sì e no due volte in cinque anni e mi stava pure sui coglioni.

Nel quartiere c’era un grande comprensorio. Unità salesiana 1 si chiamava. I campi da basket all’aperto, la biblioteca e un’enorme cappella circolare. Una cosa stranissima, di cemento grigio e bianco, con una serie di linee spiegazzate a far da tetto e la cupola pendente verso destra. All’interno le panche di legno. La nonna di Luigi era molto religiosa ma un po’ tutti nel quartiere andavamo a fare messa. Esperti di ampolline fino quasi a tredici anni. I funerali li diceva sempre padre De Angelis. Il parroco magro-alto, capelli bianchi ai bordi della nuca. Il parroco di origini comasche. Una grande passione per l’economia politica, aveva pure scritto un libro: Prodotto marginale del lavoro e criteri evangelici di remunerazione. Lo usava per il catechismo “evoluto”, come lo chiamava lui. Padre De Angelis forniva acute spiegazioni in chiave neoclassica di episodi biblici. Su tutti il bracciante che arriva al tramonto e pretende di essere pagato quanto gli altri che son lì dalla mattina. C’era anche una sezione dedicata alla teoria dei valori. “L’utilità marginale della comunione” era il punto più controverso. So che il vescovo lo richiamò due volte all’ordine e dal suo libro furono espunti i nomi di Calvino e Hobbes. Una vittima del sistema, a suo modo.
Il mercoledì pomeriggio teneva un corso sul Capitale. Per i ragazzi dai tredici ai diciannove anni. Anche Luigi ci andava. E poi tornava in classe con un sorrisetto assurdo, ogni volta che facevamo i dibattiti sulla Cina con la prof comunista di storia. Alla campana mi diceva sempre: “Mercoledì prossimo vieni al corso di padre De Angelis”.
Una volta ci vado davvero. Stava in piedi, appoggiato ad un tavolo blu. E noi altri sopra seggiole di legno circolari. Un pannello di San Sebastiano alle sue spalle. Aveva appena cominciato a devastare la portata logica del proverbio rosso: “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo il suo bisogno”. Una vera fissazione questa dei soldi. Alzai la mano a metà della predica.
“Prego giovanotto.”
Esposi il caso di Dvorjak, uno che avevo conosciuto in piazzetta e anche Luigi lo conosceva. Giocavamo un cinque contro cinque e alla fontanella, ci aveva raccontato di vivere in tenda col padre, che la tenda però si era bruciata e insomma le solite storie da immigrati. Gli dai i soldi e si comprano il vino.
“Magari si può fare un’iniziativa per Dvorjak. Lei che ne ne pensa, padre?”
Tirò fuori dal cassetto una copia di Prodotto marginale del lavoro e criteri evangelici di remunerazione.
“Se ti interessa puoi leggerlo anche al tuo amico povero. Non troverai una risposta alla tua domanda ma poi magari ne parliamo insieme. Ti faccio un caso però su cui riflettere. Hai presente gli zingari che vengono la domenica davanti all’uscita di messa?”
“Ho presente.”
“Noi abbiamo raccolto vestiti e però in molti casi… insomma in loro… in alcuni di loro non c’è la volontà. Li ho trovati nel cassonetto i vestiti… capisci giovanotto?”
E poi lì a menarmela ancora con la proporzione fra quantità di lavoro prestato e retribuzione. Peccato che io l’educazione civica non la studiavo mai perché allora potevo rispondergli che l’art. 36 della Costituzione italiana… insomma potevo rispondergli che quel ragazzo, Dvorjak, poi non si è visto più nel quartiere. Pare si sia messo con un’italiana e adesso le cose per lui vanno bene. È pagato per quanto lavora. E io non mi ricordo altro di quella storia. Me ne andai dal corso sbattendo la porta. E quel padre de Angelis non lo rividi per un po’. Esattamente fino ai funerali della nonna di Luigi.

