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What went wrong? (di Helena Janeczek)

In questi mesi la rivista “Lo Straniero” sta lanciando un’inchiesta chiedendo a diversi scrittori italiani di raccontare attraverso quale percorso la storia del paese può aver fatto da ispirazione per i propri libri, tenendo conto anche dell’intreccio tra le motivazioni pubbliche e quelle personali. Dopo aver dato conto della prima parte e della seconda, per la terza, appena uscita, tra gli scrittori sollecitati c’è Helena Janeczek, autrice di questo interessantissimo intervento. Ringraziamo la redazione dello Straniero per averci consentito di condividerlo con i lettori di m&m.

di Helena Janeczek

Scrivo di storia perché me la sono trovata accanto alla culla come una fata senza invito. Era già tutto accaduto quando nacqui, finito quando iniziai a scriverne – invasione della Polonia, Auschwitz, spartizione dell’Europa dopo Yalta – ma se non avesse determinato le sorti della mia famiglia non sarei esistita o sarei stata un’altra. Cominciai a rendermene conto in un momento sul crinale tra due decenni. Lo slancio con cui negli anni settanta si credeva nell’individuo capace di liberarsi da ogni laccio autoritario stava per essere reso funzionale agli edonistici e consumistici anni ottanta, gli anni avviati verso la “fine del conflitto” e la “fine della Storia”. Era dunque quasi inevitabile che andassi a scovare la storia laddove si era ritirata: nell’unità di misura ancora valida d’un io calato nel teatro domestico delle più intime relazioni familiari. Intuii tuttavia con chiarezza che proprio quella dimensione sarebbe stata condivisibile.

La scoperta di poter cogliere in me stessa una figura intermedia tra la normalità del privato e l’abnormità di una storia collettiva, era stata anzi determinante perché mi sentissi legittimata a prendere la parola affianco a chi aveva testimoniato l’universo del lager per diretta esperienza. Potevo farmi mediatrice, ma non più con un pubblico refrattario a confrontarsi con Auschwitz perché aveva avuto altri traumi o complicità o colpe da dimenticare. I miei lettori ideali erano quelli nati dopo, per cui la macchina dello sterminio era incommensurabile al proprio vissuto, con il rischio automatico di sottrarsi ancora di più all’immaginazione e immedesimazione. Percepivo come un’eccezione la mia storia con la minuscola, ma proprio per questo la ritenevo esemplare. Volevo quasi gridare che non ero diventata così e cosà perché la mamma non mi aveva allattato eccetera – la mamma non aveva avuto latte (o soltanto quello nero celaniano) in quanto reduce di Auschwitz.

Senza cercare di conoscere e capire quel che le era capitato, conoscere e capire quella storia con la maiuscola, anch’io sarei rimasta per sempre a galleggiare in un vuoto sospeso sopra una voragine. Ma nel presentare me stessa come soggetto storicamente determinato, stavo implicando che in una modalità a prima vista soltanto privativa lo erano anche i figli “normali” del boom economico. Questo pensiero mi si presenta solo oggi, quasi a vent’anni di distanza dalla stesura di Lezioni di tenebra, una distanza anch’essa storica dalla quale misurare diversi cambiamenti. La prima cosa mutata in maniera decisiva è la funzione di quella che chiamiamo Memoria. Allora (non sempre però molto spesso – di sicuro per la sottoscritta) equivaleva al processo di elaborazione cognitiva attraverso cui il singolo giunge a comprendersi e rappresentarsi come parte della storia e reclamare che essa si realizza sul corpo, sulla psiche e nella mente di ogni essere umano coinvolto o travolto – anziché in primo luogo attraverso le decisioni dei suoi protagonisti, ossia dei detentori del potere. Oggi la Memoria della Shoah è un’istituzione amministrata da rappresentanti dello Stato, affidata a gruppi, associazioni, centri di ricerca, monumenti, musei e figure specialistiche (dai testimoni agli insegnanti) con delega di farsene carico nel Giorno della Memoria o nei vari appuntamenti durante l’anno.

