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W.G. Sebald. L’Europa tra bellezza e macerie

Pubblichiamo un articolo di Giancarlo Liviano d’Arcangelo, uscito su «Nuovi Argomenti», su W.G. Sebald.

di Giancarlo Liviano d’Arcangelo

Esiste davvero un modo di sentire comune a tutti gli europei? Esiste davvero un sostrato emozionale, o culturale, che sia realmente diffuso in Europa come alfabeto collettivo e che sia valido erga omnes, come un diritto costituzionale? Forse.

Proclamarsi amletici, anzi intrepidi amletici, appare talvolta l’unico modo di avvicinarsi alla saggezza. È tuttavia ossessione irrinunciabile per molti intellettuali cimentarsi nell’angusta impresa di burocratizzare il caos. Ordinare, incanalare, architettare, dominare, collegare, coniugare, schedare, filtrare ogni fluido depurandolo delle impurità e infine imbottigliare, inventariare collezioni private spacciandole per miscellanee integrali, universali, definitive. E ancora. Delineare macro-insiemi e confinare informazioni, dimidiare ondate di idee e pensieri, incasellare le opere lette, destrutturate, analizzate e criticate, battezzare sistemi filosofici, psicologici, topici ed economici, come maniaci del controllo, come catastali della memoria, come persuasi quanto velleitari ispettori di quella vertigine del vuoto che si percepisce di fronte al troppo pieno. Ismi a volontà, ecco il risultato.

Romanticismo, panslavismo, illuminismo, marxismo, capitalismo, freudismo, europeismo. È davvero necessario? O la smania cesellatrice che pretende di scalpellare il sapere in categorie concettuali o sentimenti comuni è una gara di vanità per dimostrare di essere gli analisti più intelligenti? O invece è utile come bussola, affinché l’eternauta a zonzo per gli schizofrenici e accidentali percorsi della conoscenza, trovi sotto i suoi passi una strada lastricata con tanto di indicazioni, punti di ristoro e comodi giacigli precostituiti, come in una visita guidata per anziani che di tanto in tanto prendono il pullman per chissà dove e che prima di scendere ricevono la bomboniera, il rassicurante souvenir a promemoria dei luoghi attraverso cui sono fugacemente transitati?

W. G. Sebald, tra i grandi scrittori europei, è quello che, almeno all’apparenza, più di ogni altro sembra muoversi alla ricerca di un minimo comune denominatore che possa fungere da filo d’Arianna all’identità europea. Il suo girovagare non è solo concettuale, ma soprattutto fisico: sia che la sua prosa si manifesti come discorso libero della voce narrante, sia che si mimetizzi con la voce di personaggi clone, o di esistenze-sonda, ovvero le infinite umanità grimaldello che Sebald setaccia per raccontare le vicende umane più disparate e tradurle in ricerca umanista. E come per magia, proprio nel procedimento opposto alla razionalizzazione, ossia l’accumulazione di percorsi casuali, di salti storici, di staffette libresche con pagine lontane che sembrano comunicare tra loro, di vagabondaggi estemporanei in zone di conoscenza ispirati da particolari che transitano al vaglio dei suoi allenatissimi sensi, affiorano nell’opera di Sebald le interpretazioni dell’assoluto.

Sebald è un pellegrino, un viaggiatore, un esploratore paziente di labirinti. Pietro Citati, in un micro-saggio sul Corriere della Sera, spiega lo scrittore tedesco in questo modo:“Nessuno aveva il suo dono fondamentale: trasformare la vocazione metafisica in scienza naturale e la scienza naturale in vocazione metafisica”. È una rigogliosa chiave interpretativa dell’intero corpus sebaldiano, cara all’intellettuale che più di tutti, in Italia, di Sebald ha caldeggiato la lettura. Proprio in questa metamorfosi reversibile e infinita si annidano i grandi traumi che, al pari del macrocosmo culturale diffusosi attraverso il cristianesimo, rappresentano il patrimonio comune degli europei.