Stava lì sull’altare. Elegante, dignitoso, come le altre sei volte che l’avevo sentito parlare, con i nonni degli altri compagni di classe, messi lì nell’identica bara. Si atteneva sobriamente a un canovaccio. In genere prendeva informazioni dai parenti sulle abitudini della morta. Se riconosceva la fisionomia, durante la predica ricordava la “costante presenza della sorella” alle messe del sabato sera. Poi tirava fuori l’incenso, lavorava un po’ di mano e con la fronte corrugata lasciava spazio al dolore degli altri. Quella volta però si confuse. Nel senso che il nome della morta lo prese. Poi guardò la madre di Luigi in prima fila e cercando un’intesa con gli occhi le disse: “Con tutti questi giovanotti. Ne vedo molti e del resto la signora *** è stata insegnante per tanti anni alle superiori, mi diceva la figlia…”. Al che la madre di Luigi sorrise e disse che no, l’insegnante era lei e la mamma lavorava in casa. E Luigi di fianco, in cravatta e occhiali scuri: riuscivo a capirlo che annuiva. Da come muoveva la nuca. Stavo tre file dietro e ci eravamo pure salutati all’entrata e la sua faccia… non vedevo la sua faccia. Adesso doveva leggere dagli Atti degli apostoli. In quanto nipote, più che altro perché i suoi ci tenevano, ma lui con la morta non aveva molto a che spartire. “Una tirchia del cazzo,” diceva e così mentre stava per alzarsi e tu, caro nonno, che mi avevi accompagnato, a casa mi raccontasti la scena.
“Possibile che non ricordi niente? Non ti ricordi cosa hai fatto a Luigi?”
“Veramente a lui non ho fatto nulla nonno, alla ragazza le è anche piaciuto sai? Gemeva…”
Mi ricordo solo che pensavo: “Adesso vado a parlarci. Gli dico mi dispiace. Per la cosa della Grecia” e il mio corpo non si muoveva perché a lui, a Luigi non avevo fatto nulla nonno, era lu che aveva fatto qualcosa di male a me alla fine. Hai detto che ero uscito dalla terza fila. Nel corridoio centrale, la chiesa gremita. Hai detto che avevo preso a correre. Verso Luigi, dritto dritto sull’altare. Che mi avete fermato in due: tu e il papà di Luigi, ma io lo avevo raggiunto uguale e i suoi occhiali scuri erano caduti a terra.
“Che cazzo fai?” fu l’unica cosa che gli uscì di bocca. Hai detto che Luigi era in lacrime dalla vergogna. Più che altro per il “cazzo” che gli avevo fatto mangiare in chiesa. E che io l’ho preso a calci in faccia e solo perché suo papà era un amico di famiglia non mi hanno denunciato subito… insomma nessuno si è sognato di chiamare i gendarmi. Hanno voluto che gli ricomprassi gli occhiali, tutto qua.
“Sono costati novantamila lire.”
Hai detto che ero talmente fuori di me, con quelle mani. Tremavo di rabbia. Tu mi parlavi e io non sentivo e Luigi, rosso in viso, che gli usciva il sangue dal naso. “È lui che mi ha fatto dire cazzo in chiesa! Cazzo l’ho ridetto!” Padre de Angelis era sceso dall’altare, avevo preso a calci anche il prete puritano del nord trapiantato a Roma e ti giuro non credevo fosse così difficile trattenermi. Fuori mi hanno dato il tranquillante. E tu mi provavi a parlare. Per tutto il tempo ci provavi. Io niente, ridevo scomposto, picchiavo su quella frase fatta che mi volevano fare dire per mettere tutto a posto. “Caro Luigi, mi dispiace. Per la Grecia, per la tua ragazza che era roba tua vero, senza nemmeno il nome! Che fai dopo? Viene al ping pong dopo questa farsa?” Te lo giuro che pensavo solo questo, a non dirgli nulla di nulla a quello stronzo…