L’amministrazione rituale e ufficiale della Memoria ha portato con sé una retorica tendente alla formula vuota (“per non dimenticare!”, “perché non accada mai più!”) sostanzialmente antistorica, ma penso che il problema maggiore sia un altro. “Memoria collettiva” è un ossimoro coniato dal sociologo e filosofo Maurice Halbwachs, poi deportato e morto a Buchenwald, che si è diffuso lentamente a partire del secondo dopoguerra. Però gli preesiste l’esigenza di mettere a punto un racconto del passato significativo per una collettività, un racconto al quale attribuire un valore che lo avvicina alle narrazioni fondative di tipo mitologico. Quel tipo di racconto selettivo è per forza funzionale, ossia politico, e quindi soggetto a usi e abusi – la battaglia della Piana dei Merli per i nazionalisti serbi dell’Ottocento e per la pulizia etnica di Milosevic; l’impero romano per il fascismo, la Resistenza per l’Italia postbellica o il 1° maggio della rivolta del 1886 a Chicago per il Movimento operaio eccetera. Cosa sia un uso legittimo e cosa una manipolazione mistificatoria dipende a sua volta dal giudizio politico, ma un serbatoio comune di storia o di memoria resta a mio avviso indispensabile per il definirsi di qualsiasi soggetto collettivo.

Da questo punto di vista, “memoria collettiva” avrebbe il vantaggio di rendere più trasparente il filtro della scelta soggettiva sebbene il soggetto sia plurale. Il problema principale è che lo slittamento da storia a memoria collettiva ha coinciso con l’assunzione di uno statuto particolare della seconda: quest’ultima da un lato si presenta come esclusiva e inappellabile al pari di ogni memoria individuale, dall’altro cessa di doversi riscrivere e interrogare come prevede il lavoro incessante e infinito di ogni memoria viva. Così si giunge all’esito paradossale che solo la storia viene rivista di continuo (nel bene e anche nel male dei “revisionismi” interessati), mentre la memoria collettiva resta bloccata nella sua ambivalenza.  Memoria non più come processo ma come possesso. Memoria come bene di proprietà – l’album di famiglia accanto a ori e argenteria nella vecchia credenza. Che la sua codificazione paradigmatica si sia formata sulla Shoah, vale a dire un’esperienza di totale esproprio e annientamento dove era già miracoloso salvare qualche foto e gli ori rimanenti venivano barattati pro tempore per la nuda vita, è un esito perverso dovuto a una logica stringente.

La memoria come esercizio per tenere i morti in vita – prassi quasi insostenibile per il singolo sopravvissuto, impraticabile senza ritualizzazioni per un soggetto collettivo – si trasforma prima in surrogato che conserva traccia dell’irriducibile mancanza, e da lì si tramuta in pieno, forma cristallizzata da trattare simile a un oggetto sacro, un feticcio. Attraverso questa alchimia tragica, la Memoria con la maiuscola può proporsi come modello d’identità, parola-chiave anch’essa sconfinata non da molto da un’origine burocratico-giuridica: la Carta d’Identità, appunto. Quando scrissi Lezioni di tenebra volevo raccontare un doppio viaggio: uno reale in Polonia con mia madre e uno che ripercorreva la ricerca della mia memoria nella quale i brandelli di passato recuperati convivevano con le enormi zone di buio che non sarei mai arrivata a conoscere né a capire. Proprio per questo – pensavo allora e tutto sommato lo penso ancora oggi – era un’impresa in fondo illuministica che, con le dovute proporzioni, si collocava in continuità con lo sforzo titanico di Primo Levi (e di altri) di rappresentare con programmatica chiarezza l’inesperibile affinché diventasse conoscibile e afferrabile per gli altri. Ma con il passare degli anni scoprii che il mio libro veniva regolarmente recepito come tentativo di ritrovare le mie radici e la mia identità, quella per definizione “vera” o “autentica”, e in tale chiave di lettura non riuscivo a ritrovarmi. Uno degli aspetti della mia vita che non ho mai vissuto come molto problematico, era proprio il cognome risalente alle carte (d’identità) false di mio padre. L’uomo che avevo conosciuto e amato rimaneva lo stesso, con i suoi lati palesi e nascosti, e persino il silenzio sul suo passato mi rimandava a una sostanza più vera della scoperta postuma di qualche dato d’identità autentico. La “vera identità”, quella che “è per sempre” come il diamante dello slogan pubblicitario, per mia esperienza è una chimera.