La violenza secolare della nostra civiltà, quella ontologica nell’esistenza stessa dell’uomo poi evolutosi nel vecchio mondo, costituisce, nelle opere di Sebald, il peccato originale. Nell’accezione sebaldiana la violenza non appare come il frutto originale del libero arbitrio umano. È piuttosto un prezzo da pagare alla natura, un codice di comunicazione tra uomo e infinito che fa dell’universo un eden popolato di sconfitti. È nascosta nella materia, anzi la fortifica o la devasta, a seconda delle forze metafisiche e delle inerzie imperanti. I suoi prodromi sono trasportati dal vento come in un inarrestabile processo d’impollinazione degli animi, e nell’accezione junghiana del trasferimento del patrimonio culturale che travalica le generazioni e si scambia tra nonni, e padri, e madri, e figli, la violenza s’appropria da sempre delle coscienze e mai smetterà di appropriarsene, sotto forma di colpa, ambizione o semplice malinconia, proprio come si tramandano i tratti somatici o il colore delle pupille.

È malta dei grandi palazzi del potere, polvere sui ruderi, doppio strutturale di ogni viaggio nel passato, foschia nei ricordi, ombra nella ricerca delle proprie origini. È combustibile dello sviluppo tecnico così com’è ineluttabile eredità lasciata dal progresso. È movente inconsapevole di migrazioni, è monade dei paradigmi culturali dominanti, ossigeno per le imprese umane più sconsiderate. Ed è enigma per chi, al calar delle tenebre, sente il dolore del vuoto introdursi di soppiatto nella calma apparente della vita quotidiana.

In definitiva, è una specie di titano invisibile e immortale, un organismo autotrofo che come la giduglia tatuata sul ventre di Padre Ubu, quella specie di serpente spiroidale che gira sempre più velocemente su se stesso fino a che è impossibile capire l’inerzia del suo moto eterno, si rinnova al solo scopo di sopravvivere, e non avendo altri fini vitali, incarna contemporaneamente l’essenza stessa della morte, dove all’apparenza sembra imperversare la vita. Ecco perché la violenza ancestrale è in Sebald il grande trauma collettivo. Il trauma subito e vissuto interiormente. Individualmente e collettivamente. Con la ragione e nell’inconscio. Perché non è un fenomeno esistenziale d’élite, come lo sono i grandi movimenti culturali ordinati dai libri di testo, che siano essi razionalizzati postumi dagli accademici o vissuti sincronicamente dai precursori, e nemmeno si riflette sul vissuto collettivo come accade per le sovrastrutture, che siano forme di governo, modi di produzione o sistemi di organizzazione e controllo della società. Sebald sembra suggerire che il principio di violenza è semmai infrastruttura. È codice ontologico, fato ineffabile che sceglie infiniti modi per manifestarsi, irrorando ogni singola esistenza umana di gelide folate di senso tragico.

Ne “Gli Anelli di Saturno”, forse l’opera più pirotecnica di Sebald, è la campagna inglese del Suffolk e del Norfolk a emanare l’odore oppiaceo della distruzione. La semplice vista di mulini a vento abbandonati, ruderi che la vegetazione sembra aver riconquistato al predominio umano nell’infinita ordalia, così comela terra su cui sorsero in epoche precedenti, basta per innescare in Sebald il potere visuale dell’annichilimento. “Un battito di ciglia, mi capita spesso di pensare, e di un’epoca intera non c’è più traccia”.

Ma anche gli incontri all’apparenza più vitali, quello con una comunità di pescatori che cercano di procacciarsi sostentamento in un clima di placida spensieratezza, nascondono in qualche cunicolo la minaccia ancestrale del principio di violenza. Nei soffi di vento, nel suo repentino spirare e affievolirsi, in qualche percorso di senso che lo sguardo allenato del passeggiatore solitario non fatica a discernere attraverso le maglie azzurre del cielo, o negli intermittenti riflessi dorati che il timido sole d’autunno lancia come dardi spuntati nel mare del Nord. “Qui e là ci s’imbatte in un cimitero navale dove gli scafi abbandonati si sgretolano e gli argani, che servivano un tempo a tirare a riva le barche, arrugginiscono nell’aria salmastra. In alto mare intanto la pesca continua, benché anche quel che si prende al largo sia sempre più scarso. […] Migliaia di tonnellate di mercurio, cadmio e piombo, montagne di fertilizzante e pesticidi si riversano ogni anno nel Mare del Nord dai grandi fiumi e dai corsi d’acqua di minore portata. Buona parte delle sostanze tossiche si deposita nelle acque poco profonde del Dogger Bank, dove un terzo dei pesci viene già al mondo con strane deformità e magagne”.

