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Ri-dimensionare Werner Herzog

A volte, per capire davvero un regista e la sua opera, bisogna smetterla di fissare i film. Di ingolfare lo sguardo con le immagini, i simboli, i significanti. Di arrovellare la mente coi significati, con le strutture, con le narrazioni. A volte, per capire davvero un regista e la sua opera lo sguardo bisogna voltarlo: cambiare prospettiva, guardare all’uomo e a quello che fa.

La chiave per decifrare il cinema contraddittorio ed enigmatico di Lars von Trier a me, ad esempio, è arrivata con la lettura del nel libro-intervista Il cinema come dogma. Conversazioni con Stig Björkman (Mondadori, Milano 2001). Lì, parlando di altro (e quindi di sé), il danese disvelava come molta della sua pomposità fosse uno sberleffo ludico e sarcastico, e come però le sue provocazioni fossero, al tempo, stesso una commovente autonalisi e una messa in piazza di una fragilità quasi inaudita. In forma diversa, mi è accaduto lo stesso con Werner Herzog.

Fino a qualche anno fa, Herzog era un regista che ammiravo, che amavo, ma che mi intimoriva. Il suo titanismo, la straordinaria e selvaggia anedottica fatta di navi issate sulle colline e fucili puntati in faccia a Kinski, il suo cinema placidamente rabbioso e intimamente filosofico mi affascinavano e mi rendevano inquieto allo stesso tempo. Herzog era una sorta di entità superominica nietschiana, un’opera d’arte totale di fronte alla quale sentirsi piccolini piccolini.  Poi, inaspettatamente, è cambiato qualcosa. Anzi, è cambiato tutto.

Era il 2004 ed ero a Ravenna, ospite di un piccolo ma agguerrito festival di cinema horror. Entrai in sala per vedere un film dal titolo Incident at Loch Ness, di cui non sapevo nulla se non che si trattava di un mockumentary. E, con mia enorme sorpresa, di quel finto documentario era protagonista Werner Herzog. Che ci faceva il Titano in un mockumentary dai risvolti horror?

In estrema sintesi, il film “documentava” come il tedesco fosse stato convinto a dirigere un “vero” documentario sul Mostro di Loch Ness da un produttore cialtrone e ciarlatano, che aveva predisposto tutta una serie di inutili spettacolarizzazioni, di avvistamenti e di indizi fasulli ad uso e consumo dell’ignaro Herzog. Il quale, ovviamente, scopriva rapidamente l’inghippo, per poi trovarsi nel bel mezzo di una di quelle vicende larger than life che gli stanno tanto a cuore quando la vera Nessie faceva irruzione sulla scena.
Incident at Loch Ness, che poi scoprii essere stato co-sceneggiato e co-prodotto da Herzog stesso, è un film che nella sua leggerezza è capace di rivelarsi epifanico.

Vedere il regista di Aguirre e Fitzcarraldo mostrare una quantità insospettabile di autoironia e di senso dell’umorismo, osservarlo mettere alla berlina la sua immagine, le sue modalità epiche, tutte quelle caratteristiche con le quali era solitamente identificato e che suscitavano in me tanto timore reverenziale, non lo ha ridimensionato ai miei occhi, né mi ha spinto ad una rilettura radicale dei suoi film. Al contrario.

La sincerità quasi sconcertante con la quale Herzog metteva pubblicamente in gioco un lato di sé fino a quel momento nascosto ai più, il suo rivelarsi in aspetti non contraddittori del suo carattere, ma paradossalmente coerenti con quello che già conoscevo, mi ha aperto nuove dimensioni di stima e ammirazione. Perché Herzog, e quindi il suo cinema, è un personaggio complesso e multiforme, che riesce a mescolare un’innegabilmente sincera e reale pulsione superominica e ambiziosa ad un’ironia capace di ridimensionare tutto, anche sé stesso. Ridimensionare, non ridurre: dare una nuova dimensione.

