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XL Centrale Fies: At the Mercy of Nature

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di Giuseppina Borghese

Esiste una forma di distanziamento sociale, almeno negli intimi meandri dell’immaginario collettivo, molto seducente, per nulla restrittiva e avvilente come la realtà normativa con cui abbiamo convissuto negli ultimi mesi. È l’immagine di un luogo remoto dalla civiltà, un paesaggio naturale in cui la presenza umana si manifesta solo attraverso piccole, discrete testimonianze. Un rifugio lungo un percorso di montagna; una stazione di servizio lungo una strada nel deserto; un galleggiante segnaletico in una immensa distesa marina.

Qualcosa di molto prossimo a questa idea di igienica distanza dalla realtà metropolitana lo si può avvertire alla Centrale Fies di Dro, importante testimonianza di archeologia industriale del Trentino, riconvertita in un prezioso laboratorio artistico e centro teatrale grazie ai suoi fondatori Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi.

Un esempio di salvaguardia, recupero e reinvenzione di un bene collettivo e spazio adibito alla produzione di nuove forme di creatività, che oggi si conferma una delle realtà più solide e lungimiranti nel mondo delle arti performative contemporanee in Italia.

Anche quest’anno, nonostante le imprevedibili conseguenze della pandemia, la rassegna artistica curata da Barbara Boninsegna ha preso forma con l’avvio di XL, non un festival, ma piuttosto “un allenamento collettivo al pensiero, all’azione, all’adesso”, attraverso una rassegna che, dal 17 luglio all’8 agosto, si svolge ogni fine settimana e la cui programmazione è pensata per svilupparsi in progress fino a marzo 2021.

Ci sono alcuni elementi che, tra gli altri, contribuiscono all’aspetto indiscutibilmente affascinante di questa realtà, al di là della portata intellettuale dei singoli progetti artistici: tutto in questo luogo, dai corsi d’acqua alle case, è il riflesso della solennità delle montagne che ripide si riversano nella valle e la cui evidente presenza genera anche un pacificato rapporto uomo – natura. “La natura qui decide se possiamo andare in scena o no con uno spettacolo. Abbiamo imparato a convivere con questo, in fondo è la caratteristica di questo luogo, la sua bellezza” mi spiega Virginia Sommadossi, curatrice dell’identità visiva di Centrale Fies, quando arrivo e mi viene comunicato che lo spettacolo previsto è rinviato al giorno seguente per via di un temporale.

“Crediamo che ora sia importante –afferma Barbara Boninsegna – dedicare un tempo all’osservazione di questo presente più che mai sconosciuto e informe, e fare emergere domande grazie alle quali provare a immaginare altri modi di abitare gli spazi e incontrare i corpi. Il tempo che stiamo attraversando ci impone una nuova modalità di narrazione dei nostri progetti, che diventano i capitoli di un nuovo racconto tra il virtuale e il reale”.

Forse, oggi più che mai, nell’estrema vulnerabilità in cui ci siamo sorpresi a seguito di una pandemia, la vertigine del restare in balìa della Natura si impone come un tema tutt’altro che marginale.

Il senso tragico del rapporto eternamente conflittuale tra uomo e natura lo racconta meravigliosamente Filippo Andreatta, regista teatrale e curatore presso Centrale Fies, con l’installazione “19 luglio 1985 – una tragedia alpina”, una delicata e struggente rappresentazione della catastrofe avvenuta, per l’appunto nel luglio 1985, nel villaggio di Stava, quando circa 180.000 m³ di fango biancastro spazzarono via il villaggio a una velocità di 90 km orari. Andreatta, fondatore di OHT – Office for a Human Theatre, un progetto di ricerca al limite fra teatro e arti visive, allestisce una scena minimal, resa solenne dalla musica, il coro alpino che accompagna la narrazione e ricostruisce la storia momento per momento, fino al conto alla rovescia finale che ripercorre i sette minuti esatti in cui vennero rasi al suolo alberi, case, strade, esseri umani.

“Catastrofe è una parola legata alla tragedia greca. Indica l’inversione della storia, l’evento che dissolve la trama e porta alla catarsi. Nel 19 luglio 1985 non vi è catarsi perché la catastrofe è letterale. È l’inversione del fango biancastro dai bacini di decantazione: “la metafora non è una figura retorica, ma un’immagine sostitutiva che si presenta concretamente, invece di un concetto” per usare nuovamente le parole di Nietzsche. La concretezza di questa immagine è il vuoto lasciato dalla valanga che ha spazzato via tutto. Di fronte a questo vuoto, a questa catastrofe, l’unica possibilità è quella di usare il coro perché dalla tragedia greca l’apparizione del coro corrisponde a una dichiarazione di guerra al naturalismo nell’arte”.

Di questo lavoro, oltre alla potenza evocativa dei suoni, delle immagini e degli odori, resta soprattutto il pregiato focus sul tema ambientale, che viene raccontato con uno sguardo intellettuale e non esclusivamente politico; un monito semplice ma deciso, che mostra in assoluta chiarezza come intervenire su un ecosistema significhi irrimediabilmente danneggiarlo, ma, soprattutto, significhi determinarne nuovi equilibri che spesso hanno conseguenze fatali sugli uomini.

Di politica e paesaggio si è parlato anche in “Forests | Unlearning”, progetto di Mali Weil, un’esperienza di sogno politico che esplora l’immaginario sotteso alla parola Foreste. Attraverso una narrazione frammentaria, che unisce al linguaggio performativo il design e la narrazione in audio trasmessa direttamente sui cellulari del pubblico, Mali Weil porta gli spettatori ad addentrarsi nello spazio concettuale della foresta, riconoscendo in essa il luogo fisico, storico, narrativo che ha plasmato il nostro linguaggio giuridico e che più di altri oggi mette in questione il concetto di cittadinanza. Accanto alla profondità dei testi e alla bellezza del paesaggio in cui ci si ritrova ad ascoltare/assistere alla performance, ciò che appare interessante è soprattutto il tratteggiarsi di una possibile, ideale, futura civiltà interspecie in cui la figura del “forestiero” si annulla.

Un’edizione che ricca di spunti e riflessioni, che riconferma la cura e l’attenzione di questa realtà a temi sempre attuali:

“La programmazione di Centrale Fies -afferma Dino Sommadossi – è sempre stata solo la punta dell’iceberg di un lavoro complesso fatto di ricerca, progettazione e organizzazione con decine di professioniste e professionisti, per arrivare infine ad aprire al pubblico performance che non sono intrattenimento, ma reale momento collettivo, mezzo attivo per articolare il pensiero in direzioni altre, per portare alla luce le narrazioni minori che il mainstream ha sempre lasciato ai margini. Qualsiasi cosa ancora accada, cercheremo di preservare il circolo virtuoso della cura e dell’attenzione che in tutti questi anni ha guidato ogni azione del centro e adesso verrà chiesto a tutti di fare lo stesso, di avere cura di un pezzo di ecosistema attraverso azioni reciproche: lo chiederemo all’edificio, alle forme e forze della natura tutto intorno nessuna esclusa, lo chiederemo ai pubblici, così come a curatrici e curatori, artiste e artisti ospiti e passanti”.

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