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Il soft power di Wes Anderson

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Michele Masneri non esplora solo quartieri di Roma e case che non può permettersi, ma ogni tanto va anche al cinema, e gli piace Wes Anderson (senza fanatismi), e ci si immedesima un po’, e in questo pezzo che ha scritto prima di partire per la tournée pugliese di Addio, Monti, forse si vede. 

Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. (L’immagine è tratta da The Wes Anderson Collection)

 

Tutte le famiglie normali sono infelici allo stesso modo; ogni famiglia disfunzionale è infelice a modo suo. Wes Anderson ha elevato la malinconia a fenomeno glamour globale e l’adolescenza quarantenne a condizione aspirazionale per tutti noi. Secondo il fondamentale galateo del nuovo secolo The Hipster Handbook (2002) di Robert Lanham, Anderson è “il” regista per eccellenza, oltre a essere ai vertici della classifica «star per cui avere una cotta», subito dietro a Beck e a Edward Norton. Otto film di cui almeno uno già entrato nell’inconscio collettivo, I Tenenbaum (2001), Anderson è il principe emaciato della nuova malinconia globale che apre il cuore e fa vendere i profumi dei massimi marchi mondiali.

Alto, magro, diafano, metrosexual in tweed e cachemire europei, però texano rigorosamente etero, porta il sentimento di un bimbo sensibile al cinema, in un packaging impeccabile che mischia Truffaut, boy scout, Calvino e Huckleberry Finn, e tutto un bagaglio e una pelletteria da ceto medio-alto riflessivo del Sud traducendolo anche in primari spot non solo per Prada, per cui ha fatto tre commercials per il profumo Candy e il corto Castello Cavalcanti, ma anche per Stella Artois, Hyundai, American Express.

Ogni cosa non è illuminata in Anderson, il cui trauma primario è il divorzio dei genitori, all’età sua di otto anni, riconosciuto «l’evento più cruciale della mia vita» che l’ha portato a una sorta di incapsulamento dell’infanzia e alla vita come fonte secondaria; i suoi film sotto spirito, divisi in quadretti e incorniciati da didascalie come in etichette di marmellate di infanzie sognate o negozietti organic, sono popolati da adulti che non crescono mai, che fumano di nascosto dai genitori e dagli sposi anche alle soglie della mezza età, che non fanno mai sesso: e «i cattivi non sono cattivi davvero», secondo una canzonetta italiana, e le morti che pur esistono e le pugnalate e gli spari suonano falsi, e manca solo la bandierina con la parola “bang”, perché in Anderson come nel mondo dei bambini la morte non esiste.

Gli umani non funzionano mai, sono depressi, delusi, autolesionisti, si fanno male, si fanno mozzare le dita, raccontano bugie, vanno da analisti pessimi, amano sempre la persona sbagliata, sempre troppo giovane o troppo vecchia o troppo incestuosa: invece gli oggetti sono lì, smaglianti nonostante l’età. Nascosti o impolverati ma sempre al loro posto e funzionanti; Margot Tenenbaum ritrova dopo decenni la sigaretta nascosta sotto un certo coppo sul tetto di casa; ingranaggi e macchinari sono sempre a posto, moto e motorette e auto e trenini partono al primo colpo, in certi armadi di casa Tenenbaum sai sempre di ritrovare il vecchio Scarabeo e il vecchio Monopoli. Gli oggetti sono sempre rassicuranti: però come per Charles Swann nella Recherche devono avere una storia, e solo rispecchiandosi in essi gli umani possono sperare di sopravvivere. Margot Tenenbaum sarebbe niente senza la sua pelliccetta, e il fratello Chas senza la tuta, e Max Fischer di Rushmore senza il suo blazer.

E poi acquari, terrari, vecchi libri, vecchi dischi, vecchi giradischi. Sempre valigie, molte valigie, in The Grand Budapest Hotel sono Prada, ma spesso Louis Vuitton, come nel Treno per il Darjeeling, le uniche che poi usava Luchino Visconti, un altro perfezionista, per via delle stesse iniziali LV. Tutto vintage e tutto un production design a volte asfissiante, e però poi sboccia sempre la tenerezza, e papà anche pessimi e cialtroni si fanno perdonare e traumi brutti si superano, basta stare insieme, basta condividere qualcosa, e dev’essere questo il segreto di Anderson e del suo soft power intimista che poi incrocia in pieno il fenomeno hipsteristico: recupero di modernariato, back to the roots organico, occhiali vetusti e zenzero fresco, e vecchie letture e disprezzo di tutto ciò che è nuovo e per le masse; e rifiuto collettivo inconscio di diventare giustamente grandi in un mondo reale post-crisi dei subprime e degli spread; meglio restare piccini, e tornare all’amore per la maestra, alla casa sull’albero, ai sentimenti, a quando eravamo tutti un grande Paese (e dunque non si vorrebbe uscire poi mai dal cinema, e tornare all’orrida realtà – «vorrei vivere in un film di Wes Anderson», sempre la stessa canzonetta).

