1zero

Zeromood

1zero

di Teresa Capello

Il 4 ottobre 2019 è uscito Zero il Folle, il nuovo lavoro di Renato Fiacchini, Zero in arte, inediti pubblicati con quattro copertine diverse l’una dall’altra per il look dell’artista – colore dell’abito, forma e colore del copricapo. Si tratta di un’opera realizzata a Londra con la produzione e gli arrangiamenti di Trevor Horn (che ha lavorato con Paul Mc Cartney, Rod Stewart e Robbie Williams) nella quale è evidente l’intenzione di rinnovamento – una costante programmatica nell’evoluzione artistica di Zero – ma soprattutto da cui sembra affiorare un’altra intenzione, quella di rileggere un’intera carriera, cosa che – bene o male – stanno facendo, in modi diversi, alcuni grandi autori italiani, come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Claudio Baglioni, Edoardo Bennato e molti altri… tutti Big che vissero nei tardi anni Settanta l’apice della loro popolarità ed hanno saputo tenere viva, in un modo o nell’altro, la fiamma della loro Musa personale, proprio mentre si avviano a compiere, anno più anno meno, i settant’anni circa in pieno live: la tournée di Renato Zero segna il sold out in molte date, prima dell’uscita dell’opera.

Rimane d’altra parte altrettanto indelebile e da discutere – come già si sta facendo (con o senza l’ausilio di YouTube) – l’opera omnia di Battisti, di Dalla e senz’altro di De Andrè. Sarebbe da ridiscutere anche chi annoverare tra i cantautori e non cantautori, ma sarebbe un altro discorso.

Un abbozzo di bilancio a proposito di chi sia Renato Zero – fatto da chi lo ama ma scriva dichiaratamente come non-sorcino – qui si può tentare di farlo, per ascoltare queste nuove canzoni, e si finisce però a trattare dell’impatto sociale, visivo, dei comportamenti e gli stili di una intera generazione (peninsulare) che di quel successo fu indirettamente parte integrante, determinandolo.

L’imprinting delle note cadenzate del divertente gioco di scambio di “Mi vendo”, di “Baratto”, l’irresistibile refrain di “Triangolo”, il dolceamaro filosofico-esistenziale di “Il cielo”, “La favola mia” e “Amico” su una generazione (questa, invece, che è la mia) fu potente: quelli in realtà erano messaggi articolati e profondi, legati ad un radicale cambiamento dei comportamenti (che di fatto cominciamo a vedere più lucidamente oggi, nel 2019); e quando uscirono i suoi grandi primi vinili, noi che ci affacciavamo sulla soglia dell’adolescenza, ne fummo investiti in pieno. Basta un verso, ritornarci molti anni dopo resta una specie di folgorazione:

Lui chi è? Come mai l’hai portato con te?

(Renato Zero, testo e R. Zero-Mario Vicari, musica- Album Zerolandia, uscito nell’ottobre 1978)

Qui il video di Triangolo, la canzone a cui quel verso appartiene, tratto da un concerto live tratto dal film Ciao ‘Ni, del 1979, con soggetto di Zero e regia di Paolo Poeti, almodovariano ante litteram:

In quegli anni Grease stava bene o male diventando un cult-generation movie, uno di quei miti di cui si ha bisogno per crescere, rimpiazzato poco dopo dal Tempo delle mele – e così pure, però, da Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino (uscito nel 1981, con le musiche di David Bowie). Allora si discuteva con i genitori, per i ragazzini, se poter fare o no il buco all’orecchio e, per le ragazzine, il problema sembrava essere appunto mettere o no un secondo orecchino allo stesso lobo… ma non era lì, il discorso. Questo lo capimmo poi. Era, quell’adolescenza, di chi era nato alla fine dei Sixties ed all’inizio dei Seventies, il vissuto di ragazzi che – forse a loro insaputa – si stavano confrontando con i modelli di un mondo al tramonto, che definitivamente ma pure indelebilmente archiviava molto del suo passato. Noi non lo sapevamo, ma certo lo sentivamo.

Quei videoclip visti la domenica pomeriggio a Discoring – mitico format con la firma di Boncompagni che in onda su Raiuno ebbe una lunga vita, dal 1977 al 1989 – insieme agli altri video, esterofili e che parevano allora più trendy e raffinati, qualche anno dopo amatissimi ed agognati in tarda serata a Mister Fantasy – in onda dal 1981 al 1984 – in pieno edonismo reaganiano, presentati dalla voce pacata e sexy di Carlo Massarini,in blazer e t-shirt – furono una pietra miliare.

