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Xi Jinping e Kim Jong-un, tra la Cina e la Corea del Nord

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di Simone Pieranni

Cosa può fare un uomo esperto e navigato che guida la Cina di oggi, e le cui scelte garantiscono la vita del regno del giovane Kim Jong-un, nel momento in cui quest’ultimo sembra prendere appuntamenti storici con chiunque, ma non con lui? Lo convoca a casa sua. E così ha fatto Xi Jinping.

E il giovane Kim Jong-un è andato, capendo che era giusto recarsi a Pechino, senza stare a fare troppe discussioni.  E questo incontro l’ha suggellato con le sue parole finite nei comunicati ufficiali: «È opportuno che il mio primo viaggio sia nella capitale della Cina ed è mia responsabilità continuare a considerare le relazioni tra la Corea del Nord e la Cina importanti al pari della vita». Paragoni impegnativi, ma comprensibili anche perché la vulgata, i «si dice», davano Xi e Kim lontani anche per una mera questione di antipatia. O forse Xi sentiva una mancanza di rispetto che pare colmata. Prima di addentrarci in questo mondo di diplomazia, di sicure indicazioni e mosse future, è bene raccontare anche il mistero all’interno del quale Cina e Corea del Nord hanno voluto sfumare questo momento storico. Lunedì in Cina è arrivato un treno dalla Corea del Nord. Un convoglio verde militare, lo stesso usato dal padre di Kim Jong-un, quel Kim Jong-il che dentro a uno di quei vagoni pare ci sia perfino morto. Poi abbiamo saputo di auto nere, dai vetri offuscati, a percorrere rapide quelle strade della capitale cinese che chi è stato in Cina conosce bene: ampie, che sembrano sempre asfaltate di fresco e lavate come ogni sera. Poliziotti ovunque, a segnalare che qualcosa di speciale era in corso, stava avvenendo.

Ci siamo chiesti se tutto questo bailamme fosse per Kim, e ci siamo risposti di sì, perché alcuni riti si conoscono, si percorrono da secoli e vengono elargiti, talvolta. Come l’usanza che vuole rivelare la presenza di un leader nordcoreano a Pechino, solo quando è tornato a Pyongyang. Così è stato in precedenza, così è stato questa volta. C’è un «prima», dunque, fatto di attesa, di mezze parole, come quelle della portavoce di Pechino: «a tempo debito vi diremo», ha raccontato ai giornalisti. Ed è apparso come un segnale evidente: allora Kim è in Cina. Non solo, perché nel «prima» non si poteva non cogliere un dettaglio dirimente: in Russia a breve andrà il ministro degli esteri nord coreano. Per quanto Kim sia a suo modo coraggioso, non era immaginabile un’umiliazione diplomatica per la Cina, mandando anche a Pechino un semplice funzionario. Xi Jinping ha invitato Kim a casa sua. E Kim doveva andare.

Poi c’è un «mentre», nel quale Kim e Xi Jinping, forse, hanno pensato al loro destino. Ci sono questi due uomini quindi, seduti uno di fronte all’altro. C’è uno di loro, quello giovane, al potere dal 2011: ha dovuto affrontare non pochi problemi; a soli 34 anni ha ereditato un paese che tutti definiscono «eremita». Ma non lo è affatto, anzi, è connesso in modo complicato con tutto il resto del mondo. La complessità del potere di Kim si è snodata, fin da subito, attraverso l’esigenza di ottenere il rispetto degli anziani nel nome di Confucio. Si dice che nessuno lo conosceva, che nessuno sapeva che faccia aveva, come parlava, come camminava, come teneva le mani durante i discorsi, quale fosse il suo passo nelle ispezioni fuori  dal suo quartier generale. Kim Jong-un – però – assomiglia molto al «Presidente Eterno», a suo nonno, il fondatore della dinastia Kim Il-sung. A risolvere i problemi ci ha pensato il marketing: Kim ha fatto mettere la sua foto ovunque, perché il popolo potesse cogliere la somiglianza con il nonno, ottenendo rispetto. Poi ha dovuto gestirsi il partito, il partito dei lavoratori nord coreano. Il padre governava e comandava, ma aveva elargito potere e favori per anni. Lui aveva solo debiti. Si è destreggiato, ha epurato persone, ne ha promosse altre: non si sa neanche bene come, ma è rimasto in sella al suo trono. Si è allora messo a pensare ad altro: a come garantire la continuità dinastica della stirpe dei Kim, dei padri della patria coreana, dei padri del juche, di questa economia che vive di Cina, di piccoli mercati illegali, di fatica e che intrallazza nella globalizzazione, quasi in disparte, come quei piccoli furfanti dei film western. Kim ha dovuto pensare all’unica arma che poteva garantirgli il potere, il nucleare.

In tutto questo, in soli sette anni, Kim Jong-un si è guadagnato il rispetto dei suoi e – per quanto possa sembrare strano – perfino del mondo intero. Mentre tutti i media – per lo più quelli nostrani – insistevano sulla sua follia, il suo cinismo e la sua abilità diplomatica lo hanno portato a compiere, mossa dopo mossa, un vero e proprio scacco alla comunità internazionale. Tanto che adesso è con lui che bisogna negoziare.

