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Wagner nipote di Rameau

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di Dario Borso

Mentre si è smorzata l’onda lunga (oltreché densa di detriti nazi) degli heideggeriani  Quaderni neri,  sta salendo un cavallone wagneriano, originatosi a inizio decennio dai peana congiunti di Zizek & Badiou e ingigantitosi col bicentenario della nascita anno 2013 grazie ai contributi di numerosi storici.

Netta la posizione dei due filosofi: l’uomo Wagner si macchiò di antisemitismo, ma la macchia non sfiorò minimamente l’opera (music & lyrics), che anzi preluderebbe a un comunismo più attuale di quello marxiano. Gli storici invece si concentrano sull’uomo, anche in Italia dove per i tipi di Mimesis Il giudaismo nella musica è uscito a cura di Leonardo Distaso.

Non comparendo in alcun luogo il nome del traduttore, se ne deduce che sia il curatore stesso. Nemmeno compare da quale edizione tedesca sia tradotto: non certo dall’edizione critica del 2000 di Jens M. Fischer, Richard Wagners “Das Judentum in der Musik”. Eine kritische Dokumentation als Beitrag zur Geschichte des Antisemitismus, 380 pp. ricche di note, cui l’edizione nostrana avrebbe altrimenti attinto invece di presentarsi priva di ogni nota (una versione impeccabile invece, basata su quell’edizione critica, è uscita in spagnolo nel 2013, ora in rete).

Il corpo di stampa è assai diverso da quello standard adottato da Mimesis: 1.500 battute a p. invece delle solite 2.500. Il testo wagneriano poi, assommante a 60 pp., è tempestato di termini ed espressioni tedeschi tra parentesi scelti senza criterio (un esempio fra tanti, musikalische Sprache per “lingua musicale”, che è come accostare Kartoffeln a “patate”), quando bastava stampare il testo a fronte e rimpicciolire di un punto il corpo complessivo per ottenere lo stesso numero di pp. e fare un servizio al lettore interessato.

Le restanti 90 pp. contengono una postfazione (suddivisa a sua volta in due capitoli il cui primo di 70 pp. s’intitola Il decennio 1840-1850: esperienze, opere, riflessioni), che attacca con: “nella recente pubblicistica c’è solo un autorevole e coraggioso esempio che invita a porre l’attenzione su questo scritto”, ossia l’articolo Wagner e la rivoluzione del 2005, dove l’autore Enrico Fubini dedica due paginette al Giudaismo nella musica giusto per ribadire che non è un episodio isolato in Wagner.

Come noto, il libello uscì pseudonimo nel 1850 e venne ripubblicato dall’autore unitamente a una lettera di eguale lunghezza nel 1869, due anni avanti l’uscita dei primi due volumi dell’autobiografia La mia vita, che trattano il decennio preso in esame da Distaso. Il guaio è che per inquadrare storicamente Il giudaismo nella musica il Nostro attinge copiosamente ed esclusivamente da lì senza altri rimandi alla sterminata letteratura critica (tranne un paio di citazioni in nota dall’arcaico Richard Wagner di Hans Mayer, tradotto nel 1967), la quale da sempre ha sottolineato l’inaffidabilità dell’autobiografia wagneriana. Per stare all’Italia ad es., Massimo Mila nella sua introduzione all’autobiografia da lui stesso tradotta nel 1953, definiva l’autore un baro.

Distaso utilizza l’edizione Ghibli del 2013, dal titolo gratuitamente enfatico La mia vita: autobiografia dell’artista più amato e più odiato di sempre. In essa non compare il nome del traduttore, mentre l’indice si apre con il rinvio a una Introduzione anonima che poi non si trova. Il mistero è presto svelato: l’edizione è in realtà una riproduzione anastatica del testo di sessant’anni prima, decapitato però dell’introduzione di Mila.  Mistero secondo: le edizioni Ghibli hanno lo stesso indirizzo di una sede staccata di Mimesis e vengono distribuite da Mimesis.

In ogni caso, se Distaso ha preferito non arrischiarsi nel mare magnum degli studi biografici (nell’ultimo lustro per dire, solo in tedesco sono usciti: M. Geck, Richard Wagner. Biographie; D. Borchmeyer, Richard Wagner. Werk – Leben – Zeit; U. Bermbach, Mythos Wagner; M. Gregor-Dellin, Richard Wagner: Sein Leben. Sein Werk. Sein Jahrhundert; U. Drüner, Richard Wagner: Die Inszenierung eines Lebens), poteva almeno prendere in considerazione altri due noti documenti autobiografici più vicini al 1850 e perciostesso meno contraffatti: lo Schizzo autobiografico del 1842 e la lunga Comunicazione ai miei amici del 1851, curati in italiano decenni fa sempre da Mila.