Mi pare piuttosto evidente che il bisogno d’identità non nasca in primo luogo dalle esigenze di un numero più o meno grande di traumatizzati – vuoi singoli, vuoi collettivi. La reazione a un trauma è rimozione, oblio, evitamento: se per qualsiasi motivo quel meccanismo di difesa si sgretola, l’obiettivo ad alto rischio diventa riattingere il più possibile a una verità strappata alla violenza e alla morte. Tra la ricerca individuale compiuta in un percorso terapeutico e l’approccio con cui viene pubblicamente coltivata una memoria collettiva, c’è senza dubbio una grande differenza. Ma anche dove i singoli si prestano a farsi rappresentanti di qualsiasi “associazione delle vittime”, lo sforzo di contenimento del nucleo traumatico rimane un’esigenza. Non li muove il bisogno d’identità, ma quello assai più urgente di giustizia (nell’immaginario universale i morti senza giustizia si tramutano in fantasmi senza riposo): è un effetto secondario se l’identificazione con la causa finisce per conferire loro anche un ruolo in cui riconoscersi.

Sono gli altri, le persone “normali” mai venute a contatto con l’irruzione distruttiva della violenza a ricercare nell’identità un baluardo primario contro un sentimento crescente di insicurezza, impotenza, espropriazione, rabbia repressa, paura di “annientamento”. L’aspetto inquietante è la somiglianza di tale vissuto con quello di chi davvero è segnato da un trauma, aspetto senza il quale il massiccio investimento simbolico sulla Shoah, dove quelle minacce fantasmatiche erano più che reali, non avrebbe probabilmente avuto luogo. Esistono però –  semplificando – due modalità di proiezione: in una il soggetto si rispecchia tramite un’immedesimazione empatica che riconosce l’altro, mentre nella seconda quest’ultimo finisce per essere riassorbito ed esautorato. Tale dinamica appartiene tipicamente alla sfera del narcisismo, fenomeno indagato negli ultimi decenni come una “malattia sociale” correlata con le trasformazioni socio-economiche del mondo post-fordista. L’analogia tra il vissuto vittimistico di un “io minimo” e quello delle vittime reali scavalca sia una differenza originaria, sia un elemento distintivo per ogni relazione psichica: i narcisisti sono “incapaci di riconoscere e percepire i sentimenti degli altri” (voce dell’Enciclopedia Treccani), mentre non compare alcun richiamo a una carenza strutturale di empatia nella definizione dei sintomi del famoso PTSD (disturbo postraumatico da stress). Come il “più realista del re”, il vittimista è dunque più vittimista della vittima. Non finge, non fa apposta a servirsi di proiezioni grandiose su Grandi Traumi a puntello della propria identità pericolante, però finisce per strumentalizzare le vittime reali, anzi per espropriarle. Credo c’entri qualcosa con questo meccanismo se oggi pressoché qualsiasi commemorazione delle vittime (sarebbe il caso di chiamarla “celebrazione”) funge da dispositivo per neutralizzare i problemi – politici, socio-economici e etici – che si aggregano attorno al loro destino, così come in generale l’iperesposizione mediatica ha sostituito le antiche funzioni repressive di tabuizzazione e censura. Completa il quadro la facile osservazione di come il richiamo (vittimistico) all’identità coincida sempre più spesso con obiettivi politici aggressivo-difensivi, e di come quell’uso reazionario sia attualmente coronato da un successo in continua crescita. Vorrei partire da qui per provare a fare un salto in territori più concreti. Vorrei partire dalle ultime elezioni europee, dall’avanzata enorme di Front National, Ukip e degli altri partiti di estrema destra emersi pressoché in tutti gli Stati-membro, dal disastro dell’Ungheria, dal consolidarsi in Grecia (al tempo stesso unico paese dove si è attestata una sinistra alternativa maggioritaria) del voto neonazista per Alba Dorata.