Proprio in Incident at Loch Ness, Werner Herzog dice:

“Sono sempre stato interessato alla differenza tra “fatto” e “verità”. E ho sempre sentito che esiste qualcosa come una verità più profonda. Esiste nel cinema, e la chiamerei “verità estatica“. È più o meno come in poesia. Quando leggi una grande poesia, senti immediatamente, nel tuo cuore, nelle tue budella, che c’è una profonda, inerente verità, una verità estatica.”

In quel film, appare la sua, di verità estatica. Quella che poi permette di capire (meglio: di sentire) il senso profondo di scelte spiazzanti: ad esempio, quella di concludere un capolavoro (cinematografico e filosofico) recente come Cave of Forgotten Dreams con la storia inventata di due coccodrilli albini, che fanno il paio con il misterioso iguana che accompagnava Nicolas Cage in un altro grande film degli ultimi herzoghiani, Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans, remake solo in apparenza sgangherato del seriosissimo, ma non per questo meno bello, film di Abel Ferrara (che l’ha odiato e dichiarato di voler vedere morto il collega).

Grazie all’ironia e al senso dell’umorismo, che rivolge verso sé stesso e verso il mondo, l’indomabile e inarrestabile Werner Herzog è in grado di immergersi nelle profondità più vere dell’Uomo e della Natura, perché è in grado di amarle, di abbracciarle, di provare per esse uno stupore purissimo senza mai farsene sopraffare. Di fronte agli scenari più estremi e affascinanti, ai personaggi più eroici e bizzarri, di fronte alla verità estatica, Herzog prova sterminata ammirazione, profonda empatia emotiva e intellettuale ma non si scompone. Mai.

D’altronde, non si scompone nemmeno quando deve soccorrere Joaquin Phoenix vittima di un incidente d’auto vicino a casa sua (l’attore ha raccontato che c’era qualcosa di “bellissimo e tranquillizzante” nella voce del regista, poi dileguatosi con l’arrivo dell’ambulanza), o quando qualcuno gli spara con un fucile a pallini nel corso di un’intervista con la BBC sulle colline di Hollywood (“It’s not a significant bullet”, disse in quell’occasione, minimizzando). Al contrario, sembra quasi divertirsi, sornione, come quando recita ruoli assurdi e paradossali per Harmony Korine, come quello del prete che getta suore dall’aereo di Mister Lonely.

È questa appassionata imperturbabilità impregnata d’ironia che permette ad Herzog di rimanere in piedi nelle condizioni più avverse, di mantenere una lucidità intellettuale che fa quasi spavento davanti a qualsiasi scenario umano e naturale, di cogliere i dettagli che fanno il tutto. Di non cedere annichilito di fronte ad una realtà che, con pessimismo esistenziale innegabile, Herzog ha sempre percepito e raccontato come “caos, conflitto e morte” (cfr. Grizzly Man, 2005).

Federico Gironi è nato nel 1974 a Roma, dove vive. Laureatosi in Scienze della Comunicazione nel 1999 con una tesi sul cinema di Hong Kong degli anni Ottanta e Novanta, lavora dal 2001 anni come critico e giornalista cinematografico per il canale tv Coming Soon Television prima e per il sito internet comingsoon.it . Scrive o ha scritto su riviste come Cineforum, Duellanti, Panoramiques, Nocturno. Selezionatore per le sezioni Concorso e fuori concorso del Torino Film Festival, ha pubblicato saggi in volumi sul nuovo cinema indipendente americano, M. Night Shyamalan e il cinema USA dopo l’11/9. Guarda tantissimi film, ascolta molta musica, legge molti libri, scrive per gli altri e per sé. Ha anche adattato i dialoghi del musical Priscilla.
Commenti
7 Commenti a “Ri-dimensionare Werner Herzog”
  1. cletus scrive:

    beh, più che ri-dimensionare Herzog, l’autore dell’articolo gli fa un monumento. Bel pezzo, e sopratutto esce, prepotente, tutta l’anima dissacratoria che accomuna tanti altri colleghi (facili assonanze con altri grandi registi del nord europa).

