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Woodstock senza ritorno. Herlihy e la stagione della strega

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Siamo i primi figli della più bella stagione che avremmo potuto vivere, gli eredi nostalgici di un passato appena trascorso, sognato e immaginato come quando si guarda al futuro: Un passato accaduto alle nostre spalle che dovremmo ringraziare e mantenere un poco in vita senza sperperarlo, molti dei privilegi che appartengono al nostro tempo ci arrivano per gentile concessione di ciò che è capitato tra la seconda metà degli anni sessanta e buona parte degli anni settanta. Se per qualche istante ci siamo sentiti liberi è grazie a qualcuno che ha vissuto quei giorni. Siamo debitori di ogni cosa, dei jeans stinti che abbiamo indossato, delle barbe incolte, dei capelli lunghi, delle giacche consumate, del sesso libero (aspetto al quale abbiamo rinunciato alla velocità della luce in nome di qualche tipo di morale), delle canne che abbiamo fumato, di tanta musica meravigliosa che ancora ascoltiamo.

Siamo debitori, siamo figli non degni della controcultura, di ciò che avvenne in America in quegli anni, proviamo (o dovremmo provare) un’invidia pazzesca per Woodstock – di cui quest’anno ricorre il cinquantenario -; saremmo stati forse migliori se un assolo di Jimi Hendrix si fosse realizzato davanti ai nostri occhi. È successa ogni cosa allora, o almeno nell’aria c’era il desiderio di fare succedere le cose, di farle cambiarle, di metterne in circolo di nuove. Si amava chiunque e di chiunque ci si dimenticava, si sbagliava e si imparava. Si cresceva alla velocità della luce, si scappava di casa, si dormiva per strada. Era New York, erano gli anni del Vietnam, si faceva l’amore sui tetti, si immaginava la rivoluzione. Ciò che abbiamo perso e poi sprecato nascendo dopo ci viene raccontato di nuovo e meravigliosamente ne La stagione della strega di James Leo Herlihy (Centauria 2019, trad. di Massimo Gardella).

A day in the Life ci ribaltò completamente, così ascoltammo di nuovo l’album dall’inizio. Per me era un trip di gioia pura, persino nelle parti più tristi. Ecco perché i Beatles sono geniali. Trasmettono l’idea che il mondo sia davvero un casino spaventoso, ma alla fine andrà tutto bene perché siamo tutti meravigliosi. Basta restare un po’ fatti, è il loro messaggio, e poco alla volta il mondo tornerà a presentarsi come nuovo. E ci puoi credere perché è palesemente vero.”

Si tratta del terzo romanzo dello scrittore del Michigan, dopo E il vento disperse la nebbia (da poco pubblicato sempre da Centauria) e del celeberrimo Un uomo da marciapiede, dal quale fu tratto il film che abbiamo molto amato, vincitore di tre premi Oscar, con John Voight e Dustin Hoffmann. Herlihy è stato anche un eccellente drammaturgo e un grande personaggio della controcultura americana. Omossessuale dichiarato, osservatore dalla mente apertissima che ha saputo raccontare i vagabondi, i disadattati, gli emarginati, i sognatori, i disillusi. Ha colto soprattutto gli enormi cambiamenti – come direbbe Paley – all’ultimo minuto che il mondo stava vivendo e li ha narrati attraverso gli occhi di chi ci si muoveva dentro, più di tutti e più velocemente: i ragazzi.

Siamo nel 1969, la protagonista e voce narrante di questo romanzo è Gloria, la nostra strega è lei. Così si farà chiamare giocando con il cognome del suo vero padre, un professore di storia di origine polacca che non ha mai conosciuto. Parte da Belle Woods nel Michigan alla volta di New York, ha appena sedici anni e non ho mai trovato un personaggio così vicino alla definizione figlia dei fiori quanto lei o il suo amico John, omosessuale che con la fuga vuole salvarsi dall’arruolamento nell’esercito.

Sono entrambi brillanti e ingenui, pieni di paura e di propensione alla gioia. Si vogliono profondamente bene, si sostengono e si incoraggiano, sono pronti agli incontri con gli altri, alla condivisione, vengono dall’ascolto ripetuto degli album dei Beatles. Hanno un sacco di futuro davanti, un futuro meraviglioso.

“Quando sono intera mi sento sacra. Sentirmi intera mi guarisce. La guarigione è l’interezza e l’interezza è sacra. Wow”

New York è importante, è la città dove tutto accade, la città infinita, quella che non dorme mai. A New York c’è il padre di Gloria ed è un’ottima tappa interlocutoria anche per John, per vivere in clandestinità prima di fuggire definitivamente in Canada. A New York è facile sparire, si dicono i due amici, salgono su un bus e partono.

Gloria scrive un diario che somiglia a un romanzo. Fissa sulla carta – ed è quello il modo in cui Herlihy la fa arrivare ai lettori – tutto ciò che accade, ogni incontro, ogni descrizione, ogni gioia, azione, delusione, riflessione. Con lei e John incontreremo personaggi bizzarri, splendidi. Si faranno affascinare e abbindolare da spacciatori eleganti, da seduttori in camicie sgargianti. Gloria in uno dei primi e più importanti degli incontri si incuriosirà di una donna che si prostituisce, ma la sua ingenuità è quasi stupida e la reazione della prostituta quasi rabbiosa la riporta sulla terra.

C’è un controcanto continuo nelle pagine che scrive Gloria, e qui sta la grande bravura dell’autore. La freschezza dello sguardo della ragazzina è sempre bilanciata da una successiva riflessione quasi adulta; come se dopo ogni avvenimento, Gloria si guardasse da fuori e si ponesse delle serie domande su ciò che è appena accaduto, sull’interpretazione del fatto e del suo modo di agire. La voglia di amare e di fondersi all’altro è sempre seguita da ragionamento; così che nel libro entri bene tutto quel che accadeva in quei giorni, dalla musica alla politica, dall’amore per gli altri alle riflessione sulla società americana; si legga il bellissimo monologo che una sera fa il padre di Gloria sulla sua storia personale di immigrato polacco, di come gli Stati Uniti lo abbiano salvato ma subito dopo gli abbiano preso l’anima. Un discorso di una lucidità e attualità impressionanti.

“Non puoi pensare la tua vita. Devi viverla… con tutto te stesso.”

John Leo Herlihy ci catapulta dentro quegli anni e al suo modo di scrivere che dobbiamo la profonda nostalgia che ci accompagna durante la lettura, se c’è un tempo da rimpiangere è quello. Hank (il padre di Strega) e Peter il leader della piccola comune in cui ragazzi vivono sono le voci che lo scrittore sceglie per sé – come giustamente nota anche Massimo Gardella (che ha tradotto benissimo questo romanzo) nella postfazione – attraverso i loro discorsi fa venire fuori il vero ritratto della società di quel tempo, la sua posizione critica. Gloria e John sono invece quello che forse lui è stato qualche anno prima, quello che ognuno di noi almeno per un po’ di tempo avrebbe voluto essere.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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