L’Italia, lo sappiamo, rappresenta un caso atipico, ma forse neanche troppo. Dopo aver scontato – per fortuna – gli scandali intorno a Bossi e pagato forse anche il difetto di essere un partito sì razzista e identitario ma solo “padano”, la Lega di Matteo Salvini è comunque rimontata non di poco. Il Movimento 5 Stelle, visto dal basso di chi lo vota e di chi vi aderisce (non solo sul blog) è una galassia assai più complicata, ma ci ha pensato Grillo a semplificare le cose quanto basta; alleandosi con Farage, il padrone (o i padroni) del vascello “né di destra né di sinistra” ha semplicemente confermato una linea di fondo: tenere il timone a destra su alcune questioni-chiave, questioni identitarie, appunto, come il rifiuto di favorire la naturalizzazione dei figli d’immigrati nati in Italia. Come si è arrivati alla spartizione dell’Europa tra una destra reazionaria e identitaria e una destra “europeista” liberale declinata in tante sfumature di grigio (alcune un po’ rosate) di osservanza spesso più ortodossa, e ottusa, del Fmi? La crisi, certo. La crisi economica che si è abbattuta su gran parte del continente inverando i sentimenti individuali di insicurezza, impotenza, espropriazione, minaccia d’annientamento eccetera, nelle ricadute collettive di un repentino impoverimento, perdita del lavoro o della casa, e nella paura di essere scartati come “esuberi” di larghe fasce sociali meno protette ancora in grado di mantenersi a galla. Il “narcisismo di massa” sembra aver funzionato quasi come una profezia autoavverante: l’“io minimo” rimane solo come un topolino davanti al serpente materializzato dalla zona dei fantasmi che si prepara a divorarlo. Ho l’impressione che si sia compiuto un ciclo e che questo consenta, se non altro, di storicizzare l’evoluzione degli ultimi decenni (ma forse si può partire anche da prima) con una lucidità che prima non si dava.

La formula più fortunata per definire la condizione preesistente è senza dubbio la “modernità liquida” che risale a un saggio di Bauman del 2000, però i testi sociologici che descrissero per primi gli effetti della trasformazione economica, sociale, culturale e ideologica sugli abitanti dell’Occidente avanzato datano a molti anni prima: La cultura del narcisismo di Christopher Lasch è del 1979, L’io minimo del 1984; Il declino dell’uomo pubblico di Richard Sennett del 1977, Autorità del 1980. Il suo saggio più letto, L’uomo flessibile del 1998, nasce da una sintesi dei già battuti filoni di indagine – da un lato il lavoro su campo circa le condizioni di vita dei lavoratori, dall’altro la riflessione più astratta sul mutamento “antropologico” (la vicinanza con i testi sopra nominati risulta più palese nel titolo originale The Corrosion of Character). Credo sia una spia indicativa che quei libri siano usciti in Italia con ritardo – il primo dopo cinque anni, il secondo addirittura dopo ventisei! – mentre La cultura del narcisismo rimane attualmente fuori catalogo.

Da noi i due autori erano in odore di essere dei critici conservatori – se non reazionari – di una cultura progressista e libertaria, ma credo che per quella ricezione fosse determinante il sentimento che le loro analisi condotte sulla società americana c’entrassero assai poco con l’Italia: qui era forte il Pci e il sindacato, gli studenti del Movimento extraparlamentare marciavano accanto agli operai delle grandi fabbriche. Qui la Guerra fredda aveva prodotto trame eversive, “stragi di Stato”, la reazione del terrorismo rosso e le sue zone grigie. Ma nel 1984, anno di uscita di L’io minimo, morì Enrico Berlinguer e quello dopo passò il referendum voluto da Craxi sull’abrogazione della scala mobile.  In pratica, ci siamo accorti pressappoco solo a giochi fatti che nella nostra anomalissima Italia – anomala a maggior ragione nel ventennio berlusconiano – stava accadendo la stessa “mutazione antropologica” che in America; e questo nonostante i celebri strali di Pasolini. Forse perché proprio lui stentava a cogliere che la trasformazione non avveniva solo in una società e cultura contadina che assorbiva i modelli dominanti, ma continuava a agire radicalmente anche sulle strutture della potenza coloniale.

Oggi, in ogni caso, ci ritroviamo sia con “l’io minimo” sia con il minimo – nemmeno più sindacale – di prospettive, diritti e garanzie sociali. Chi è più colpito reagisce quasi sempre con scelte politiche più o meno difensive e identitarie, ma che comunque non mettono mai in discussione che il rimedio vada trovato grazie alla maggiore autonomia della singola entità statale: entità che – ancora una volta – si configura a immagine e somiglianza dell’individuo autonomo, quello capace di farsi “imprenditore di se stesso” – cosa particolarmente visibile nel caso atipico dell’Italia, dove una forte propensione all’individualismo (anabolizzata al massimo nell’era Berlusconi) si accompagna a un debole nazionalismo e scarso senso dello Stato. Ricondurre queste evoluzioni alla loro storicità non basta per tentare di scardinarle o produrre un cambiamento di direzione.