Nel «mentre» di fronte a lui c’è Xi Jinping. Lui è arrivato al potere dopo Kim, nel 2012, ma è tutta un’altra storia. Xi Jinping è diventato il numero uno al termine di una hollywoodiana lotta interna al partito comunista cinese (cose che fossero successe negli Usa sarebbero già diventate serie tv e film). Il suo rivale, o supposto tale, Bo Xilai era il segretario di Chongqing, la Gotham City cinese. Faceva cantare la canzoni rosse, mandava i giovani a rieducarsi, aveva tolto le pubblicità dai palinsesti televisivi. Era un «nuovo maoista». Xi lo ha schiacciato, sfruttando l’omicidio di un britannico, di cui ha accusato la moglie del rivale; ha fatto cadere uno a uno tutti gli alleati di Bo Xilai. Ora il «nuovo maoista» è in carcere, condannato all’ergastolo. Xi Jinping è l’uomo più potente della Cina: segretario del Pcc, presidente della Repubblica, capo delle forze armate. Grazie a una recente manovra politica ha fatto cancellare il limite dei mandati: se vuole può essere il capo a vita. Come poteva sopportare l’idea che il suo giovane amico nord coreano lo snobbasse? Non poteva. Si è detto, nel «prima» e perfino nel «mentre», che Xi Jinping non abbia grande interesse nella difesa della Corea del Nord. Ma Xi sa cosa sia il patriottisimo, sa quali corde fare vibrare. Xi Jinping ha dimostrato di sapere che esiste un momento per tratteggiare i contorni di un futuro da controllare, da puntellare con le proprie forze – mentali e fisiche – e un momento nel quale è necessario invocare forze storiche per legittimare un passaggio politico. Durante lo scorso congresso del partito, il diciannovesimo svoltosi a ottobre, aveva parlato tre ore e mezza sciorinando numeri e prospettive economiche e di global governance. Poi, una volta rinominato capo supremo, ha invece usato parole di fuoco, in grado di riscaldare quella nazione cinese che Xi Jinping vuole riportare ai fasti della sua storia.

E per commuovere i cuori cinesi basta fare riferimento all’unità e alla sovranità territoriale. Quel «mai più» che echeggia in Cina è proprio riferito alle umiliazioni patite nel recente passato dal paese: un momento umiliante, con il territorio cinese innaffiato prima di oppio e poi scalzato e rigirato tra le mani di potenze occidentali o nemici vicinissimi, come il Giappone. Quel «mai più» risuonava già nelle parole di Mao e non ha smesso di percuotere i discorsi dei leader cinesi: Deng Xiaoping, Jiang Zemin, Hu Jintao, perfino lui, il triste e grigio predecessore di Xi. Tutti i leader cinesi sanno bene come toccare le corde del patriottismo e del nazionalismo cinese. Xi Jinping, poi sembra saperlo meglio di tutti, lui ha costruito gran parte della sua popolarità su questo. E la Corea del Nord rappresenta un orpello ancora valido di questi sentimenti: i cinesi non vogliono gli americani, le loro basi miliari, i loro generali, le loro armi, vicino al territorio cinese. Punto.

Poi, rispetto a Kim Jong-un e Xi Jinping, c’è un «dopo». Le immagini raccontano di un appuntamento storico, rappresentato da quella grazia sinuosa che solo l’Asia può regalare. I due leader e le mogli che bevono tè, i due leader riuniti attorno a un tavolo a scambiarsi opinioni, con il giovane Kim Jong-un a prendere veloci appunti durante l’intervento di Xi. Il contrario, ovviamente, non è accaduto. In questa circostanza è cristallizzata la profondità di tradizioni, usi millenari e Confucio: il giovane che ascolta e anzi segna su un quaderno le parole dell’uomo più esperto. Una bella soddisfazione per Xi, il capo più potente della Cina e del mondo – Economist dixit – che forse si era sentito snobbato da quel millennialalla guida di una potenza piccola ma dotata del deterrente nucleare.

L’incontro pechinese riporta la Cina dove è giusto che sia, per i cinesi: al centro di ogni trama, in perenne fibrillazione cerebrale di fronte al complicato quadro asiatico. Xi Jinping deve aver voluto sondare di persona le intenzioni di Kim. In ballo non c’è solo la pace, c’è anche il prestigio, «la faccia», c’è un leader che ha sradicato gli ultimi limiti al proprio potere, chiedendo e ottenendo l’abolizione del limite al secondo mandato, e che deve ormai stare attento a ogni passo, segreto e pubblico. Allora, infine, cosa aspettarsi? Kim ha ribadito quanto aveva già detto: la Corea sarebbe pronta a bloccare la sua corsa nucleare, a un dialogo con tutte le parti, Moon Jae-in, Trump, Abe, chiunque. «Il tema della denuclearizzazione della penisola coreana può essere risolto, se Corea del Sud e Stati uniti risponderanno ai nostri sforzi di riconciliazione con buona volontà, creeranno un’atmosfera di pace e stabilità e adotteranno misure progressive e sincronizzate per la realizzazione della pace» ha detto Kim Jong-un. Dopo il via libera di Mosca, entrata in questa danza asiatica da tempo, si cominceranno a definire le agende: ieri intanto Seul ha fatto sapere di aver ricevuto i nomi della delegazione nord coreana per l’incontro con il presidente Moon Jae-in.

Scriviamoci le date: fine aprile – il 27 aprile – Kim Jong-un incontrerà Moon, entro fine maggio toccherà a Trump. A quel punto si capirà se esiste la possibilità di un compromesso, se esiste la chance che Cina e Usa si fronteggino, con in mezzo la Corea del Nord, in una delle aree che, nonostante l’eurocentrismo nostrano, sembra sempre più centrale per il futuro della comunità internazionale.

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