Quanto alla collocazione storica del libello, il Nostro se la cava citando in nota e solo per titolo le seguenti, genericissime monografie in italiano: L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, 1956; G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, 1964; Id., Ebrei in Germania fra assimilazione e antisemitismo, 1974; Id., Il razzismo in Europa, 1978; Z. Bauman, Modernità e olocausto, 1989; N. Merker, La Germania. Storia di una cultura da Lutero a Weimar, 1990; P. Bernardini, La questione ebraica nel tardo illuminismo tedesco; P. Burrin, L’antisemitismo nazista, 2004. In lingua originale, citati allo stesso modo sono: J. Katz, The Darker side of Genius, 1986; P. L. Rose, Revolutionary antisemitism in Germany, 1990; S. Volkov, Antisemitismus als kultureller Code, 1990; A. Lerousseau, Le judaïsme dans la philosophie allemande, 2001.

Tutto qui. Anzi no, c’è una citazione dottissima (con numero di p.) da C. W. Dohm, Über die bürgerliche Verbesserung der Juden, 1781 – presa però occhiocroce dalla succitata monografia di Bernardini, che a sottotitolo reca: Studi intorno allo “Über die bürgerliche Verbesserung der Juden” di C. W. Dohm.

Quanto agli aspetti musicali, trattati nel secondo breve capitolo, stesso metodo: citazioni a manetta tutte esclusivamente da L’arte e la rivoluzione, L’opera d’arte dell’avvenire, Opera e dramma, i tre testi musicologici di Wagner tradotti e ritradotti in italiano da un secolo e più. La genericità dei rimandi viene attenuata solo riguardo alla polemica di Wagner con il musicologo ebreo Eduard Hanslick, di cui Distaso aveva tradotto Il bello musicale nel 2001 (ma saccheggiando la versione a cura di Luigi Rognoni condotta da Mariangela Donà nel 1945 e da lei rivista nel 1997).

Silenzio pressoché assoluto invece sul musicista ebreo Giacomo Meyerbeer, bersaglio principe di Wagner, il cui antisemitismo insorse a Parigi sul finire degli anni trenta proprio dall’invidia di lui povero incompreso per l’altro ricco e affermato. Di questa vicenda, che si concluderà solo nel 1864 con la morte di Giacomo salutata con gioia maligna dall’antagonista, Distaso considera un unico segmento, quello iniziale e meno significativo in quanto pieno di convenevoli, ossia la prima lettera di Wagner ch’egli parafrasa in una noticina citando come fonte J. Knapp, Wagner-Meyerbeer. Ein Stück Operngeschichte, apparso su “Die Musik” nel 1923.

Un lavoro serio avrebbe dovuto basarsi sulla consultazione attenta dei Briefwechsel und Tagebücher di Meyerbeer (edizione critica appena terminata), dei Sämtliche Briefe di Wagner in una delle varie edizioni e dei Tagebücher di Cosima Wagner pubblicati per la prima volta nel 1979. Di tutta questa mole, qualcosa è trapelato pure in italiano: dieci anni fa la traduzione annotata da me col musicologo Hans Ebner di una decisiva lettera di Wagner scoperta da poco, e un lustro dopo I sogni di Richard estrapolati dai Diari di Cosima da Alessandro Taverna. Wagner ne faceva spesso su Meyerbeer, e il loro stesso contenuto palese, come già la lettera, lascia intravedere il groviglio psichico da cui si originò quell’antisemitismo: un misto di frustrazione e risentimento che portava ad adulare il ricco epulone per poi sputargli cinicamente sul piatto – proprio come il nipote di Rameau, magistralmente ritratto da Diderot nella sua operetta immortale che Wagner tra l’altro avrebbe potuto leggere in tedesco grazie a Goethe.
Penso proprio che uno studio in profondità di questi aspetti ci aiuterebbe anche adesso a decifrare fenomeni inquietanti. Dal libro di Distaso invece, ricaviamo una cosa sola: che Wagner fu antisemita.

P.S. A metà postfazione compaiono 11 versi del Tannhäuser non tradotti né parafrasati, alla faccia del lettore.

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