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We need to talk about Brexit (again)

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Brex-lit è una categoria trans-genere che raccoglie sotto di sé testi ascrivibili ai generi letterari più vari – dal romanzo sperimentale a quello di idee, dalla satira alla distopia, dal romanzo realista a quello più prettamente postmoderno – che in maniera più o meno diretta riflettono sulle cause o le conseguenze causate dagli esiti del referendum.

La definizione è sufficientemente generica perché la lista di testi che compongono questo corpus possa allungarsi ogni settimana; basta infatti che in qualche modo si intraveda l’ombra di un riferimento al referendum perché il romanzo possa essere associato a questo sottogenere. Che si tratti del quartetto di Ali Smith, di The cut di Anthony Cartwright, Crudo di Olivia Laing, Middle England di Coe, The man who saw everything di Deborah Levy, The cockroach di Ian McEwan, Reservoir 13 di McGregor, Kudos di Rachel Cusk (giusto per citarne alcuni, ma la lista sarebbe lunghissima), sembra infatti impossibile per i romanzi ambientati nel presente contemporaneo inglese evitare di alludere alla  fatidica data del 23 giugno 2016.

Questa data è evidentemente entrata nell’immaginario generale come una linea di demarcazione temporale, quasi fisica, tra un prima e un dopo, un qui e un là, che sembrano tra loro assolutamente inconciliabili.

Benché siano innegabili le fondamenta in una crisi di sistema, tanto politica quanto sociale, Brexit è stata caratterizzata sin dalla sua origine da una dimensione completamente narrativa. Se pensiamo alla campagna referendaria, basata largamente su uno storytelling scollato dalla realtà, tanto personalista e finzionale, quanto distopico e surreale, o se guardiamo alle conseguenze dei risultati sulla scacchiera politica, dove nel giro di tre anni abbiamo assistito a coups degni di Macbeth o dei migliori episodi di House of Cards e Games of Thrones, non sembra del tutto ingiustificato trovarsi a confondere gli avvenimenti politici con le pagine di un romanzo. Eccetto che questo romanzo, i cui capitoli conclusivi sono ancora da scriversi, lontano dal risolversi nell’esperienza della lettura e nell’accrescimento culturale del lettore, sta avendo conseguenze dirette sulla vita di chi, questo romanzo, non avrebbe voluto vederlo mai pubblicato.

Ecco dunque che avvicinandoci al 31 Ottobre 2019, in questi giorni in cui l’orologio sembra ticchettare sempre più veloce, in attesa – forse – di essere resettato per l’ennesima volta, mi sembra che non sia del tutto fuori luogo provare a ripercorre lo psicodramma che è diventato Brexit attraverso tre romanzi pubblicati negli ultimi tre anni (due proprio negli ultimi mesi), in un esercizio forse completamente inutile, ma senza dubbio metaletterario e metafinzionale. Se infatti la letteratura percepisce i sussulti della Storia in anticipo rispetto al loro manifestarsi, allora non è nemmeno così irrealistico pensare che abbia anche delle capacità oracolari.

Rabbia (Autumn, Ali Smith)

All across the country, the country was divided, a fence here, a wall there, a line drawn here, a line crossed there,
a line you don’t cross here,
a line you better not cross there,
a line of beauty here,
a line dance there,
a line you don’t even know exists here,
a line you can’t afford there,
a whole new line of fire,
line of battle,
end of the line,
here/there.

Siamo a tre mesi dal referendum quando esce Autumn.

Ali Smith sceglie di raccontare la lacerazione che attraversa il Regno Unito allineando tra loro la storia dell’amicizia tra una ricercatrice di storia dell’arte e un anziano personaggio (chiaro epitome e portatore di valori in decadimento, sospeso tra vita e sogno), l’affaire Profumo e il presente delle proteste post referendum. A queste tre linee narrative principali, si intrecciano in maniera sincopata episodi di  frustrazione e umiliazione per lo più connessi alla situazione coeva: la difficoltà di comprovare la propria identità e ottenere un passaporto, l’insicurezza economica, la disoccupazione, il classismo, lo scontro generazionale.

Il romanzo di Smith non è sperimentale solo nell’impresa editoriale – ridurre i tempi di pubblicazione a pochi mesi per poter cercare di raccontare il presente quasi nel suo accadere –, lo è anche nella lingua, nella costruzione e nel genere.

