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Vocabolario minimo delle parole inventate: Hibrisifico

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Pubblichiamo un racconto di Pierluca D’Antuono tratto da Vocabolario minimo delle parole inventate, antologia curata da Luca Marinelli e uscita per Wojtek edizioni.

di Pierluca D’Antuono

Sentimmo parlare per la prima volta di Luigi Maria Gaggiollo nell’ottobre del 2004, nell’aula 10 della Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre dove allora, ogni venerdì pomeriggio, il Gruppo Cassavetes riuniva i cinque membri effettivi che potevano vantare un conto aperto con le due più piccole tipografie del quartiere San Paolo.

Sembrava un randagio a tre zampe malato e impazzito: le spalle incassate, un alone di sfiducia non risolta e irriducibile, indossava senza disinvoltura una macchia gialla di tessuto sintetico infilata da una riga di bottoni con il secondo, il terzo e il quinto sbrecciati, una giacca grigio topo di due taglie abbondanti foderata all’interno di rosa, la lingua di una cravatta nera pencolante dalla tasca rivoltata dei Champion bianchi incassati nelle Dottor Martens slacciate ai piedi.

Se ne stava incollato al muro come un impermeabile impiccato a un appendiabiti, la faccia tosta e trista di un uomo già espulso da troppi altri gruppi e il ghigno da iena che inevitabilmente, ne eravamo certi, divergeva l’attenzione dalle nostre letture. Quella visione avrebbe sedimentato in modo profondo un’ispirazione che avrebbe fatto posa in noi per mesi, forse per anni, eppure il timore di qualcosa di sbagliato e irreparabile ci prese la gola: avevamo di fronte il nuovo Liboni o un tragico scherzo appena evaso da un manicomio? Riuscimmo a localizzare il disgusto che istintivamente avevamo provato per l’uomo – di questo si trattava – nella dentizione più fuori misura che avessimo mai avuto modo di osservare. Se fosse stato un colore, sarebbe stato una tonalità di nero ancora da inventare. Quando l’incontro si concluse alzò il braccio destro – un gesto rivolto al suo corpo più che a noi – tirò fuori dalla giacca una fotografia, l’avvicinò al volto e lesse aridamente un testo lunghissimo che non aveva alcuna possibilità di essere recitato.

Eravamo esterrefatti. Dopo un lungo silenzio dicemmo: «Qui leggiamo soltanto soggetti e trattamenti cinematografici».
Lui rispose: «Questo è il futuro, chiamatelo pure film», e l’infame rise. Avevamo appena conosciuto il male.

[…]

Le prime notizie certe di Combattimenti tra Cavalli risalgono al marzo 2004, quando estesi brani dell’opera non accreditata appaiono all’interno del numero 1 di Ordine Geometrico Demonstrata.
Alla redazione dell’unica uscita dell’autopubblicazione, riprodotta in stencil sui muri del quartiere Talenti di Roma, partecipano Edda Paria Muty, Leopoldo Videla, Lucilia Caesar, Amilcare Pavolini, Susy Garlasco Farinacci, M. di Verona, nomi sconosciuti e probabilmente inventati dal “Conduttore”, come indicato nel colophon, l’allora trentaquattrenne Luigi Maria Gaggiollo.

Incipit: L’insegna CANI-GATTI-ANIMALI ESOTERICI – non – avrebbe sfigurato nella pastoia restaurant tavola calda di Viale Adolfo Eichmann numero 33, dove una Toyota A4 verde sericata aveva deliberatamente circonciso il rosanera sabaudo della cattedrale coopta di Scientology 88, il primo segmento di una interpolazione panica nell’illuminativa di stagione che avrebbe sfrondato il riflesso di farmacologia medica lungo i cartelloni della pubblicistica street culture e giustificato a bandiera: uno skate contest non confortato; la previsione di un’agenzia letteraria unificata; la disambiguazione memetica degli ultimi accavallamenti oclocratici; una testimoniata attrazione lavica per le protuberanze carnali – «That is not my family», proruppe Benito privo di incistamenti animistici eppure senza fresa di preconizzate rivalità coi pari sangue che non avrebbero incanalato un conflitto al di là dell’evidente sembiante, ma come l’ultimo degli opliti etruschi ancora in vita, OH, BENITO, NO DOUBT! – «Aveva ragione mio padre», e sembrava proprio averci aggiunto le virgolette, con la stessa voce d’ashkenazita febbricitante che già aveva infiammato l’ardito Primo, il braccio destro teso al cielo e una svastica di metallo nero fusa allo sterno.