Ma non mi pare un caso che molti scrittori abbiano sentito l’esigenza di occuparsi degli ultimi decenni: scoprire cosa succedeva all’ombra del “tunnel del  divertimento” (evoco per esempio il lavoro di Nicola Lagioia con le parole del suo conterraneo Caparezza); mappare l’invisibile mondo operaio scomparso o in via di estinzione (Angelo Ferracuti ma anche Giancarlo Liviano D’Arcangelo); persino lanciare attraverso un romanzo – La gemella H di Giorgio Falco – la sconcertante ipotesi di un continuum della società di massa e dei consumi riconducibile al fascismo e al nazismo. Negli anni successivi a Lezioni di tenebra ho anch’io avvertito il bisogno sempre più chiaro di passare dalla Memoria alla Storia. La storia – inclusa quella accaduta ieri l’altro – non può mai essere soltanto mia, mi vincola alla verifica di dati e fatti, mi costringe a essere consapevole delle mie congetture e interpretazioni. In una prospettiva storica, le vite degli altri non possono mai essere del tutto assoggettate alla soggettività del mio sguardo. Mi devo sporgere verso di essi, cercare di scoprirli e comprenderli in un contesto preciso, interrogarli con rispetto e attenzione anche mentre li creo o ricreo sulla pagina. Ho sempre pensato che questo atteggiamento di “poetica” nascesse dalla mia scarsa fiducia nel saper inventare di sana pianta storie e personaggi, ma ora – anche attraverso gli interventi già pubblicati – mi rendo conto che si tratta di un atteggiamento condiviso. Benedetta Tobagi ha definito con molta chiarezza come per lei si presenta la questione, rimandando, tra l’altro, alla maestria di Javier Cercas. In molti paesi gli scrittori hanno reagito alla percezione che il romanzo di finzione abbia perso la sua presa – forse non tanto sulla realtà quanto piuttosto rispetto al patto di sospensione dell’incredulità richiesto ai lettori – puntellando il racconto dell’esibizione o dei precisi rimandi a pezze d’appoggio documentali. Ma credo che in Italia l’affidamento alla nonfiction o più in generale alla non-finzionalità del soggetto narrativo sia stato avvertito come esigenza particolarmente forte, capace di generare esiti molto differenziati. La storia recente dell’Italia – lo sappiamo – somiglia a un brutto thriller fantapolitico o a un romanzo postmoderno complottista, mentre il presente e il passato molto prossimo appare in stallo, sfarinato, atomizzato.

Come dice Davide Orecchio: abbiamo sentito il bisogno di prendere una rincorsa lunga (anche molto lunga come nel caso dei romanzi di Wu Ming e Valerio Evangelisti) per trovare negli interstizi dei what went wrong? (ai quali rimanda Vittorio Giacopini) i trampolini di salto con cui superare l’apparente immobilità della nostra attuale condizione. Per questo la dimensione politica è implicita e spesso esplicita in moltissime delle opere narrative d’impronta storica degli ultimi anni. Ho provato a imboccare questa strada con Le rondini di Montecassino, meravigliandomi parecchio di quante vicende rimosse o poco illuminate mi aveva rivelato lo studio della Seconda guerra mondiale. Mi sono così trovata a scrivere una narrazione “dalla parte dei perdenti tra i vincitori”, un’altra storia di promesse tradite e what went wrong – per l’Italia, l’Europa, il mondo postcoloniale – che diventavano però visibili solamente prolungando lo sguardo fino ai tempi nostri: anzi usando un piano temporale molto vicino per guardare indietro sino al 1944.  Però l’aspetto per me più importante è stata la scelta di porre sullo stesso piano storie inventate e modalità narrative memorialistiche e testimoniali: la mia storia, la mia memoria, la mia origine e appartenenza – tutte quelle cose invocate come “identità autentica” – dovevano valere esattamente quanto quelle di un ragazzo maori e di due amici appena maggiorenni –  l’uno di famiglia indiana, l’altro italo-polacco – i tre giovani protagonisti di una parte della narrazione per cui non potevo rinvenire materiale nella mia memoria.