Di Autumn si è scritto molto e non aggiungeremo ulteriori informazioni. Basti tuttavia ricordare che è un romanzo arrabbiato, che sfugge volutamente ogni definizione e guarda allo status quo inglese con un cinismo feroce e irriverente, a tratti quasi paradossalmente comico. È allo stesso tempo un caleidoscopio la cui immagine interna muta con una leggera torsione del polso e un gigantesco calembour linguistico che nasconde nei giochi di parole le radici dei conflitti che mette in scena. È un tentativo di riunire e intrecciare tra loro i sintomi che sono sfociati in Brexit: le politiche identitarie, l’esclusione delle donne dalla trascrizione della Storia ufficiale (in questo senso è da leggersi l’allineamento Profumo–Brexit), il classismo e la lotta di classe inglesi, la demagogia, il populismo.

La confusione che regna e che si percepisce tra le pagine di Autumn è la confusione che regnava (e regna tuttora) in una Gran Bretagna incapace di riconoscere le cellule che compongono il proprio organismo. Il tono dominante è una rabbia non priva di frustrazione, una sospensione in cui sembra esserci ancora spazio per la lotta. In questo senso, per quanto non si chiuda con alcuna nota positiva, sembra esserci in Autumn ancora l’impressione che Brexit possa essere discussa, che dal caos possa emergere una nuova speranza.

Trauma (The man who saw everything, Deborah Levy)

Nell’agosto 2019, a oltre tre anni di distanza dal referendum, esce The man who saw everything di Deborah Levy. Levy è una scrittrice atipica nel panorama contemporaneo inglese: i suoi libri raccontano storie pregne di riferimenti psicoanalitici, sospese tra reale e surreale, il più delle volte ambientate nella calura paralizzante di un Mediterraneo tropicale. Si tratta di romanzi vertiginosi, in cui si ritrovano per lo più storie di maschere e rifrazioni che incidono e slabbrano il tessuto del reale per addentrarsi nella selva delle pulsioni umane più profonde.

Non apparirà dunque del tutto un caso, dato l’interesse per l’inconscio più profondo di Levy, che nell’ultimo romanzo faccia capolino Brexit, anche se in una maniera che definirei diagonale.

La storia è apparentemente semplice: un giorno di Settembre del 1988 un uomo – Saul Adler – attraversa Abbey Road e nel farlo viene investito da una macchina. Pochi giorni dopo si trasferisce temporaneamente a Berlino Est per portare avanti la sua ricerca accademica. Qui ha una relazione sentimentale e sessuale con due personaggi, un fratello e sorella, che avrà ripercussioni sulla sua vita futura.

Poi però la storia si complica: ci troviamo in ospedale all’indomani del referendum. Saul è stato vittima di un incidente in tutto e per tutto uguale a quello del 1988. Nel suo stato comatoso post–trauma, assistiamo al progressivo confondersi e mescolarsi dei piani temporali degli incidenti – 1988 e 2016 – e quelli geografici di Londra e Berlino Est. Chi sono  le persone che lo visitano? Dottori o spie della Stasi? Siamo in Germania o a Londra? Il muro è stato abbattuto ? E’ il 1988 o il 2016?

Levy, come Smith, sceglie di allineare un presente post–Brexit a un momento storico e un luogo precisi: DDR, 1988.

Levy non chiarisce esplicitamente le ragioni dell’allineamento tra i due momenti storici, ma  la scelta non può in nessun modo essere letta come una (s)fortunata coincidenza. Deborah Levy è troppo sottile per non aver scelto intenzionalmente di riflettere su Brexit focalizzandosi sul concetto di trauma. Un trauma che nel romanzo è individuale (l’incidente ad Abbey Road), ma la cui lettura, attraverso l’accostamento tra due episodi avvenuti in due momenti storici espliciti (23 Giugno 2016 e Berlino 1988), potrebbe alludere a un trauma storico collettivo.

He [nda. Il medico] came up close to my ear.
“Where are you, Saul?”
“Germany. East. I swam in Honecker’s personal lake.”
“Right,” He said. “Germany East and West are together. The year is 2016. The mongth is June, the twenty’fourth. Yesterday Britain voted to leave the European Union.”
“You are despicable, Rainer,” I said. “How old where you when the Stasi recruited you?.”

Nei tre anni intercorsi tra Autumn e The man who saw everything, in questi tre anni in cui non si è fatto che procrastinare una cesura, in cui si è fatta sempre più concreta la possibilità dell’apparizione di un muro invisibile, quello del no–deal che si potrebbe manifestare come un’invisibile barriera che d’improvviso blocca lo scambio tra dentro e fuori, la narrazione di Brexit ha iniziato a storicizzarsi e – sembra alludere Levy – ad assumere i contorni di un trauma.