Il riflesso delle parole pronunciate in Israele dall’allora vice presidente del Consiglio ritardò con una intensità tale da accompagnare sugli scaffali la prima edizione Sperling di Cuori Neri, attraverso la sfortunata discesa di Gaggiollo in Via Merulana, interrotta e mai più ripresa ai primi sussulti a palazzo del Testa di Morto in stiffelius, o in tight [1]. Ci persuademmo che se soltanto avesse proseguito con la lettura del secondo capitolo del Pasticciaccio non avrebbe rilasciato su Nazione Indiana il celebre Commento dell’incidente francese, l’antefatto che innescò il meccanismo di distruzione e che generò una discussione lunga 315 commenti dai quali apprendemmo che il GRIN[2], che Gaggiollo era sicuro di avere già scritto conteneva diciannove cartelle incompiute presentate come spettro nero saturato delle mie memorie sentimentali, e costruite sulla stratificazione delle biografie di Primo e Benito Sisto, nonno e padre di Luigi Maria, giustapposte a quella dell’autore.
NELLA FERREA SOLITUDINE DELLA SEMENZA INTRA MOENIA DI ODG SERVIVO LA MIA IMPRESA A UNA RESTITUZIONE DELLE VIRTÙ CHE IL MIO SGUARDO ENUNCIAZIONALE MUOVEVA INCONTRO AI DUE FANTASMI CHE JAMEIS QUITERANT (SIC) DI INFESTARE LA MIA PENNA.[3]
Erano passati pochi giorni dal nostro primo incontro, ma Gaggiollo sembrava già aver preso possesso delle nostre vite.

All’alba dell’age dor della litosfera italiana, ci abituammo alla sua presenza molesta, liquidando quello che mentendo a noi stessi ci dicevamo essere un vezzo stilistico – l’uso esclusivo del caps lock non era forse una firma? – e interrogandoci inquieti sul peso delle sue invettive sempre più oscure e violente: Scarpa era un fantoccio sionistizzante buono per il ghetto, Raimo lavorava solo perché infame e circonciso, la redazione di Fahrenheit era un covo di eunuchi debosciati, Mozzi era un inutile abbondiano clericale da mettere al muro, il giovane Escathon una larva omega di trombidio, Moresco una femmina nessuno.

Smettemmo di seguire il suo blog, “Un ragionamento assurdo”, quando cominciarono ad apparire empie revisioni sgrammaticate, spesso limitate a patetici titoli strillati, eccessi smisurati che presero presto a farci sbadigliare: CONTRIBUTI DEL PPP FASCISTA AL TRAMONTO DEGLI STATI UNITI ROSSI D’EUROPA”, “LA VITA SENTIMENTALE DEI DIVI DEL CINEMA NELLA LETTERATURA DI EVASIONE FASCISTA – CONTRO L’ABORTO E LE SCATURIGINI MODERNISTE”, “GADDA MALAPARTE BERTO BUZZATI: APPUNTI PER UN CANONE FASCISTA PT4.

Le cose per noi intanto stavano prendendo un’altra piega. Invocammo a lungo nei nostri sogni gli spiriti di Christian Metz e Edgar Morin per sciogliere il nodo più doloroso che ci teneva sospesi tra gli studi di cinema, insufficienti a produrre conoscenza, e le belle lettere che presto o tardi – ma ci occorse ancora un decennio per scoprirlo – ci avrebbero mesmerizzati.

Il bivio tra simbolico e immaginario fu ribaltato su di sé e semplificato dall’apparizione dell’opera prima della penna più stupefacente della nostra generazione, una promessa già mantenuta prima ancora di essere fissata. Uno in diviso scotennò le nostre intenzioni e ci indicò il metodo che da quel momento avremmo dovuto seguire: quel quasi Dostoevskij benedetto dalla spada del talento, dalla luce sacra della letteratura, da una qualità pericolosamente definitiva; duro, distopico, inquietante, crudo e violento, aveva aperto nuovi orizzonti alla narrazione italiana degli ultimi anni, scavalcando i generi e infarcendo di titaniche citazioni e gemme linguistiche il racconto enigmatico del buco nero del nostro tempo, lontano dalle piccole storie autobiografiche di cui le nostre letture di vuoti romanzetti di formazione ci avevano riempito. Il nostro riformato gusto per i massimalismi freschi, complessi, russi, trovò porto sicuro ne L’Alcide, la rivista di Lettere, Pugni e Lifestyle che fondammo nel dicembre 2006.

