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William Turner a Roma: l’occhio emotivo di uno scienziato mistico

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di Chiara Babuin

L’importanza di William Turner (1775-1851) nella Storia dell’Arte è assai rilevante: impressionista prima degli impressionisti, legittimatore dell’acquerello tra le tecniche nobili di pittura; espressione in arte di quel Romanticismo filosofico che ha visto nel pensiero di Burke, Schelling e, per certi aspetti, Schopenhauer i suoi sommi rappresentanti, senza però dimenticare le incrollabili fondamenta del sistema filosofico kantiano.

Turner incarna lo scienziato mistico, l’illuminista che non rinnega il sentimento, l’artista spirituale che utilizza la Scienza, non come gabbia sistemica, ma come porta d’accesso per l’Altrove.
Il suo percorso come artista (ma anche come uomo) è una sublimazione del decondizionamento culturale: “Il mio compito è disegnare quello che vedo, non quel che so”, diceva di sé stesso.

Incoraggiato dal padre, Turner compie sin da giovane gli studi alla prestigiosa Royal Academy, dove viene folgorato dal sistema prospettico: impressionante come un’invenzione matematica abbia potuto permettere all’uomo di rappresentare così perfettamente la natura della visione. Da subito, nel giovane londinese sboccia un sentimento di unione tra scienza e spontaneità della percezione. Sentimento che poi elaborerà ai massimi livelli per tutto il resto della sua vita.

Essendo stato battezzato col fuoco della prospettiva, i suoi primi lavori sono proprio in collaborazione con architetti, i quali avevano bisogno di un bravo disegnatore per dare al cliente l’idea del progetto finito: c’era bisogno di inserire l’edificio da costruire in un contesto, quindi di creare il paesaggio e di presentarlo nel migliore dei modi, attraverso un sapiente uso di ombre, luci e colori: siamo agli inizi del marketing. È grazie a queste commissioni che Turner comincia a viaggiare per le campagne dell’Inghilterra, dove i ricchi ristrutturavano o costruivano le loro residenze rurali. Nato in una Londra in pieno sviluppo industriale, l’impatto con la dimensione del viaggio e con la Natura è devastante: la visione delle variazioni climatiche e il loro influsso sulla luce e sulle superfici naturali lo rendono cosciente della magnificenza del creato.

Infaticabile osservatore (in senso leonardesco), studia l’ambiente naturale tramite il disegno e presto si accorge che per rendere al meglio la repentina cangianza della Natura deve usare una tecnica che gli permetta la velocità del gesto e dell’impressione: l’acquerello.

Come tutti i grandi artisti, Tuner usa una determinata tecnica in maniera funzionale, ovvero come strumento del proprio pensiero artistico, del proprio immaginario, del proprio sentimento cognitivo: la poetica, che per il pittore inglese coincide principalmente con il concetto di Sublime kantiano (“La sublimità non risiede dunque in nessuna cosa della natura, ma soltanto nel nostro animo”). In questo senso, William Turner è impressionista prima degli impressionisti (Monet infatti fu folgorato dalla sua arte, quando, un secolo dopo, ebbe l’opportunità di vedere i suoi acquerelli), senza però ricorrere al mezzo fotografico che registrava un certo evento, per aiutare poi l’artista a riprodurlo. Turner era una macchina fotografica umana: impressiona luci, ambienti e colori en plein air direttamente nella sua corteccia cerebrale, per poi farli emergere nel suo atelier, con il solo uso della memoria.

La mostra Turner – Opere della Tate è emblematica nel mostrare il processo lavorativo e di studio (andavano sempre di pari passo) del pittore londinese: se inizialmente si avvaleva del disegno per fissare la “struttura” di un paesaggio, nell’età matura utilizza delle chiazze di colore, come fondamenta di costruzione del dipinto, anche se è ben cosciente che “ogni punto, ogni linea è tratto dai molti che appartengono all’edificio della natura, un edificio troppo grande per l’intelletto umano per misurarne l’altezza e la profondità, l’universo e l’infinito”.