Due anni di terapia mi sono fatto. Non è più capitato niente. Certo Luigi e gli altri me li ero giocati in via definitiva. Ma il controllo delle azioni e dei pensieri, quello sembrava raggiunto… A due anni dal fattaccio ero un ragazzo pacato, iscritto alla facoltà di economia e commercio. Avevo in mente la mia tesi, il mio lavoro, i due cani nella casa con giardino. Adesso stavo bene con tutti. Soprattutto con te, nonno. Con te parlavo molto. Mi facevi uscire anche da solo. Lo psichiatra lo considerava sano. Si erano ridotti gli incontri. Da tre a settimana a tre al mese. E non prendevo più gli psicofarmaci. Nell’aranciata, nel latte, insieme alla pappa reale. Li nascondevi dappertutto e non avevano sapore. Adesso andava meglio. Avevo fatto nuove amicizie, un po’ diverse dalle precedenti. Questi erano figli di divorziati, con le sorelle lesbiche e una buona propensione a dialogare. Pieni zeppi di interessi culturali. Mi scrivevano lettere in greco. Chitarra classica, in molti filosofia politica e le sorelle lesbiche, con l’orecchino al naso e le calze nere, a menarla con le misure dei cazzi e le file dei trattati illogici. “Sono tutte doppie a casa mia”. Per me era un universo da Ovosodo nonno. Io che andavo in giacchetta alle feste dei sedici anni (era il 1984) e alle zero e quarantuno ci veniva a prendere il padre di Luigi in Volvo. “Beh allora? Avete scopato?” chiedeva sempre in auto. La sua collezione di Gin Fizz sotto al libro sulle origini marziane degli Etruschi mi dava ancora il senso delle mie origini, la parte più profonda e pura di quello che eravamo nonno, e che adesso mi faceva schifo dopo le conoscenze nuove con questi amichetti evoluti. Dividevo le giornate fra lezioni di matematica finanziaria all’università e divani di evoluti, il punto di incontro materiale fra il loro futuro a Roma e il mio manicomio a Udine. Le t-shirt di Proust, gli orecchini al lobo destro, la lambretta di Quadrophenia con cui andavamo ai concerti al Branca… Ho scoperto che c’è del vero nei giochi di ruolo. Ero calmo a casa loro, misurato e non ruttavo mai a tavola o col cappellino in testa. In genere esistevano due tipologie, entrambe letali per il sistema. Le famiglie autenticamente evolute. Reduci da anni di autonomia operaia e Cuba Libre. Infermiere col piercing, impiegati alla Centrale del latte di Roma: procreavano all’inzio degli anni settanta e chiamavano i figli Eta, Elettra, Mescalina. I figli avevano occhi bellissimi e verso i ventuno costruivano nuove forme di immigrazione giovanile in Sud America.
“Cosa fai nella vita?”
“Insegno italiano a Caracas.”
Se avevi un problema, stavi male o che so nel periodo da taglio di vena, potevi andare a casa loro per due notti. Tanto se c’eri o non c’eri, voglio dire come fossi a casa tua. Non ti giudicava nessuno.
“Forse un giorno ci incontreremo ancora, lungo la strada”
E poi c’erano le famiglie apparentemente evolute. Professionisti con l’eskimo nell’armadio e due tipi di camicie: quelle a righine azzurre con le iniziali di nome e cognome, e quelle a scacchi da boscaiolo con barba folta e trekking. Avevano letto Lessico famigliare e Il pasto nudo. Guardavano insieme casa Keaton, avevano gatti, uccelli e ad agosto facevano viaggi all´estero. Anche loro in Sud America, per un mese soltanto. Risparmiavano un po’ tutto l’anno. Soprattutto la spesa al discount. Collezioni private di pipe, il primo disco dei Byrds e il fratello minore autorizzato a cena a fumare fino a tre sigarette. I capelli allungati e chiusi a molle, dai quattordici ai ventotto. Poi l’ingresso nel mondo reale.

Per ogni cosa, gira gira gira
c’è una stagione

cantavano alle Stratocaster. Se uno dei figli si dichiarava frocio si mandavano a vicenda dal sessuologo. E per dirlo alla nonna – questi qui avevano tutti le nonne – costruivano specchi sui muri. In questo mi mancava un po’ Luigi. La mia gente dei quindici anni. Almeno con loro era tutto chiaro. Ho scroccato inviti a cena da quasi tutti gli amici evoluti. E nessuno si voleva immaginare che la mia regressione seguisse altre strade. Perché loro capivano, capivano tutto. Ma nessuno si voleva immaginare che ero io il loro male rimosso.

Per un po’ sono riuscito a distinguere i pensieri dalle parole. Controllavo le mie azioni. Poi una mattina di luglio, a mezzogiorno, l’uscita dal corso di matematica finanziaria. Conobbi Agnese, cioè venne lei a conoscere me. Che ci posso fare nonno se aveva proprio quel nome là? Agnese, come l’amica di David Copperfield che poi si sposano e tutto. Per quanto tempo la povera Agnese mi è rimasta vicina: studiare insieme, cinema insieme, birra insieme. E io che le parlavo di quelle che mi piacevano col Leviatano sottobraccio e una buona conoscenza del tedesco letterario. E lei, grassottella, occhiali a stella, il sabato sera si vestiva da bomboniera. Facevamo i grafici insieme. La domanda e l’offerta, il prezzo di equilibrio. E stavamo entrambi su un filo. Ogni tanto col rossetto in bocca. Mi chiamava sempre. Certe volte sotto casa. E al prato a portare il suo cane.
“È che non siamo adatti” le dissi sulla panchina. Io, non so, credevo di averle detto così e lei con quel rossetto… la bomboniera: “Ti amo anch’io, scemo”. Poi nel prato deserto se lo mise in bocca invece di baciarmi. In bocca nonno, si chiamano pompini. Come per confermare la mia dominanza fisica su di lei, mettendomi la mano sulla nuca per farmi spingere meglio su quel per sempre deciso solo da lei nonno, solo da lei capito come?