Rileggendo il primo editoriale, invecchiato male come ogni tentativo di manifesto sbagliato, una domanda rimane ancora oggi senza risposta:

Quando il mondo diventa soltanto una parola, quando dal cranio dell’uomo spuntano due piccole corna appuntite, quando i serpenti rovinano le nostre vite, per non avere più il terrore di mettere incinta nostra madre, prima di infilarsi nel culo la punta di un trapano rivestita con un lungo, sottile, recipiente di ferro dall’estremità arrotondata, mentre i maiali divorano il cadavere di nostro padre partendo dal pene, il medico legale dice che per lui sono colpi di accetta: per noi sono pugni. Lettere e pugni.[4]
Non era forse questo il metodo che senza volerlo Gaggiollo ci aveva consegnato?

Le prime tre annate furono le migliori. Raggiungemmo lo zenit nel numero 36[5]. Diventammo allora la più citata tra le riviste non lette della scena, un paradigma replicabile e pacificato che avrebbe potuto riportare in gerenza il nome di De Cristofaro e collezionare citazioni di Vanni Santoni su Il Libraio; in due parole: praticamente innocui. Persi nel ricordo estetizzato di un tempo sofisticato ad arte, ci ritrovammo a contemplare il nostro passato, che ci appariva fragile, glorioso, avventuriero, perduto, e ogni volta che ripensavamo ai nostri esordi ci tornava alla mente la storia di Primo Gaggiollo.

Maggiore di otto figli, rimasto orfano a sei anni, di famiglia poverissima, fervente interventista, a soli diciassette anni si arruolava volontario nella Grande Guerra e viene decorato con la croce al valore militare. Rientrato a Spoleto, fondava L’Ardita Fascista, dove si sarebbe fatto notare in virtù dei violentissimi e intransigenti interventi anticleriali, antipositivistici e di provata fede mussoliniana. Legionario dannunziano, si univa al 1° Battaglione del 40° Fanteria che nella notte del 18 settembre 1919 oltrepassava a Zamet la linea di blocco e prendeva Fiume con le armi.

Nel 1922 era tra gli effettivi della Colonna Graziani impegnati nella Riconquista della Tripolitania. Ferito alla schiena alle porte di Tarhuna, tornava in Italia e partecipava alla Marcia su Roma, si candidava alle elezioni del 1924 auspicando una seconda ondata del Fascismo, veniva eletto deputato nella lista nazionale bis.

C’era qualcosa di vero in questo elenco di notizie? Nel dubbio, dubitare sempre[6]: aveva ragione l’autore o il narratore?

Fummo costretti ad accettare l’idea che Gaggiollo non fosse uno scrittore, ma un povero diavolo impazzito, La Fottuta Iena Cogliona[7] che era, quando lo ritrovammo nel dicembre 2010 ai tornelli di ingresso di PLPL.

In quei giorni di fiera non si parlava d’altro: Gaggiollo aveva messo in giro la voce che il Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante[8], polemicamente diretto a lui, fosse ispirato alle sue gesta. Per rappresaglia aveva allora distribuito gratuitamente le settantasette copie autoprodotte della prima edizione di Indagatori familiari, la nuova versione del suo Grande Romanzo Italiano, con in quarta di copertina una fotografia sgranata di Filippo Tuena e la didascalia PATETICO ANTISEMITA PAZZO.

«Lei è un coglione!», gli urlava Tuena sotto al colonnato del Palazzo delle Esposizioni, circondato da Paolo Cioni, le ragazze di Mattioli 1855 e da mezza redazione de Lo Straniero – Nicola Lagioia in testa che riprendeva la scena con il cellulare, mentre Goffredo Fofi cercava di spiegare a Klaus Wagenbach che cosa stava succedendo.

«Lo dimostri, pezzo di cane! Io sono ebreo tanto quanto lei!», rispondeva quello, cercando di infilargli nella borsa una copia degli Indagatori. Ci accorgemmo di essere gli unici a occupare lo spazio alle spalle di Gaggiollo e in un attimo provammo il senso di vertigine millenario, una esaltante solitudine di specie, che da sempre doveva aver soffocato Gaggiollo in una disperazione oscena senza vie di fuga.

Più tardi, quella sera, scoprimmo che nei bagni della fiera erano apparse scritte vergate inequivocabilmente dalla stessa mano: GAGGIOLLO SEI UN GENIO MA TROPPO COMPLESSO.