  2. Armando Minuz scrive:

    Giustissimo l’articolo, ma per me (parere di un amante del cinema ma non di uno “studioso” di cinema, dunque a mio modo ignorante) Herzog rimarrà sempre il regista di cui si parla nelle prime righe. Quello che ha trascinato il cinema sulla linea di frontiera, a un passo dal pionierismo del protocinema, se vogliamo molto più vicino di quanto si creda a un Buster Keaton. Lontano da qualsiasi forma “digitale” o effetto speciale, ha impugnato un cinema impuro, fatto di uomini e sudore che la macchina da presa non crea e, anzi, non riesce ad asciugare dai volti degli attori. A un passo dalla follia, sempre, sul set e fuori dal set (set non per niente abitato da un monstre come Kinski). Forse l’ironia di cui giustamente si parla è sempre stato, più o meno nascostamente, il necessario contrappeso a questo cinema faticoso e torbido, in fondo provocatorio ma non in modo programmatico, spontaneamente rivoluzionario perché sempre “altro” (Ghezzi parlava di “sogni sfocati kasparhauseriani, visioni di altri mondi, echi zoologici da un regno oscuro”).
    Per chi non li conoscesse, poi, consiglio i diari di Herzog sul set di Fitzcarraldo. Complimenti ancora e grazie per avermi riportato alla mente questo “piccolo” grande maestro, nonché di avermi fornito questa chiave di lettura ironica e umoristica, a cui penserò nei prossimi giorni.

    “Le notizie che mi sono giunte oggi sono chiare: R. non intende ritornare nella foresta vergine, a nessuna condizione. Certificati medici, schermaglie giuridiche per prendere posizione contro eventuali richieste di risarcimento danni. Contatti con Lucki in Brasile, con W. sul Camisea. W. vuole assolutamente che richieda una perizia legale negli Usa per obbligare R. a rispettare il suo contratto, ma non ho bisogno di perizie legali per capire in che situazione mi trovo. In casa ho vagato per le stanze abbandonate, ormai completamente solo. Le camere con i loro materassi senza lenzuola mi fissavano, io a mia volta fissavo, senza provare niente, nel vuoto. Ora Gustavo e Claire di notte siedono insieme a me sotto i neon dell’ufficio, assediati dalle zanzare; restiamo in silenzio. La radio crepita e gracchia, a volte fluttua della musica, come il suono di uno xilofono dalle sfere del cosmo. Per un attimo abbiamo captato piuttosto chiaramente una stazione dell’Unione Sovietica”.
    Werner Herzog, La conquista dell’inutile, pp. 164-65.

  3. Gloria Gaetano scrive:

    Molto spesso per Herzog l’ interesse e il motivo centrale è il diverso, lo
    straordinario, anche l’abnorme nelle cose, nelle persone e nei paesaggi. La sua
    ricerca consiste nell’individuare verità profonde nel soggetto che considera (per lo
    più l’essere umano) e nel capire quali siano le proprietà della nostra civiltà e del
    nostro tempo. L’efficacia comunicativa nel rappresentare le ‘scoperte’
    dell’immagine; per lui cinema e vita non si possono separare. Rispondono al
    preciso imperativo morale di trovare in che cosa consista il nostro essere umani e
    nel rappresentarlo sullo schermo.
    In “Aguirre furore di Dio”, Herzog prova una certa sensazione fisica nello svolgere
    una determinata azione, che rimane come impressionata nella pellicola. Girare un
    film diventa un vero e proprio sforzo fisico; mettere in scena eroi che si misurano
    con i propri limiti, fisici e psichici: ogni viaggio corrisponde ad un rischio totale, al
    pericolo di morte del cineasta e del cinema stesso.
    Herzog lavora per creare un nuovo linguaggio visivo. Il suo intento è quello di
    trovare immagini che ci facciano capire noi stessi, chi siamo veramente come
    uomini. La nostra condizione e la nostra civiltà. La prima esperienza elementare
    nel nostro tipo di società, come fame, paura, o essere imprigionati, o sofferenza

  4. LM scrive:

    ” A volte, per capire davvero un regista e la sua opera, bisogna smetterla di fissare i film. Di ingolfare lo sguardo con le immagini, i simboli, i significanti. Di arrovellare la mente coi significati, con le strutture, con le narrazioni. A volte, per capire davvero un regista e la sua opera lo sguardo bisogna voltarlo: cambiare prospettiva, guardare all’uomo e a quello che fa “. Secondo me ciò corrisponde a una concezione dell’arte orribile. Il resto non l’ho letto.