Le tutine strizzate di lamé, gli occhi calcati di eyeliner, i boa di piume di struzzo di Renato Zero avevano insomma segnato la trasformazione, in Italia, dei comportamenti sociali, e indirettamente le nostre scelte, anche nelle province culturalmente spente dove giungevano quei fotogrammi mentali così incisivi.

Ripensando a quegli anni, è come se adesso guardassimo… non un film made in U.S.A. genere Quentin Tarantino che strizza ambiguamente l’occhio all’Italia, ma un “C’era una volta in Italia” tutto nostro. Un film ideale nel quale vedremmo quanto tutto, nel nostro Paese, sia completamente cambiato, ora – e lo potremmo fare rimettendo su un nuovo piano di lettura la realtà evocata artisticamente insieme a molte storie di persone molto note o poco note, come la controfigura di Di Caprio è l’ignoto Brad Pitt: magari persone perse nel tempo e nella nostra memoria o che ci sono rimaste in qualche modo ancora accanto; oppure in questa pellicola nostrana – da intitolare provvisoriamente Zeromood – rivedremmo persone che forse hanno fatto e detto qualcosa di scomodo o decisamente assai poco, anzi zero-politically correct per quell’Italia, cattolicissima – nella quale proprio la mia generazione continuava a frequentare, ignara, il catechismo.

Quell’Italia di adulti che erano i nostri genitori e che si erano nutriti prima, morbosamente, dopo il fantasticare su Coppi e la sua Dama Bianca, delle love story di Mina e Corrado Pani, poi dei pruriginosi meta-ammiccamenti di Claudia Mori, indimenticabile lady che cantava, con grande crocifisso al collo a favore di telecamera, l’inno dei fedifraghi“Buonasera Dottore”(1975, è da rivedere come documento storico) e però, a dirla tutta, quell’Italia che era uno Stato che stava per incontrare anni di piombo cupo che l’avrebbero cambiato in modo definitivo e che la storiografia ancora fatica ad assemblare (forse, il primo passo sarebbe chiedersi perché questa fatica, ma anche qui, non è il caso ora di aprire digressioni).

In quella Italia di noi ragazzini, tra tutte, l’immagine senza dubbio più potente, l’icona che oltrepassava un limite senza che tu avessi neppure il tempo di accorgertene, era quel Renato Zero, quella chioma di capelli ribelli, quello che quasi sembrava – perché certamente voleva sembrare un clown asessuato, oppure bisex che però scelse, lui per primo, di rileggere italianamente e con originalità modelli come Bowie, reggendo il confronto. Questo anzi va precisato: nell’orizzonte italiano, possiamo attribuire un valore culturale profondo ed importante ad alcune esperienze artistiche di quegli anni, anche se tutti respiravamo, per osmosi, e amavamo le sonorità britanniche o americane. – allora e negli anni a venire.

Dentro quelle canzoni, però, ci arrivava anche Roma. Era quella anche una Roma che non aveva timore di mostrarsi, anzi (di nuovo). Se prima davanti alla tv ci avevano lasciato ascoltare fino alle undici di sera – dal quadrato catodico Rai, che si rianimava il sabato dalle ventuno in poi, durante le Canzonissime presentate da Raffaella Carrà e Corrado – gli stornelli di Lando Fiorini, la potenza delle corde vocali di Claudio Villa, la meravigliosa Gabriella Ferri, che toglieva il fiato ad ascoltarla, quella Roma che arrivò con le canzoni di Renato Zero, era del tutto diversa.

Nella nostra immaginazione, la musica di Renato Zero, che ha sempre sottolineato il suo legame con la città, ci ridisegnava la Capitale e lo faceva in modo completamente nuovo. Ci parlavano, quelle note, anche di un gruppo di amici artisti che avevano cercato Roma, tra cui dalla Calabria Loredana Berté e Mia Martini, e poi pure Rino Gaetano, divisi tra Piper e Folkstudio. Sentivi Roma ed un discorso su Roma. Un discorso su Roma che avevano fatto, collocandolo in contesti diversi e lontani, cineasti come Rossellini e Fellini, scrittori come Pasolini (e, non è inutile ricordarlo, ci sarebbero moltissimi altri rimandi, che ora non aggiungo, come Anna Magnani icona e simbolo stesso della romanità declinata al femminile) ma che ti si apriva del tutto, improvvisamente più vicino, ascoltando quella musica, da ragazzino qual eri. Un imprinting profondo, che arrivava da una musicassetta, col nastro che usciva continuamente e che andava riavvolto con la bic, esplodeva intenso da una scomoda e grande radio portatile o, con cento lire, sparato dal juke-box del bar della piazza del tuo quartiere, oppure da un vinile, acquistato con i primi soldi a tua disposizione,oppure,come ricordato, evanescente giungeva in tinello da una trasmissione tv, ma soprattutto, a ragion veduta, attecchiva definitivamente in te solo ascoltando con più attenzione le parole di una canzone come “Il carrozzone”, dove quel cosiddetto mondo dello spettacolo ti si palesava, come in un nostro bellissimo italiano “Show must go on”.