Gli effluvi di questa energia universale di distruzione sono come polveri pesanti. Respirate, si sedimentano in ogni essere vivente. Così come le immagini registrate nelle cornee, all’apparenza innocenti, tornano a farsi vive nei momenti di retrovia, quando il frastuono del presente allenta le sue morse e c’è spazio per l’introspezione, e il miscuglio delle miriadi d’informazioni assorbite dall’umano falsifica il flusso dei ricordi. “Tutte le volte che, a seguito di un qualche scompenso nella nostra vita interiore, affiora in noi un frantume del genere, ecco che noi stessi abbiamo l’impressione di poter ricordare. Ma in realtà, questo è evidente, non ricordiamo nulla. Troppi edifici sono crollati, troppe macerie si sono accumulate, insormontabili sono i sedimenti e le morene.”

Nemmeno le oasi di bellezza istituzionale sembrano poter sfuggire al principio di violenza, incorporato inevitabilmente alla rapacità del capitale che modella il mondo secondo i suoi movimenti multidirezionali, rendendo l’infezione uno status perpetuo. “Fu Cornelis de Jong a farmi notare che molti musei importanti come il Mauritshius all’Aia o la Tate Gallery a Londra erano in origine fondazioni istituite dalle dinastie dello zucchero o avevano qualche legame con il commercio di questo prodotto. Il capitale accumulato nel XVIII e XIX secolo mediante svariate forme di economia schiavistica, disse de Jong, continua tutt’oggi a circolare, frutta interessi semplici e composti, cresce e si moltiplica producendo costantemente nuova ricchezza motu proprio. Fra i mezzi più efficienti per legittimare tale denaro ci sono da sempre la promozione dell’arte, l’acquisto e le mostre di oggetti artistici”.

Non di rado è la storia a stringere la morsa del dolore, e a cooptare l’uomo forgiandolo con la sofferenza, forse a scopo punitivo, o forse perché, nel vedersi privato del libero arbitrio, come accade in ogni cataclisma di violenza estrema, l’uomo possa valorizzare i momenti di armistizio universale. Ma raramente ciò accade. In “Storia naturale della distruzione” è il grande trauma continentale della seconda guerra mondiale a guadagnare la scena, e in particolare Sebald si sofferma sull’apocalisse dei bombardamenti aerei, opera di annientamento che dall’Inghilterra alla Francia, dalla Germania all’Italia e per tutto il territorio europeo logorò ogni resistenza psichica delle popolazioni, oltre a devastare quanto fosse stato edificato in secoli numerosi, senza alcuna distinzione di censo o ceto sociale, come invece avviene per le mode o i paradigmi culturali.

Ed è incredibile scoprire, attraverso ogni singola pagina di quello che non è generoso definire un libro dai contenuti straordinari, come la narrazione di cui noi disponiamo di un momento della storia innumerevoli volte raccontato e rappresentato al cinema, in realtà è insufficiente. Approssimativa.

Il potere della rimozione è distruzione esso stesso, d’altronde.

La distruzione portata in nuce da un bombardamento è la vera rappresentazione terrena di un girone dantesco o di un quadro di Bosch, realtà inenarrabile che annienta ogni possibile immaginazione e polverizza la quotidianità. È un’esperienza peculiare. E di fronte a un evento di violenza così abnorme e disumana, disumana soprattutto perché quandosi traduce in azione vera, in esplosioni e rombi di motore, in fuoco e morte, in tecnologia e acciaio e volge all’apice del suo potenziale tragico è già alienata da ogni livello di controllo e di sopportazione, è sorprendente scoprire attraverso lo sguardo dell’autore come la rimozione psichica operata dalla mente umana avvenisse in pratica in tempo reale. Perché è proprio la rimozione l’altra faccia della violenza, la sua cicatrice indelebile, il suo combustibile.

Indelebili, per lo scrittore quanto per il lettore, sono le immagini che Sebald ricostruisce dall’epicentro del fuoco distruttivo, attingendo a tutta l’esattezza della sua scrittura ricca, munifica, prolifica al punto di sembrare in grado di generare altra ricchezza istantanea. Una scrittura che può addirittura arricchire la varietà delle trame con cui si manifesta la natura, e al tempo stesso può restituire, quasi come se avesse voce il flusso spazio-temporale in cui il male edifica il suo pirotecnico spettacolo di lutto e disintegrazione, l’ineluttabilità apatica della tragedia in corso.