Certo, non si possono associare in termini quantitativi le conseguenze di Brexit a quelle, ad esempio, dell’11 Settembre, ma l’allargamento progressivo dei tempi di negoziazione, il ritorno costante della minaccia del muro come entità fantasmatica e il continuo riferirsi a Brexit come a un momento di slittamento delle fondamenta epistemologiche delle nostre percezioni e dalla nostra localizzazione all’interno del sistema sociale, fa sì che non sia del tutto fuori luogo parlare di trauma storico. A sostegno di questa ipotesi c’è il diffondersi di patologie ansiogene assimilabili alla PTSD (persino l’associazione degli psicologi britannici ha iniziato a interrogarsi sul fenomeno qui). E a creare un’atmosfera di cataclisma in questi giorni contribuisce la campagna hauntologica Prepare yourself for Brexit.

Nonostante il referendum non sia stato che l’apice e il momento di rottura provocato da un processo di dimensioni macroscopiche avviatosi molto prima delle votazioni e accelerato da manovre politiche altamente discutibili quanto da scandali distopici, il giorno in cui ha vinto Leave sembra essersi registrato nella memoria collettiva come un istante di scollamento dal reale, un momento di cui si ricorda il prima e il dopo, ma non il suo accadere. Certo come spartiacque tra questi due tempi ci sono  il giorno stesso del referendum, la chiusura delle urne, la conferma dei risultati, ma nessuno di questi è esattamente l’istante preciso in cui nel nostro inconscio collettivo si può collocare il manifestarsi della scissione.

È per questo che nell’incidente di cui è vittima Saul nel romanzo di Levy, nel ritorno costante di una Storia e memoria fatta di muri che si innalzano e muri da superare, si può leggere in filigrana Brexit: come Saul ricorda il momento in cui ha messo il piede sulle strisce pedonali e quello in cui si è rialzato dal suolo, così in Inghilterra si ricorda l’istante in cui il Paese ha iniziato a perdere il controllo e quello in cui ha riaperto gli occhi e si è ritrovato circondato da analisti che gli misuravano il polso, verificando i danni, compilando verbali con ricostruzioni più o meno attendibili, ma mai esatte, perchè il trauma di per sé non è scrivibile.

I traumi, scrive Cathy Caruth, avvengono “al di fuori della rappresentazione”, sono atti di registrazione mancata, che per la loro natura sfuggente non sono localizzabili nel momento originale del loro accadimento, ma nel ritorno fantasmatico ossessivo a posteriori.

Che la proposta di Levy, o la mia lettura di questa, possano essere eccessive nel trattare Brexit come un trauma storico collettivo, ciò non discredita l’ipotesi che, attraverso una serie di parallelismi e scelte letterarie, Brexit si stia storicizzando nella coscienza collettiva come un trauma.

Caciara (The cockroach, Ian McEwan)

 That morning, Jim Sams, clever but by no means profound, woke from uneasy dreams to find himself transformed into a gigantic creature.

Concepito e pubblicato in appena poche settimane, The cockroach è quello che si potrebbe definire un instant book. Si tratta di un testo satirico di appena un centinaio di pagine in cui McEwan immagina che una mattina uno scarafaggio – Jim Sams – si  svegli primo ministro e che assieme ad un gruppo di ministri–scarafaggi debba portare avanti, in seguito alla vittoria di un referendum, l’implementazione di un nuovo sistema economico chiamato reversalismo. L’idea fondante il reversalismo sarebbe quella di “invertire” l’attuale sistema economico e consisterebbe nell’invertire i rapporti economici facendo sì che gli impiegati paghino i datori di lavoro, i negozianti i clienti e via dicendo. Assurdo, certo, ma – e qui si troverebbe il senso della satira –  non più di quanto lo sia la prospettiva del no–deal portata avanti da Johnson.

McEwan sceglie di ispirarsi a Kafka per parlare di Brexit. Peccato che, sebbene le premesse siano interessati, il risultato sia insoddisfacente. Non solo perché alla fine di kafkiano c’è molto poco – la metamorfosi di uno scarafaggio in primo ministro – ma anche Brexit in fondo non è compresa. Lungi dall’essere problematizzata nella satira, non è che una scusa per mettere in scena una lotta surreale tra ministri e personaggi politici, totalmente avulsa dal contesto in cui si combatte.

Che non si possa chiedere a un testo satirico di esplorare necessariamente tutte le complicazioni di una situazione politica, economica e sociale, è indiscutibile, ma se questo genere – per definizione – dovrebbe esporre i paradossi della storia su cui si basa e, se non spingere necessariamente alla riflessione e all’azione, perlomeno offrire una certa catarsi, allora in questo il testo di McEwan fallisce completamente. Ma non fallisce solo per un’intuizione sbagliata – la scrittura in fondo è perfetta e bilanciata – ma proprio perché la situazione attuale rifiuta la risata. Più interessante sarebbe stato, mi pare, rifarsi a Il processo, se non per la condanna finale di Joseph K, quanto per il suo tentativo costantemente frustrato di interagire con un sistema burocratico ai limiti del surreale.