Lui viene probabilmente da una famiglia di squilibrati di talento: nato a Houston nel 1969, il padre pubblicitario ma anche scrittore, la madre antropologa, archeologa ma anche agente immobiliare. Poliedrici e sofferenti e però molto uniti; racconta chi lo conosce, che gli Anderson si riuniscono sempre per il Ringraziamento. Il regista è anche molto legato ai fratelli Mel, medico, ed Eric Chase, illustratore in voga le cui opere ricorrono nei film andersoniani. Poi ci sono i fratelli “adottivi” Wilson, anche loro texani e anche loro figli di un pubblicitario oltre che presidente della tv di Houston; all’università di Austin, Anderson stringe amicizia con Owen, studente di letteratura inglese, che poi scriverà con lui diversi film, ed è il suo migliore amico e alter ego attoriale; ma è legato anche ai fratelli Luke e Andrew. Altra famiglia elettiva è quella composta da Bill Murray, Anjelica Huston e Willem Dafoe, suoi attori-icone. Poi c’è una fidanzata reale, Juman Malouf, scrittrice ma anche designer di vestiti, figlia di un’autrice molto importante in Libano. A lei ha dedicato Moonrise Kingdom (2012).

Tra le famiglie elettive andersoniane poi c’è soprattutto l’über-clan dei Coppola, con cui Anderson rafforza la sua dimensione fighettistica globale. Roman, figlio di Francis Ford, ha scritto con lui Il treno per il Darjeeling, Moonrise Kingdom (nomination all’Oscar) e il corto felliniano Castello Cavalcanti, oltre ad aver diretto con lui Candy per Prada. In Castello Cavalcanti il protagonista è il meraviglioso Jason Schwartzman, volto di Rushmore e con ruoli anche in Il treno per il Darjeeling, Fantastic Mr. Fox, Moonrise Kingdom e nel prossimo The Grand Budapest Hotel; oltre a essere cugino di Roman Coppola e aver fatto Luigi XVI in Marie Antoinette di Sofia (sempre Coppola). La quale, sposata con Spike Jonze, regista di Essere John Malkovich e ora di Her, atteso manifesto hipster degli anni Quindici, e poi risposata col leader dei Phoenix (musica giusta french touch), costituisce l’anello finale di congiunzione di Anderson con un’altra cerchia di bling ring planetario sospirante e adolescente.

Dietro questa rete globale di amici sinceri Anderson è un grande timido. Anche un grande ascoltatore. Con gusti precisi e precise idiosincrasie: gli piacciono i ristoranti buoni ma non stellati e gli alberghi vecchi; ama le casseforti e le scatole, e si dice che tenga tutti i suoi ossessivi oggetti di scena in un caveau nella casa newyorchese del Lower East Side. È un perfezionista, può stare ore alla moviola per decidere il colore giusto di una scena, come quella del falò nel Treno per il Darjeeling, racconta Antonio Monda, che lo frequenta a New York e che lo intervista in un falso talk show allegato al dvd delle Avventure acquatiche di Steve Zissou: Mondo Monda. È silenzioso, è un ascoltatore, ha un rapporto non allegrissimo col denaro. È un conversatore brillante, quando si sente al sicuro, e dietro la facciata dandistica – il cappotto del sarto, i gilet, i completi di velluto, i pantaloni cortissimi che condivide con Joaquin Phoenix in Her – si nasconde un calore umano inaspettato. Da piccolo voleva fare naturalmente lo scrittore, perché come dice Calvino, che pure l’ha probabilmente influenzato, «uno scrittore è un bambino di talento che non si è sentito abbastanza amato»; poi all’Università del Texas di Austin c’erano tanti libri di cinema, e si è messo a fare il regista. Ma molti dei personaggi dei suoi film scrivono racconti o pezzi teatrali; la solita Margot Tenenbaum ma soprattutto il personaggio più tenero della saga andersoniana, lo studente fallimentare Max Fischer in Rushmore (girato nella stessa scuola dove ha studiato il regista, la St. John’s School di Houston), che per conquistare una professoressa molto gattamorta allestisce commedie come nel racconto giovanile di Fitzgerald, L’ombra catturata, che tratta proprio di un quindicenne alle prese con una commedia scolastica; testo molto amato da Anderson ai tempi della scuola.
«Il mondo è così grande, complicato, abbondante di meraviglie e sorprese, che servono anni alla maggior parte delle persone per cominciare ad accorgersi che è irrimediabilmente compromesso. Normalmente chiamiamo questo periodo di ricerca “infanzia”», scrive il premio Pulitzer Michael Chabon nell’introduzione a The Wes Anderson Collection, grande saggione-strenna curato da Matt Zoller Seitz già culto e oggetto supremamente andersoniano, con disegnini e mappe e modelli e storyboard. Il mondo interiore di Anderson è fatto dai Peanuts, adolescenti depressivamente filosofici; dal cinema di Scorsese, e poi Fellini, Billy Wilder (in particolare, L’appartamento); la Nouvelle Vague, ma anche molto Spielberg, e Goonies, e Guerre stellari, e Hitchcock, e il Cukor di Holiday, e i film degli americani girati in Europa con quell’atmosfera fragrante e sospesa e naturalmente fitzgeraldiana, di mondo stupendo alla frutta: Caccia al ladro, La Pantera Rosa. E ancora, Indiana Jones, e molto James Bond, col trionfo degli inseguimenti e dei mezzi anfibi; e i libri per bambini di Roald Dahl, e naturalmente Salinger, però più la famiglia Glass che Il giovane Holden.