“Il carrozzone va avanti da sé, con le regine, i suoi fanti e i suoi re”

Nel gioco, le carte erano a volte pure di picche. Ed era una Roma-topos, che avresti poi compreso, fino in fondo, solo anni dopo leggendo testi di Marziale, che descriveva l’Urbe dalla Spagna di Bìlbili:

“Ignota est toga…”, qui non si fa uso della toga; quando la chiedo, mi si dà una veste prendendola da una sedia rotta posta vicino al letto, quando mi alzo mi accoglie il camino alimentato da un mucchio di legname del vicino lecceto… (Epigrammata, XII, 18)

Una Roma opulenta, contraddittoria, che poi Paolo Sorrentino, nato nel 1970 – la mia generazione – avrebbe quasi chirurgicamente sublimato nella Grande Bellezza – ma pure, indirettamente, nei successivi Loro 1 e 2 – rappresentando quel mondo da un’altra angolazione, che ti faceva respirare e rivivere esattamente quella realtà mentale che rispondeva al nome Roma, evocandola quasi a radice della tua cultura e dell’identità di chi a questa terra, in qualche modo, appartiene.

Ritrovo quell’immagine della mia memoria sulla copertina di Zero, il folle, che –ora –andrebbe di nuovo ricomprato in vinile, come sta accadendo per logiche non solo commerciali: è un’immagine dove si può leggere il passato, trovare il presente e – secondo me – soprattutto immaginare i contorni pure di un certo futuro, esattamente quello che viene quasi ogni giorno messo in discussione – e non solo in Italia – dal reazionarismo di certe posizioni anacronistiche, come conati di passato che porterebbero di filato a nuove intolleranze plumbee. Forse non si parla più di contestazione di modelli ma di certo ciascuno di noi ragazzini (oggi più o meno cinquantenni, adulti e magari genitori) sarà piuttosto alle prese con il (faticoso, ancora, in alcuni casi) assestamento di una libertà personale – di scelte e comportamenti – non più segnata dalla ribellione, ma da una libertà necessaria,e con urgenza, per trasmetterla ad altri adolescenti, liberi di scegliere il proprio copricapo.

Commenti
5 Commenti a “Zeromood”
  1. Teresa Capello scrive:

    Il like (momentaneamente, l’unico) non è mio:)

  2. Simona scrive:

    Bellissimo articolo..ho ripercorso le tappe della mia adolescenza.. io che compravo tutti i giornali di quel periodo per avere le foto di Renato.. e quanti nastri ho riavvolto con la bic!! grazie

  3. Teresa Capello scrive:

    Grazie a te, Simona

  4. sergio falcone scrive:

    Renatozero? Patetico lui. Patetica la sua musica.

  5. Teresa Capello scrive:

    Ciao Sergio, grazie – comunque – del tuo intervento. Non vorrei, come dire, dibattere la questione, tuttavia cerco di risponderti, in breve: il pathos è un aspetto della comunicazione che va ricondotto ad un aspetto, direi molto (MOLTO) significativa, ovvero, per farla brevissima, le nostre emozioni. Riguardo alla musica popolare italiana ( e PURTROPPO a come molte volte viene considerata) tengo molto a segnalarti il mio approfondimento (grazie se vorrai leggerlo) a proposito dell’assegnazione del Nobel a Bob Dylan (ho chiesto espressamente alla redazione di linkare quel saggio, perché questo testo ne è, come dire, una sorta di corollario). Se intendi patetico nel senso comune del termine, non sono per nulla d’accordo e chiudo qui. p.s. Aggiungo una nota, eventualmente anche per altri lettori interessati: nel terzo link c’erano delle foto, mentre compare lo stesso video.

Aggiungi un commento