Un saggio seminale di tutta l’arroganza e la presunzione di Gaggiollo era contenuto nella biografia pubblicata in calce agli Indagatori: L’autore di questo romanzo incompiuto, l’eroe della cattiva sorte, il “supplice che porta salvezza”, scacciato e maledetto che vaga cieco e ramingo accompagnato dal nonno e dal padre, non è ancora nato (…) e così di seguito per cinque interminabili cartelle sulle quaranta totali, presentate come il resoconto iper-realistico dei fatti dimenticati dei Gaggiollo perduti in Francia.

 Excipit: Roberto Gaggiollo disse: esiste una urgenza, non posso evadere da questa cella. Ho costruito un criterio che mi toglierà per sempre dalla storia. Quale storia, disse Rivera. La storia della mia famiglia, disse Gaggiollo. È uno sfondo o una presenza, disse Rivera. Sono giorni di grande dubbi, avrebbe voluto dire Gaggiollo, sembra che la bomba atomica sia caduta di nuovo su Rosario e il pane in Francia è caro, ma si addormentò. Sognò i nazisti riprendersi Place de la Concorde sotto un cielo isterico, il sorriso ambiguo di suo padre Jorge supplicarlo di fargli una dose di Nolotil in vena, e Sensini schiaffeggiare il culo flaccido di sua figlia in preda a lipotimia. Quando si risvegliò, Rivera gli chiese di fare l’amore. Gaggiollo disse di sì. Il solo fatto di sapere che lei era lì lo rendeva più temerario.

Nella nuova versione l’eroico camerata Primo assume le sembianze di Jorge, un oscuro poeta post-estremo franco-argentino di religione ebraica, che scompare a Parigi una settimana dopo essere stato liberato dal campo di concentramento di Auschwitz.

Se Combattimenti tra cavalli ruotava attorno al ritratto del nonno, gli Indagatori era senza dubbio il romanzo sul padre. Scoprimmo così che Benito Sisto, già sesto figlio di Primo e dell’attrice anglo-italiana Emerenziana Wilson, nato dopo l’armistizio di Cassibile nella Zara occupata dalla Wermacht e annessa alla Repubblica Sociale Italiana, scampato per miracolo ai bombardamenti alleati, si chiamava in realtà Roberto. Insieme ai poeti post-estremi della Banda de Rue Des Eaux, guidati da Carolina Rivera, decide di mettersi sulle tracce di Jorge.

Eravamo sconvolti. Tutto era incredibilmente cambiato, a cominciare dalle sembianze di Gaggiollo: leggeri riccioli grigi avevano preso il posto dei putridi ciuffi neri che ce lo avevano reso indigesto al nostro primo incontro; non era più avvolto da stracci informi e maleodoranti, ma indossava una polverosa giacca di velluto marrone con le toppe sui gomiti, un vecchio blujeans liso e delle Clarks con le suole piatte; una trasandatezza controllata, artatamente sudamericana come ci appuntammo mentalmente studiandolo da vicino. I suoi stessi lineamenti sembravano mutati: il volto era tornato umano, la postura era eretta, la voce decisa e a tratti gradevole.

Se mai qualcuno ci avesse chiesto di difenderne la causa persa per amore dei mulini a vento, avremmo cercato di segnare un punto nella problematicità del metodo che Gaggiollo seguiva, testimoniata dalla difformità delle biografie riportate nelle diverse versioni del suo grande romanzo impossibile, costruito per tentativi e errori affastellando le informazioni sulla famiglia recuperate con fatica nel corso degli anni. Avremmo cercato di dimostrare, in altre parole, come Gaggiollo non riuscisse a fissare e a trovare una forma alla materia vivida e lenticolare della sua complessa vicenda personale.

La verità era un’altra: roso dall’ambizione di emergere e arrivare, l’uomo si era fatto carne in un pericoloso camaleonte senza centro, capace di riposizionarsi in base alle circostanze, al di là dei giudizi e delle opportunità.

Nella primavera del 2012 le prime settantasette cartelle di Brivido Nero – Un enorme e inutile sforzo raggiunsero ottantacinque case editrici italiane, sedici francesi, dodici spagnole e due della Svizzera Italiana. Nel pieno dell’ondata thriller noir che si era abbattuta sul mondo editoriale, Gaggiollo aveva deciso di raccontare la vera storia della sua famiglia attraverso un’indagine che non porta da nessuna parte. Indagatori era diventato un thriller rosso partigiano, dove l’identità dell’assassino non veniva svelata, ma suggerita nel finale – era il lettore stesso.