Ed ecco, allora, una madre che decisa ad abbandonare le rovine del suo quartiere ormai raso al suolo porta con sé il cadavere del figlio carbonizzato. Ecco il librario che prova a organizzare un mercato nero di foto di cadaveri. Ecco i superstiti a un’incursione tra le più cruente dell’anno che si nutrono con i resti dei pachidermi, dei felini e degli orsi arrostiti allo zoo di Berlino, trasformato come il resto della città in un mattatoio, o per meglio dire in una tetra fornace che emana odore stomachevole di grasso fuso. Ed ecco, ancora, il racconto struggente della follia ormai penetrata nell’animo della titolare di un cinematografo per metà distrutto e per metà rimasto integro, indaffarata, subito dopo le incursioni dei bombardieri nemici, a spolverare le poltroncine ancora rivestite di velluto, perché fossero ospitali e pronte all’uso in tempo per l’orario dell’ormai imminente spettacolo giornaliero.

Un mondo che il principio di violenza, sempre pronto a riprodursi e a prolificare secondo forme e manifestazione diverse, rende dunque incomprensibile. E che per Sebald si smarrisce cedendo al turbinio della crescita, alla bulimica ansia di ingigantirsi, e alla ferocia legata alla persistente volontà di abbattimento di ogni ostacolo si contrapponga alla sua espansione, e infine alla vertigine del superamento dei limiti e al suo meccanismo profondo di funzionamento, improntato sull’escalation autonoma e fine a se stessa. Come si poteva pensare, allora, che dopo essere state prodotte con il massimo sforzo possibile di risorse economiche, d’immane fatica umana fisica e morale, di mobilitazione psichica sovraumana nella strisciante indigenza di quegli anni, gli alleati avrebbero potuto utilizzare il potenziale occlusivo dei loro ordigni se non per produrre il maggior danno possibile, e ottenere infine “il più completo annichilimento del nemico, compresi i luoghi da questi abitati, la sua storia e il suo ambiente naturale”?

Ecco perché, per Sebald, qualsiasi grande impresa è destinata a deflagrare in misura proporzionale alla sua ambizione. In “Austerlitz”, gli incontri della voce narrante con Jacques Austerlitz, un erudito in viaggio in tutta Europa alla ricerca delle sue origini perdute in seguito alla diaspora che precedette lo scoppio della seconda guerra mondiale, spesso alludono a questo assunto. È archetipico, in tal senso, anche a dimostrazione della poca lungimiranza umana in termini di capacità d’imparare dai propri errori, il caso della cittadella fortificata di Anversa, progettata per essere inattaccabile e inespugnabile, e sempre ampliata nel corso della storia fino alla circostanza per cui, proprio per la sua vastità e per la sua fama di grandeur, necessitava, per essere ben presidiata, di forze superiori a quelle dello stesso esercito belga, e attirava a sé come carta moschicida gli eserciti e gli armamenti nemici più efficienti, tanto che molto spesso i lavori di miglioria alla cinta muraria terminavano quando la tecnologia balistica che le nuove fortificazioni avrebbero dovuto fronteggiare si era già di nuovo rinnovata e modernizzata, obbligando a ulteriori interventi architettonici in costante ritardo sui tempi della tecnologia degli armamenti.

L’uomo, per Sebald, è dunque fagocitato nell’ambiente circostante e nelle oscure dinamiche dominanti che ne regolano l’apparente equilibrio. La salvezza è solo momentanea. È nella possibilità di spaziare con l’intelletto alla ricerca delle trame che s’intersecano con l’atomo di mondo che si osserva, arricchendosi o fruendo del momento più immediato della bellezza, che può risiedere ovunque. In una vita, in un rudere, in un paesaggio, in qualsiasi particella di realtà possa innescare dei percorsi di senso.  La salvezza risiede nella conoscenza. È arroccata nella possibilità di affinare i sensi così proficuamente, da non trovarsimai troppo in ritardo sul continuo e caotico movimento della materia e dell’antimateria. Per divenire, sebbene costantemente minacciati, parte integrante del tutto, e fissare, congelare e pietrificare il “nuovo” intuito dalla mente. Rinunciando alla pretesa di un primato sulla natura e ripiegando nell’accettazione della propria condizione di fragilità.