Determinante in questo processo è stata la lettura de La Teoria dei Colori di un altro gigante ancipite, classico-romantico (in realtà, inclassificabile), Johann Wolfgang Goethe, dove la relazione tra colore e stato d’animo viene ampiamente trattata con rigore e metodo scientifico, non sacrificando però la componente emozionale e spirituale che la visione/immagine ha sull’uomo: “l’esperienza insegna che ogni singolo colore dona un particolare stato d’animo”, scrive Goethe. Nello specifico, Turner viene colpito dalle teorie del tedesco sul giallo, “Il colore più prossimo alla luce”, il quale “allo stato di massima purezza […] contiene sempre in sé la natura del chiaro, e possiede, una qualità dolcemente stimolante, di serenità e gaiezza”.

Turner usa il colore proprio come strumento della trascendenza: “La luce è dunque colore”, afferma. Chi lo ha visto all’opera, lo descrive come posseduto da una folle frenesia, anche se il risultato di tale foga non tradiva precipitazione alcuna nel segno. Turner mentre dipinge è come in estasi mistica: rappresentando gli infiniti scenari che la Natura può offrire, tutto il suo essere tende alla luce che gli permette la visione: l’origine stessa della percezione visiva. È il pittore dell’effimero, considerato come espressione divina. E a quell’essenza l’animo di Turner tende, assieme alla sua arte.

John Ruskin, suo grande estimatore nonché esecutore testamentario, scrisse a riguardo di questa inclinazione: “…chiunque sia stato un grande artista, divenne tale dipingendo la verità, così come essa appare alla mente di ogni uomo, non nel modo in cui qualcuno aveva insegnato a vederla, ma come gli aveva insegnato quel Dio che era stato creatore tanto per lui quanto per la verità stessa”. Questo e molto altro è William Turner.

Peccato che la mostra al Chiostro del Bramante di Roma non lo riesca a far comprendere. Nonostante del materiale per la stampa e un catalogo assai cospicuo e competente, redatto dallo stesso curatore della mostra e grande esperto di Turner, David Blayney Brown, la guida e i pannelli informativi presenti nella rassegna risultano essere talmente esigui, ripetitivi e didascalici che non riescono a dare la ragguardevole importanza dell’artista inglese agli ignari fruitori: incredibilmente, non vengono fornite le coordinate storico-filosofiche, non si dà un quadro del Romanticismo, né delle sue figure di riferimento, come se queste dritte non fossero necessarie a cogliere il senso e l’importanza dell’arte del pittore.
Una volta in più, purtroppo, un’altra bella mostra trova a Roma l’ennesima svalutazione, proprio per il modo non appropriato di comunicare l’Arte. Un vero peccato.

Tuttavia, catalogo alla mano, Turner – opere della Tate rimane in mostra al Chiostro del Bramante fino al 26 agosto 2018: con la guida giusta è veramente una rassegna con un notevole discorso artistico alle spalle ed eccezionali vette di sublimità per gli occhi.

Commenti
6 Commenti a “William Turner a Roma: l’occhio emotivo di uno scienziato mistico”
  1. Elena Grammann scrive:

    Certo che a Goethe del “gigante acipite” non glielo aveva mai dato nessuno.

  2. Pinin scrive:

    gigante acipite resterà negli anni e nei secoli delle stocihe scempiaggine di questa amabile pagine che riesce sempre a metterci di buon umore

  3. Chiara Babuin scrive:

    Sì, perché non esiste. Refuso (era ovviamente “aNcipite”).
    La ringrazio per la segnalazione.
    Faccio correggere quanto prima.

  4. Pinin scrive:

    Mi scuso per i refusi…ma è tosto leggere e non “muorire” allo stesso tempo.
    Mi verrebbe da chiedervi, dove li trovate? Però sarebbe maleducato.

  5. minima&moralia scrive:

    si trattava ovviamente di un refuso, ma siamo lieti di aver contribuito al buonumore di chicchessia :)

  6. Daniele scrive:

    Allegare un aggettivo ad un simile gigante è sempre temerario: basti pensare a il … Mozart, riempire i puntini. Ma chiunque abbia letto almeno il Faust non troverà assurdo chiamare l’Olimpico ‘ancipite’, o ‘bicipite’, come l’aquila imperiale bizantina. Una ricchezza che porta con sé una facile ineffabilità e un umanissimo tentativo di moltiplicare gli epiteti, come con gli dei: come l’altra grande aquila assisa tra i due secoli, Napoleone. Poi, certo, Allah (che Goethe un po’ venerava, ma alla spinozista) ne sa di più. Grazie.

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