Nonno è così che è ricominciata, solo la morte ci avrebbe separato. E il pensiero, le azioni conseguenti a quel pensiero di catene addosso, ogni volta che mi spompinava al parco. Avevo perso di nuovo il controllo. Non riuscivo a comprendere la morte. Era Agnese. Solo Agnese a trovare un significato dickensiano. A maggio venne la prima volta in camera mia da soli. Me la dava per sempre e solo a me. “Basta pompini” disse scrutando il poster di Samantha Fox sul muro, quelle enormi tette da milf. Voleva che facessimo all’amore ma mi faceva schifo, da nuda si vedevano le smagliature sulle gambe. Il body nero e quel rossetto. Agnese cominciava a smacchiarsi sul mio edipo, nonno, e così non miglioravo, non progredivo affatto lo capisci vero? Nessuna evoluzione possibile.
“Per sempre!” disse sdraiata di fianco al mio edipo con le sue piccole grasse dita “Però stai attento e domani compriamo le precauzioni”
“Agnese, senti ci conosciamo quasi da un anno ma io… davvero io…”
“Per sempre! Per sempre!”
E come in un nerd-movie, tutto è diventato chiaro non appena sei tornato a casa nonno, e hai bussato in camera con la tua solita discrezione.
“Vladi? Valdi ci sei?” domandasti sull´uscio.
“Certo nonno ci sono” ti risposi dalla camera.
Apristi la nonna, cioè la porta volevo dire, apristi la morta, cioè la porta, apristi la porta nonno. Non ti ho visto mai così bianco in vita mia. Povero vecchio viso pallido di periferia. La vedevi sdraiata sul letto come se dormisse nuda. E io sopra di lei come sulla tua moto quando andavamo a pescare insieme nella valle del tevere, io col tagliacarte in mano pieno di sangue. Guardavi le macchie e quel lurido ammasso di lardo tutto bucato. Ma fino a un minuto prima che entravi davvero ci stavamo solo chiarendo e basta. Sì, sì, Sí! Lo so! Lo so che un rifiuto è una cosa che ti fa malissimo ma Agnese era forte dentro nonno, dickensiana! Magari passi anni a chiamare qualcuno col suo nome di battesimo. E ti guadagni una confidenza mentale prima che fisica. Ma io non volevo passare per il solito maschio italico che alla terza chiamata le dice: “Oggi sono uscito con la mia ragazza e tu? Pompino?”. E poi non avevo mai avuto ragazze nonno, non ero uno di quegli stronzi che ti domina con le parole e chiarisce chiarisce chiarisce. Pensavo di essere stato chiaro nonno. Pensavo di farle conoscere Luigi, venire al corso di matematica finanziaria, la sua ragazza, la sua cosa, a Agnese sarebbe piaciuto un sacco ne ero strasicuro nonno, strasicuro…
“L`hai uccisa!” gridavi sul braccio di Agnese, sul braccio della morte che cadeva mollemente sul materasso, su e giù, su e giù nella tua verifica
“Vladi ma ti rendi conto? Ti rendi conto o no?”
Vero nonno rendersi conto, capire un attimo le mie ragioni era questo il punto, che non conoscevo i film di Haneke in quegli anni, nessun video di Benny scannamaiale in Austria, no Funny Games, nessun corto col sandwich e la musica di John Zorn quando lui si spara, nulla, nessun calcolo delle possibilità per salvarmi il culo, era tutta lì la cosa, non avevamo motoseghe né sacchi di plastica, e nemmeno gente che risolveva problemi. Il corpo era intero, non poteva sparire dalla mia camera quella grassa ostia insanguinata.
“Per sempre…”. Ora lo ripetevi tu a me, guardando lei come se fosse il giudice “Ti sei rovinato la vita per sempre!”

***

Udine, 6 febbraio

Ciao nonno come stai?

Oggi davvero non riesco a contenere l’allegria. Ho trovato un titolo per queste memorie. E ci crederesti? È la cosa più ottocentesca che si possa immaginare. Però non ti rovino la sorpresa. Aspetta ancora qualche giorno e lo saprai. Questa è l’ultima lettera che ti invio. Nel week-end sarò molto impegnato a correggere il testo, ma appena finisco te lo vorrei spedire, così mi dici che ne pensi. Io credo molto nel tuo senso critico. E comunque il processo di ricomposizione del mio passato – posso dirlo? Posso dire il mio passato? – beh è giunto alla fine nonno, siamo ai titoli di coda sai? Anche il dottor *** si è convinto, dice che il mio delirio da impotenza sessuale ha prodotto un numero sufficiente di proiezioni. Forse mi dimettono entro Pasqua, mi danno pure un accompagnatore fisso giorno e notte con l´obbligo di firma qui a Udine. Ma una domenica vengo a Roma sai? Magari a maggio a trovarti non lo so, non mi hai risposto mai, non so nemmeno se sei vivo o se abiti ancora in quel quartiere di merda ma ti citofono ok? Ti chiamo io quando sono a Termini. In caso porto le uova per la frittata e la sera festeggiamo con un paio di troie nonno, ok? Per adesso un abbraccio. Ti voglio bene per sempre.

Tuo Vladimiro.

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