Nel libro “Vertigini”, in cui lo scrittore racconta del suo viaggio in Italia, Sebald scrive: “Davanti alla pittura del Pisanello, già anni prima mi ero detto pronto a rinunciare a tutto, fuorché alla vista. Ciò che mi affascinava in lui non è solo la sua arte realistica, eccezionalmente sviluppata per quell’epoca, ma anche il modo in cui gli riesce di far germogliare quest’arte su una superficie di fatto inconciliabile con il realismo pittorico e nella quale viene accordato a ogni cosa – ai protagonisti e alle comparse, agli uccelli in cielo, all’inquieto bosco verdeggiante e a ciascuna singola foglia – il medesimo diritto all’esistenza, da nulla sminuito”.

Ed è proprio la cristallina ambizione a registrare non soltanto il visibile a occhio nudo e il già accaduto che sembra spingere Sebald a vagare in tutta Europa. Per l’Inghilterra meno popolata, per il Belgio, l’Italia, la Cecoslovacchia, l’Olanda e la Francia, e ad approdare, con l’intelletto, in qualsiasi luogo del mondo in cui ramificazioni di Europa hanno prodotto caos o movimento. Storie come quelle di Thomas Browne, Edward Fitzgerald e Chateaubriand, o come i personaggi del romanzo “Gli Emigrati”: Henry Selwyn, chirurgo di origine ebraica e uomo di mondo, o come Paul Bereyter, epigono di Sebald nel manifestarsi come promeneur degno di Robert Wlaser, o come Ambros Adelwarth, altro ebreo dalla biografia picaresca, cameriere nei Grand Hotel di tutto il mondo poi impegnato nella carriera di maggiordomo dell’establishment, o infine come il pittore Max Ferber, la cui esperienza di vita diviene l’oggetto di lunghe conversazioni serali a Manchester.

Attraverso queste vite Sebald sembra voler simulare su pagina, amplificandola, quella parte di realtà segreta, invisibile, arcana e impenetrabile che sfugge ai più. E a questo scopo moltiplica i materiali d’analisi. Cuce insieme testimonianze, cartoline, racconti, mappe, descrizioni, diari, ritagli di giornali, fotografie, perché nulla sfugga al suo occhio d’investigatore, ben consapevole, in linea con le intuizioni di Robert Musil, che se esiste un senso della realtà deve esistere anche un senso della possibilità, ossia quel tipo particolare di sensibilità o d’indole creativa che consiste nella capacità di pensare, rispetto a qualsiasi cosa esistente, a tutto ciò che potrebbe essere, e di non ritenere ciò che è più importante di ciò che non è.

In questo senso Sebald, è senza dubbio un uomo senza qualità. Un uomo cioè, che come il resto degli europei non è immune al trauma della violenza contenuta in qualsiasi processo di civilizzazione. Ma che ampliando l’orizzonte della realtà con le trame invisibili della possibilità notano che nella verità possibile, così come nell’ordalia e nell’alternanza perenne tra vita e morte esiste “un fuoco, un’esaltazione, un proposito costruttivo e un consapevole utopismo che non fugge la realtà, ma la tratta piuttosto come un compito e un’invenzione.“

Perché sia possibile, anche nel trauma, scorgere la luccicanza del bello, e su quei riverberi, fondare l’illusione della rinascita.

Commenti
6 Commenti a “W.G. Sebald. L’Europa tra bellezza e macerie”
  1. andrea scrive:

    Bell’articolo su uno dei miei scrittori preferiti.

    Mi permetto solo di fare notare che nell’articolo ci sono alcuni refusi.

    ciao

  2. zaza77 scrive:

    Certo la parola luccicanza, alla fine dell’ottima riflessione, chiude il cerchio del discorso sulla violenza alla base del tutto e di tutto.Luccicanza, Shining, Kubrick!

  3. minimaetmoralia scrive:

    Abbiamo corretto alcune sviste. Se ci sono altri errori segnalateceli e li sistemiamo. Grazie.

  4. dario scrive:

    mancano un po’ di spazi?
    2° capoverso: troppopieno (?), l’eternautaa
    3°: diesistenze-sonda
    4°:rappresentano (il?) patrimonio comune degli europei.
    5°: sottoforma…etc. talmente frequenti che ad un certo punto si pensa ad un vezzo barocco dello scrivente…

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