We are lived by powers we pretend to understand

Il 31 dicembre del 1961 usciva nelle librerie americane il romanzo culto di Richard Yates «Revolutionary Road»: una bomba a orologeria nel cuore del sogno americano. Di seguito una riflessione di Stefano Jorio su questa storia  tragica e, ancora attualissima a cinquant’anni di distanza, universale. 

di Stefano Jorio

Mezzo secolo fa, in pieno sogno americano, Richard Yates scrisse con Revolutionary Road il romanzo di una tragedia alla base della quale erano la normale, micidiale mediocrità di un uomo incapace di essere sincero unita alla feroce promessa di una felicità cui a nessuno è consentito sottrarsi. Lasciò che la tragedia prendesse forma dal destino “epocale” delle persone, limitandosi ad indicarla all’orizzonte degli eventi, e intrecciando in un’inesorabile architettura narrativa elementi semplicissimi: una coppia e alcuni loro amici, una ditta di computer, una proposta di promozione; la quieta e monotona esistenza di un sobborgo di New York, nel 1955. Frank e April pensano di meritare di più: progettano di evadere dalla “busta di plastica” trasferendosi a Parigi, dove April lavorerà per consentire a Frank di trovare il luminoso percorso al quale da sempre si sente destinato. Solo che Frank, la cui ipocrisia è mascherata da critica all’ipocrisia altrui, non vuole partire affatto. Sta bene in quella vita che dice di disprezzare, ama la Knox (il cui direttore del marketing – inquietante profezia dell’era Microsoft – “in any other corporation would have been called Mr. rather than Bart”). E quando April cerca davvero di mettersi allo specchio, accade l’inaccettabile: mette allo specchio anche lui. “I’m practically quoting you”; “We’re just like the people you’re talking about! We are the people you’re talking about!” Rinunceranno a Parigi, Frank vincerà usando come pretesto l’inaspettata gravidanza di April: ma pagherà cara la sua vittoria. Nonostante il romanzo sia un ininterrotto, assordante avvertimento urlato nelle sue orecchie, falsificherà con metodo le proprie coordinate sull’asse, rifiuterà di prendere atto di ciò che davvero è: un uomo che si consola raccontandosi la favola bella della sua grandezza rimasta inespressa. Finché un matematico lo costringerà a posizionarsi in modo dolorosamente esatto.

Revolutionary Road è la tragedia del sogno americano e del suo prezzo: fare finta di niente. Frank e April parlano ossessivamente, “numberless hundreds of thousands of words”: inveiscono contro la società che accende felice la tv e rinchiude i folli perché messaggeri di una disfunzione collettiva, ridono del sentimentalismo dei vicini (che alla notizia del loro progetto immediatamente li puniscono: sono immaturi, irresponsabili, imbarazzanti, insipidi), valutano i pro e i contro del trasferimento a Parigi: ma presi in una storia più grande di loro, che si sposta più in là a ogni passo che vorrebbero fare fuori dal cerchio, innescano con le loro stesse parole una bomba a orologeria. La furia, la paura, la tenerezza, l’orgoglio, la menzogna, l’ironia, l’amore, l’incoscienza, l’odio, è come se le provassero tutte: ma tanto più si ingannano quanto più si propongono di vederci chiaro. L’intelligenza in questo gioco non serve, ci vorrebbe la sincerità. Quella che manca anche alle persone che li circondano, alla mercé del caso quanto più si sforzano di intercettare il corso degli eventi e ancora meno capaci di controllare le proprie parole, azioni, espressioni del viso: come quando il vicino Shep tenta di elogiare sua moglie e finisce per insultarla, o quando Mrs Givings vorrebbe essere gentile ma ha il viso “di una donna in agonia”.

Il solo a guardare in faccia le cose è colui che ufficialmente ne ha perso la facoltà: John, ex matematico internato in manicomio perché è andato un giorno dai suoi, ne ha devastato la casa, ha strappato in mille pezzi il suo certificato di nascita e ha tenuto i genitori in ostaggio finché non è arrivata la polizia. Per vederci chiaro ha dovuto smettere di far finta: per questo non permette a Frank di prenderlo in giro. Non può più essere educato e perbene, deve sapere esattamente come stanno le cose. Non è il vicino Shep che nel vedere all’improvviso i propri figli si domanda allibito e questi qua chi sono?, prova per loro una distinta revulsione ma conclude “Let’s just take it easy and have a good time”. E nel momento in cui John (“coro greco” di un romanzo in cui il narratore assiste alla parabola dei suoi personaggi senza mai intervenire) illumina la scena, gli eventi subiscono un’improvvisa accelerazione. Anche un maestro dell’autoinganno come Frank, che nei propri frequenti monologhi interiori è capace di plasmare a suo beneficio le battute degli altri (Yates è grandioso nell’uso delle battute di dialogo in funzione descrittiva, messe tra parentesi) dovrà deporre la maschera davanti a sua moglie. Di April, fino alla catastrofe finale, resterà sempre inaccessibile lo stream of consciousness. Invece Frank è il personaggio in assoluto più encefalogrammato del romanzo: è quello che cerca di appianare le cose, di porre tutto sotto una prospettiva distaccata e matura. Quello che crede (quello che deve, per la propria sopravvivenza, credere) di poter controllare ogni cosa.