Il riso amaro che McEwan vuole suscitare diventa piuttosto un fastidio ingombrante. Il jeu d’esprit a un mese dal presunto no–deal non lenisce, irrita.

Sembra quasi che McEwan, normalmente così acuto nel catturare cortocircuiti etici e morali, sia totalmente incapace di cogliere lo spirito presente. Forse complice di questo fallimento, al di là della scelta di genere letterario, è anche il formato del libro. L’instant book infatti replica quasi mimeticamente la velocità con cui si sono susseguiti i colpi di scena politici tra la caduta di Theresa May e il tentativo di sospensione del parlamento da parte di Boris Johnson e pare che nel tentativo di voler raccontare il presente nel suo accadere (così come aveva fatto Smith in fondo) non abbia avuto il tempo di processarlo.

In questo senso, nel suo fallimento e nello svuotamento più completo del potere catartico della satira, The cockroach è forse il romanzo che al momento presenta lo status quo inglese con più realismo.

Benvenuti al post-reale

Benchè possa essere (profondamente) discutibile affidare la lettura della parabola involutiva di Brexit a una scelta soggettiva di tre testi all’interno di un corpus molto più ricco, ogni interpretazione nasce da un insieme di elementi oggettivi e soggettivi, e se nel primo caso c’è la sequenza cronologica delle pubblicazioni, avvenute parallelamente allo svilupparsi delle vicende politiche, dall’altro c’è l’esperienza quotidiana in un paese e tra persone che non si sanno più orientare. Di questo mutare delle nostre percezioni la letteratura si è fatta portavoce e amplificatore.

Siamo passati da una rabbia confusa alla paura, per poi sprofondare, nelle ultime settimane, in un’incredulità ai limiti della farsa. La velocità con cui si susseguono gli eventi e i twist narrativi fanno sì che non si riescano nemmeno a processare le possibili conseguenze e implicazioni future di ognuno di questi. Di fronte al continuo spostamento delle scadenze, alle minacce di collasso economico che si sgonfiano nell’istante in cui gli ultimatum vengono prorogati, al vanificarsi di ogni richiesta di residenza temporanea perché la burocrazia diventa obsoleta alla velocità con cui cambia la direzione del vento, di fronte alla paura di rimanere senza provviste e medicinali quando gli scaffali dei supermercati rimangono per ora pieni, di fronte insomma a uno spettro che continua a minacciarci e ritrarsi, stiamo iniziando a dubitare che tutto quello che accade sia reale. Viviamo a tutti gli effetti in un mondo post–verità, post–reale più che surreale, dove persino la satira non è più in grado di darci sollievo. Ci stiamo disinteressando a quel che sta accadendo, lo guardiamo con la stessa indifferenza con cui guardiamo una serie televisiva, dalla quale ci facciamo catturare brevemente fino alla cesura di fine episodio. Stentiamo quasi a ricordarci che la farsa a cui assistiamo quotidianamente non è che la messa in scena di una dramma che deve ancora arrivare.

Se la letteratura ha capacità oracolari, non c’è molto da rallegrarsi.

“Tirate il sipario, la farsa è finita.” [François Rabelais]

Giorgia Tolfo è nata a Marostica (VI) nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna, scrive su varie testate online ed è programmatrice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).
Commenti
2 Commenti a “We need to talk about Brexit (again)”
  1. claudio 60 scrive:

    Giusto questa sera ho rivisto Barry Lyndon, uno dei film della mia vita. William Makepeace Thackeray
    parlava del suo tempo, Stanley Kubrick in parte anche dei nostri – passato prossimo e presente.
    Giorgia Tolfo – perfetto il suo scritto – ha ragione : non c’è molto in cui sperare.
    Ma mai arrendersi. Ce lo insegnò quasi 80 anni fa proprio la ex Gran Bretagna

  2. claudio 60 scrive:

    Giusto questa sera ho rivisto Barry Lyndon, uno dei film della mia vita. William Makepeace Thackeray
    parlava del suo tempo, Stanley Kubrick in parte anche dei nostri – passato prossimo e presente.
    Giorgia Tolfo – perfetto il suo scritto – ha ragione : non c’è molto in cui sperare.
    Ma mai arrendersi. Ce lo insegnò quasi 80 anni fa proprio la ex Gran Bretagna

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