Per questo, leggendo Una stella incoronata di buio, ho provato uno slancio di riconoscimento –in tutti i possibili significati – verso Benedetta Tobagi e la sua scelta di calarsi, con altrettanta empatia e invenzione che fatica e rigore storiografico, in una porzione di storia che non era riconducibile al suo vissuto di vittima del terrorismo rosso: vedere solo la propria parte non bastava per capire sino in fondo – come le ha insegnato Manlio Milani. La stagione che si apre con la bomba di Piazza Fontana rappresenta anzi un caso estremo in cui la parcellizzazione di memorie, testimonianze, giustificazioni e omissioni (in primo luogo di Stato) unita alla rimozione traumatica, rischia di occultare la verità storica, unica dimensione in cui ogni singola vicenda può trovare il proprio non strumentabile significato. Il suo libro, però, mi pare anche un esempio particolarmente emblematico di un atteggiamento ricorrente: un desiderio di farsi carico delle storie degli altri, delle loro sofferenze e speranze, delle loro lotte e dei loro lutti, di momenti di felicità e intermittenti “stati di grazia”. Non è determinante l’opzione tra fiction e non-fiction o la pluralità ancora più vasta delle scelte stilistiche, ma la postura di chi, entro la propria soggettività, compie un gesto adottivo nei confronti di certe vite a rischio – come direbbe Davide Orecchio – di fossilizzazione a uno scheletro estraneo o di oblio puro e semplice.

Qui si esprime un’urgenza e domanda etica (lo si coglie distintamente anche nei romanzi di Giorgio Fontana), qualcosa che in letteratura può comportare esiti non sempre positivi: ma il suo misurarsi stretto sulle storie della Storia e in particolar modo quelle minori, le conferisce quell’ancoraggio dialettico e concreto che tende invece a farle bene.  Qualche anno fa Goffredo Fofi aveva espresso una certa perplessità sulla tendenza della recente narrativa italiana a ripiegare sempre più spesso nel passato. Pensai già allora alle esperienze che mi avevano insegnato quanto non sia per niente facile raccontare storie del presente. Mi riferisco in particolare alla parte delle Rondini che vede protagonisti i due ragazzi appostati sulle soglie del cimitero militare polacco di Montecassino. Forse è vero, come alcuni hanno osservato, che è meno convincente rispetto alla rievocazione delle macine e macerie della Grande Storia. Però per certi versi è stata la più difficile da mettere a fuoco: immaginare due diciottenni cresciuti in condizioni agiate che non si sentono più in continuità con quell’eredità e in generale con la storia del Novecento. Edoardo Bielinski finisce dinnanzi a quei gloriosi sepolcri per una vicenda senza gloria accaduta in un tempo che sconfina nel presente: si mette alla ricerca dei braccianti polacchi schiavizzati nel Tavoliere e poi scomparsi. È la materia del filone d’inchiesta di Uomini e caporali, il cui utilizzo nel mio romanzo segna anche un intreccio intertestuale (tra fiction e non-fiction, per altro), con Alessandro Leogrande che fa addirittura capolino come personaggio seppur soltanto come piccolo deus ex machina intravvisto su un teleschermo.

Avevo, in ogni caso, bisogno del suo aiuto per far rientrare la Storia cacciata dalla porta con la maiuscola dalla finestra di un’attualità non pretestuosa, già approfondita da uno sguardo che ne esplora la dimensione storica. Riconosco il rischio che la storia diventi – se non setting con il fascino dell’antiquariato o del vintage – almeno un utile riparo dal blob della contemporaneità vischiosa e sfuggente.  Riconosco anche il rischio che rinarrandola possa comporsi in un quadro – o in un affresco – troppo cromaticamente armonizzato e semplice; e quindi incline a quell’effetto-fiction che copre ogni crepa e interstizio con lo stucco anziché metterli a nudo. Però la dimensione storica può significare qualcosa di diverso dalla garanzia di una materia dominabile, come mostra questa lunga serie di interventi. Non è la storia in sé quanto la coscienza storica a opporre resistenza a quella condizione “liquida” che nell’orizzontalità del nostro mondo sempre connesso sta allagando le altre modalità di esperienza cognitiva. Ricordare com’erano gli uomini e le donne di oltre mezzo secolo o qualche decennio addietro, forse significa anche proiettare delle diverse possibilità di esistere sul nostro futuro. A rimuovere le macerie dei rimossi storici siamo partiti alla spicciolata, ciascuno dal suo punto di partenza. Non c’è stato nessun programma o manifesto, nessuna volontà o consapevolezza di “fare tendenza”. Nel caso mio, è bastato pubblicare le Rondini a ridosso di Accanto alla tigre per imbattermi nella piacevole sorpresa di ritrovarmi in diversi incontri accanto a Lorenzo Pavolini, coincidenza che rendeva molto più interessanti e complete le domande veicolate verso il pubblico. Infine non occorre scomodare Walter Benjamin e il suo Angelo della Storia per provare uno stupore esilarante di fronte all’evidenza che in tanti ci stiamo allenando al salto in lungo – ritrovandoci così in qualcosa di anacronistico: come compagni. (Oltre che con le opere saggistiche e narrative nominate, questo testo intrattiene un dialogo con i due ultimi libri di Daniele Giglioli, Critica della vittima e in particolare Senza trauma.)