Eravamo convinti che il peggio fosse già passato, ma Gaggiollo riusciva come sempre a stupirci. Aveva all’improvviso scoperto Dürrenmatt? Era riuscito a leggere per intero le Postille a Il nome della Rosa? Chi sarebbe sorto per sostituire al giro successivo il nonno pugilatore partigiano Arrigo e il padre Raniero, il primo italiano a combattere e vincere Muay Thay a Bangkok?

Pochi giorni dopo, il 30 aprile, annunciammo al Caffè Notte di Firenze la nascita di Verde, la nostra nuova rivista di Letteratura, viaggi e altre visioni. Solo uno poteva ridere alla notizia della chiusura de L’Alcide, e Gaggiollo rise.

Apparve ubriaco all’inizio della terza ora di letture, chiese il microfono, si presentò come nostro copertinista giurando che avrebbe fatto meglio di chiunque altro[9] «con un occhio bendato, una mano legata alla schiena e una palla schioppata per ridere», poi lesse le due cartelle e mezza di Holdinian Cazzetti, un racconto incompiuto che ci fece rimpiangere il pallido ricordo dell’autore derivativo e plagiaro che avevamo conosciuto più di dieci anni prima. Interruppe la lettura tre volte, denunciando un irrispettoso disinteresse del pubblico, che sfidò a ritrovarlo su IN-SEL[10], la rivista di Rivalse letterarie antisportive che giurava di aver appena fondato insieme a Orazio Cinnamon. Indicò qualcuno nel buio della sala con il lungo e sottile indice sinistro, poi si gettò il microfono alle spalle.

Fu l’ultima volta che lo vedemmo.

L’8 maggio 2019 sono apparse su Amazon le prime venti cartelle di Dinosauri. L’ala sinistra, ennesima autobiografia famigliare, fantasy, distopica e sovranista, ispirata a L’inquisitore di draghi, fortunato successo di Eymerich, il figlio dell’autore – una nemesi devastante[11].

Quell’uomo ingannatore e astuto, il più scaltro e meno talentuoso tra gli ignoti auto pubblicati italiani o il tesoro meglio custodito dell’editoria sotterranea nazionale che fosse, divorato dall’ambizione di essere il più sincero dei falsi maestri, infestato dai fantasmi di una saga familiare sconosciuta e incompiuta, condannato al fallimento nel tentativo superbo e ricorsivo, non secolarizzato, di superare il limite attraverso una creazione assurda, impossibile, hibrisifica, è scomparso. Noi siamo gli unici a ricordarlo?

______________

[1] Riferimento al discorso di Giancarlo Fini del 24 Novembre 2003. La prima stampa di Cuori Neri di Luca Telese risale al 2006. La citazione è di Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, p.43 (Garzanti Editore 2002)

[2] “Grande Romanzo Italiano Nero” .

[3] Luigi Maria Gaggiollo, C’è modo è modo di essere di destra, conservatori e persino guardiani della pubblica morale, ridicoli pezzi di cane, commento in calce a Franz Krauspenhaar, La maniera milanese – Note a L’Adalgisa 1944-2004 (Nazione Indiana, 31 ottobre 2004).

[4] «L’Alcide» numero zero, dicembre 2006 (Rielaborazione di estratti da Alcide Pierantozzi, Uno in diviso, Hacca, 2006. Buona parte del paragrafo precedente è invece un assemblaggio della bandella di seconda di copertina della riedizione Hacca 2012).

[5] Alcide Pierantozzi, L’Alfasigma della mamma («L’Alcide» numero 36, gennaio 2010)

[6] Erano le parole con cui si chiudeva Combattimenti tra cavalli.

[7] Nick-name con cui Gaggiollo tra il 2010 e il 2014 ha firmato i commenti agli articoli e agli interventi apparsi su Il Primo Amore.

[8] Filippo Tuena, Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante, Mattioli 1855, 2010. L’autore non ha mai smentito ufficialmente le accuse di Gaggiollo.

[9] Copertinista di Verde rimase Lucia Carelli, che già aveva realizzato tutte le copertine de «L’Alcide».

[10] Acronimo che sta per “INvoluntary SELf-published”.

[11] Eymerich Gaggiollo, L’inquisitore di draghi (Tunue, 2019)

 

*Pierluca D’Antuono (1983) vive e insegna a Roma. Ha fondato Verde nel 2012.

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