  5. Walter scrive:

    In realtà, da un pezzo ormai Herzog non lavora più a una nuova grammatica delle immagini. Pur rimanendo una figura interessante è ben lontano dall’urgenza che lo “costringeva” a girare film come Aguirre, Fata Morgana e via dicendo. Ora è semplicemente un buon regista, incapace di stare fermo a ricaricaricare le battierie, prolisso e ripetitivo nelle interviste, auto-celebrativo, assai meno rigoroso nelle intenzioni di quanto lo fosse nei magici anni ’70. Il Cattivo Tenente è solo un buon film hollywoodiano, L’alba della libertà è freddo come un ghiacciolo, Cave of forgotten dreams sarebbe stato un buon fim con una durata ridotta della metà, ed inoltre la scena finale dei coccodrilli albini suona posticcia, con quel commento onnipresente. Credo che l’ultimo capolavoro del nostro risalga all’ormai lontano 1993, quel bellissimo e quasi dimenticato “rintocchi dal profondo” che spazza via in un colpo solo la cerebralità dell’ignoto spazio profondo, il fasullo Diamante Bianco, il falso capolavoro Grizzly Man. Grazie comunque ad Herzog, che quand’era giovane e “posseduto” dal cinema è stato lo sguardo più straordinario e irripetibile che abbiamo avuto.

  6. Paolo scrive:

    Ma certo, Il cattivo tenente di Herzog…. Ah, internet, che invenzione !
    “Il mio social network è la tavola della mia cucina.” (Werner Herzog)

  7. Luciano scrive:

    La realtà ciascuno la interpretà come gli pare. Con film, registi e aneddotica varia, la realtà e un miscuglio di invenzione e fatti oggettivi, spesso poco districabili. La macchina dei sogni da potente strumento di invenzione e riflessione sulla realtà si è trasformato nel corso del tempo in potente macchina del business e dell’auto-promozione. Herzog ha avuto una vità avventurosa e piena di stimoli e opportunità che ha saputo sfruttare al meglio. Purtroppo il suo lato creativo, decisamente poco sviluppato e spesso imbarazzante, è stato compensato e “superato” dalla sua personalità pubblica incredibilmente affascinante. Tolti i film degli inizi, qualche documentario, il resto è immondizia inguardabile e ripetitiva. Ha la capacità di affascinare lo spettatore, tuttavia, finito il film, poco rimane. A livello umano è impossibile conoscerlo realmente, per noi comuni mortasli. La sua vena giocosa c’e’ fin dagli inizi (ho presento uno pseudo documentario dove lui cucina e mangia il suo scarpone ), tuttavia negli anni 70 faceva più figo e più audience intellettuale affrontare temi pesanti e drammatici. Oggi va di moda il miscuglio di generi, l’autoironia, prendersi in giro, il mokumentary… e lui si è buttato a capofitto in questo target di business. E’ un essere umano come tanti, che ha saputo vendere benissimo la sua immagine, tanto da diventare logo di se stesso. E’ ormai un brand richiesto dal mercato mondiale. Queste cose le scrivo da vecchio fan del regista che dal 1991 (dopo quell’orrore di film che è Grido di pietra) ha iniziato a riconsiderarlo appunto come logo di se stesso. Molto interessante, se vi capita, è leggere la mezza pagina che Emmanuel Carrere dedica a Herzog in “Limonov”, bellissime e significative, oltre che tristi. Alla mia tenera età di 47 anni, sono arrivato alla conclusione che personalità avventuriere ed arroganti, di solito maschili, dotate di poca umiltà e di molto narcisismo, nascondano profondi limiti umani, intellettuali, creativi. Non ce l’ho con Herzog, ma con chi, come il sottoscritto, ne ha per anni esaltato le doti e le capacità, non capendone la reale natura e portata. :-)

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