Tutti i topoi dell’adolescenza e dell’infanzia come paradiso perduto sono presenti: la casa sull’albero, i boy scout, il plastico e il trenino; i vascelli, macchine e macchinine; tutto incapsulato in un mondo senza tempo rassicurante come le scatole di Joseph Cornell (1903-1972), surrealista americano inscatolatore d’oggetti, o come le villette in cupolette di vetro del quarantenne Thomas Doyle viste due anni fa alla mostra American Dreamers a palazzo Strozzi a Firenze; e naturalmente Anderson è un american dreamer della razza di Henry James e Forster, di questi innamorati di un’Europa solo immaginata e di un’Italia di eleganze e gigli; gli piacciono Roma, Firenze e Venezia; nella capitale durante i lavori delle Avventure acquatiche di Steve Zissou, con dinamiche paterne in alto mare, e una dedica a Jacques Cousteau, sua ossessione che ricorre anche in Rushmore (dove Miss Cross legge nella sua prima apparizione Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne) ha affittato una villa sotto il Gianicolo per cinque mesi; altrimenti sceglie l’albergo più vecchiotto e aristocratico della città, l’Hotel d’Inghilterra vicino a piazza di Spagna; a Venezia invece va naturalmente al Gritti e non prende neanche in considerazione il Danieli; a Parigi oltre a cincischiare con il clan incestuoso Coppola, Anderson vive la metà dell’anno, e ha una casa ovviamente a St. Germain; ci arriva (a Parigi) da New York, ed è l’unica volta che prende l’aereo, per cambiare continente. Anche se ogni tanto usa la nave, e chi lo conosce racconta che durante la traversata rimane tutto il tempo incantato a guardare il view of the bridge, il canale interno alla nave che riprende semplicemente il mare di fronte alla prua, per ore (come poi nei Tenenbaum Richie Tenenbaum). Oltre a New York e Parigi, Anderson ha poi una terza casa in Inghilterra, nel Kent, e in questo pellegrinare in treno e bauli viene fuori un suo lato Bruce Chatwin (tra Londra e Parigi prende assolutamente solo il treno).

Anderson è uno strano uccello aristocratico, un dandy del Sud, un Tom Wolfe giovane, un residuo di un mondo di eleganze sudiste: vengono in mente i racconti capotiani di Musica per camaleonti e del Giorno del Ringraziamento e in generale il mondo dei piccoli Capote e Harper Lee, amici di infanzia che sarebbero stati perfetti in un film andersoniano. Poi c’è anche un ebraismo solo immaginato, ebraismo newyorchese, anche qui come sublimazione del clan e di saghe del passato, ancora paradisi perduti. Il film presentato a Berlino (nei cinema italiani dal 10 aprile), The Grand Budapest Hotel, è un Anderson meets Indiana Jones meets James Bond: inseguimenti sugli sci, baroni malvagi, ereditiere dal cuor d’oro, repubbliche centroeuropee nel pieno della Prima guerra mondiale, altro mondo che sta per scomparire; grandi alberghi, portieri gallonati, cattivi con sidecar. E una delle nostalgie letterarie più struggenti e chic, quella della finis Austriae, con tutto un mondo lì pronto di Zweig, Roth, Musil, loden; però qui con trenini e teleferiche, e molte valigie e bauli, e tanti oggetti e dolcetti squisiti di pasticcerie viennesi con fiocchetti e glasse anche molto insistiti. Ma poi, a un certo punto, la solita gran voglia di tenerezza: e la poesia alla fine ha la meglio anche sulla pasticceria.

Michele Masneri (1974) è nato a Brescia, e poi si è esoticamente trasferito a Roma perché, come sostiene Alberto Arbasino, bisogna vivere nella capitale dello stato di cui si è cittadini. Scrive di economia, società e cultura, sul Foglio, su IL del Sole 24 Ore, su Studio. Per minimum fax ha scritto Addio, Monti (gennaio 2014), il suo esordio in narrativa.
Commenti
Un commento a “Il soft power di Wes Anderson”
  1. Davide Acerbi scrive:

    Credo che a lato di questo bellissimo articolo, debba starci questo video. Buona visione.

    WES http://vimeo.com/83728153

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