Commenti
9 Commenti a “What went wrong? (di Helena Janeczek)”
  1. Emanuele scrive:

    Ho letto tutto l’articolo e riletto più volte alcuni passaggi ma ho capito ben poco. Oltre le preziosi indicazioni dell’autrice non sono riuscito a capire in che senso ‘la storia del paese può aver fatto da ispirazione per i propri libri’. La scrittura è pesantissima con passaggi, a mio modesto parere, tradotti forse dal tedesco o estrapolati da altri articoli o saggi e piazzati a mo’ di gelato per la pubblicazione in questione.

    Un periodare faticoso che lascia un vuoto piuttosto frustrante alla fine della lettura.
    È successo solo a me?

    Grazie per un riscontro dagli altri lettori

  2. Carlotta scrive:

    Caro Emanuele,
    non mi sembra pesante, ma solo complessa. In questo mi sembra risiedere la sua preziosità.
    Quando parla dei vittimisti più realisti del re (cioè più vittime delle vittime reali) così come del fatto che il richiamo indentitario degli io minimi minacciati dalla crisi che si aggrappano alla mitologia altrui (ancora: quella delle vittime) genera tanta xenofobia contemporanea, dice cose importanti sull’oggi.

    Il fatto è che la Janeczek è una scrittrice di prim’ordine, non una giornalista dalla penna sciolta. Leggi lentamente, con pazienza, vedrai che ti si spalancheranno forse cose e significati per i quali sarai grato alla scrittura dell’autrice.

    Questo almeno è il mio disinteressato consiglio. Saluti.

  3. dr. Gonzo scrive:

    Un pistolone di dimensioni colossali che andrebbe portato nelle scuole per insegnare ai ragazzi cosa evitare per non massacrare il malcapitato lettore. Saluti.

  4. davide calzolari scrive:

    quoto emanuele

    ad esempio,che vorrebbe dire:

    “per provare uno stupore esilarante di fronte all’evidenza che in tanti ci stiamo allenando al salto in lungo – ritrovandoci così in qualcosa di anacronistico: come compagni”

    Davvero non capisco

  5. davide calzolari scrive:

    e poi,ancora:

    “Riconosco anche il rischio che rinarrandola possa comporsi in un quadro – o in un affresco – troppo cromaticamente armonizzato e semplice; e quindi incline a quell’effetto-fiction che copre ogni crepa e interstizio con lo stucco anziché metterli a nudo”

    ancora sto vecchio mito della dolorosità? no ve prego!

  6. Franco Craveri scrive:

    Il fatto che persone mediamente alfabetizzate (altrimenti sarebbero scrittori anche loro, o veri intellettuali) non riescano nemmeno a capire cosa c’è scritto in questo pezzo così interessante spiega perché siamo il paese in cui si legge Moccia e un’Agota Kristof o un Hans Fallada invece no.

    Masse plebee senza speranza, morirete come siete vissute, piene di astio e anonime.

  7. RobySan scrive:

    “Masse plebee senza speranza, morirete come siete vissute, piene di astio e anonime.”

    E pure di: adenomi, bile, catarro, debiti[1], edemi e/o emorroidi, foruncoli, gastriti, herpes, infiammazioni, jabberwockysmo, kakanialite, laringiti, meningiti, neoplasie, orchiti, polmonite, quashquaquaz[2], ragadi, sinusiti, tendiniti, uropirìa[3], varicocele, wwwstosi, xdominanza, ymcastasi, zeugmofobia[4].

    [1]: è una patologia diffusa nel mondo occidentale.
    [2]: è simile alla “maledizione di Montezuma” e si contrae in seguito a un morso di quetzalcoatl (ai testicoli).
    [3]: è quando vi sembra di pisciare benzina super, stando seduti su una stufa (accesa).
    [4]: è tremenda, indescrivibile. Peggio del singhiozzo!

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