Nello stesso 1955 di April e Frank un film americano destinato a restare nella storia, L’invasione degli anticorpi, raccontò di una città in cui gli alieni sostituiscono alle persone dei replicati privi di emozioni e personalità. “Il prossimo sei tu,” avrebbe dovuto dire al pubblico il protagonista nel finale rifiutato dalla produzione. In Revolutionary Road è peggio: l’alieno siamo già noi, ma non lo sappiamo. È questa la grande seduzione delle ideologie: ti permettono di prenderti per il culo. Sono grandi e forti e gommose, possono sopportare ogni critica e anzi si avvalgono delle tue stesse critiche per lasciarti trovare al loro interno la nicchia che più ti aggrada. Sono personalizzabili come le auto accessoriate. Una dittatura dichiara fuorilegge le opposizioni, un’ideologia le tollera: le abbraccia e segretamente le assimila, le divora. Il sogno americano ha sedotto il suo più brillante contestatore Frank. Lo ha eroso dall’interno, ne ha fatto una macchina parlante. Tanto che quando trova in casa una siringa per abortire corre infuriato da sua moglie, passando in salotto dove i bambini guardano i cartoni animati: “he carried the package back through the living room, swiftly past the place where the children watched their cartoon (the cat had turned now and was chasing the dog over the acres of cartoon countryside), and into the kitchen.” Quell’accenno al gatto e al cane messo tra parentesi è grandioso. Come pure l’accenno alla campagna disegnata. Sono loro stessi un disegno animato, il sogno americano è un magistrale cartone animato in cui tutti si amano purché tutti siano finti: “Panic had sent her straight to the drugstore the minute she was free of the doctor’s office that afternoon; panic had driven him down the hall to confront her with the thing the minute he found it in the closet that evening, and it was panic that held them locked and staring at each other in the vegetable steam, brutally silent, while the cartoon music floated in from the next room.” Presto John farà cadere tutti i veli, e di Frank (che duecento pagine prima ironizzava sugli uomini “evirati” dal sentimentalismo del sogno americano) dirà a April: “you must give him a pretty bad time, if making babies is the only way he can prove he’s got a pair of balls.” Nelle ultime pagine l’incombere della tragedia ormai è soffocante, ma ancora April e Frank riescono a fare finta di niente. Fanno colazione, parlano del lavoro di Frank che è diventato “interessante” (“non ha nulla di interessante”, aveva detto Frank a John nel loro primo incontro. Un aggettivo può essere il più spietato dei giudici), vanno alla porta, si baciano. Si salutano. The american dream comes true: Frank ha avuto la sua promozione e potrà finalmente riprodurre l’universo cognitivo e sentimentale di suo padre: un commesso viaggiatore dagli orizzonti desolatamente limitati, servile con i superiori e per questo impegnato a inscenarsi agli occhi del figlio come un grand’uomo. Potrà riprodurlo nel modo previsto dal sogno: all’interno del medesimo quadro socioeconomico, facendo strada rispetto a lui. Ma il sorriso svanisce lentamente dalle labbra di April che sale al piano di sopra. Al pari di John è ora arrivata a un punto in cui non può più fingere. Non accetterà l’automatismo morale quale prezzo di quel sogno dal quale aveva lottato per svegliarsi, un sogno nel quale (scrive in un suo romanzo Tommaso Pincio) “le villette esalano i sinistri odori dei dolci fatti in casa e delle tazze di caffè nero fumante, e le tende delle finestre nascondono l’intimità perversa e sanguinaria di famiglie senza speranze.” In epigrafe al suo secondo romanzo, citando Auden, Yates scriverà “We are lived by powers we pretend to understand.”

Commenti
5 Commenti a “We are lived by powers we pretend to understand”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Questo romanzo intensissimo è, fra i tanti che ho letto, quello che viviseziona meglio la vita di coppia – specie nei suoi aspetti più oscuri e contraddittori. In particolare non ricordo nessuno bravo come Yates a descrivere i litigi fra lui e lei: un misto esasperante di ego, nevrosi e incomunicabilità.
    Revolutionary Road è un pugno chiuso che non smetterà mai di colpire.

  2. Davide scrive:

    Bell’articolo, ottima messa a fuoco di un romanzo tanto (ma tanto davvero) bello quanto spietato (nella sua lucidità). Se non sbaglio qualche critico americano scrisse che leggerlo era come farsi estrarre un dente senza anestesìa.

  3. Mariateresa scrive:

    LITTLE HOUSES IN THE HILL SIDE….

  4. Maciste scrive:

    Occhio, mi sa che il film si intitola “L’Invasione degli ULTRAcorpi”.

  5. pes scrive:

    Sì, un bellissimo romanzo, uno dei più intensi che abbia letto negli ultimi dieci anni, uno di quelli- come si dice- che ti rimangono dentro per sempre.

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