Roberto_Saviano_3

Zerozerozero: se il libro diventa un’eucarestia

È strano, sono stato la prima persona a pubblicare in Italia, in un libro, un pezzo di Roberto Saviano: era il 2004, un suo racconto uscì in un’antologia che editai per minimum fax. Nel 2004, un anno prima di Gomorra, Roberto Saviano era il giovanissimo autore praticamente inedito a cui tutti i migliori scrittori e giornalisti volevano fare da padri, da mentori, da fratelli maggiori; a cui tutti gli editori avrebbero voluto pubblicare un libro, riconoscendogli quasi come un dono di natura portato – nella terra arida del giornalismo disimpegnato e nella narrativa ombelicale – un talento affabulatorio incredibile e insieme capacità di analizzare i fenomeni criminali non solo dal punto di vista letterario ma anche da quello sociologico, storico, economico. Ma sopratutto Saviano era quello che metteva in gioco la sua persona, il suo corpo, che a Casal Di Principe ci aveva vissuto, che nei posti delle faide napoletane c’era stato, che i quartieri della camorra li batteva palmo a palmo, che aveva la sfacciataggine di esibire la distanza da un padre forse troppo accondiscendente con la mafia. Piaceva; piaceva a chiunque leggesse i suoi pezzi su Nazione Indiana o su Diario; era alla mano, autocritico, coraggioso, ma anche attentissimo rispetto all’esito dei suoi pezzi.

Cito questo ricordo personale, che non serve a molto se non ad avere presente quello che Saviano poteva diventare e non è (putroppo? ancora?) diventato: un grande scrittore. Sette anni dopo Gomorra – come chiunque vive in Italia sa – è uscito questo suo (mettendo tra parentesi le raccolte di articoli, i discorsi da Fazio e i racconti ripubblicati del Corriere) secondo libro, ZeroZeroZero, che come il suo primo successo planetario non è un romanzo, non è un saggio, non è un memoir, non è un reportage, non è un’inchiesta, ed è in parte tutte queste cose insieme. Gomorra aveva avuto tra i suoi tanti effetti quello – benefico tutto sommato – di ridescrivere, di allargare lo spettro merceologico e editoriale dei libri pubblicati. Si è parlato, a partire dal successo di quel libro, di “oggetti narrativi”, di “faction”, di “ibridi” come categoria onnicomprensiva e forse inutile a definire, ma suggestiva del desiderio di libertà che da lettori abbiamo cominciato a cercare nei libri che compriamo. Di quella sensazione di libertà che il suo primo libro – difettoso e smodatamente ambizioso come tutte le opere prime che valgono – aveva generato nei lettori, ne è rimasta veramente pochissima traccia in ZeroZeroZero, ed è un peccato.

Questo è dovuto molto probabilmente al fatto che nel frattempo a Saviano è accaduta la cosa peggiore che per certi versi può capitare a uno scrittore: è diventato se stesso. Si è trasformato in un personaggio pubblico, in un profeta, in un politico, in un testimone, si è anestetizzato come opinionista morale e voce da house organ del Gruppo Repubblica – L’Espresso, si è trasfigurato in tante forme diverse che avevano tutte però in comune una caratteristica che sarà anche un valore, ma un gran peso se si vuole fare letteratura: la coerenza. La prevedibilità.
Così ZeroZeroZero si presenta come un Gomorra 2 in molti sensi. Per l’impianto: l’idea di raccontare un fenomeno criminale indagando non solo però la realtà italiana questa volta ma quella internazionale. Per lo stile: una commistione di elementi giornalistici e di elementi letterari, mescolati fino a farli diventare indistinguibili.
Quello che ne viene fuori è un libro bello in alcune pagine (quelle dedicate alle vicende italiane), noioso in (molte) altre, brutto in altre ancora – scritto (quasi) tutto con uno stile coerentemente performativo. Roberto Saviano stesso ce lo rivela, quando ammette che l’oggetto della sua indagine, la cocaina, è diventata un’ossessione per lui che ne scrive, e che il tratto distintivo di questa droga è proprio la sua performatività.

Non è l’eroina che ti rende uno zombie. Non è la canna che ti rilassa e ti inietta gli occhi di sangue. La coca è la droga performativa.

E così, con la tensione mimetica che ha da sempre connotato (quasi) ogni pagina che ha scritto, Saviano elabora un libro che dalla prima all’ultima pagina cerca l’effetto, come fanno appunto i performer.

La prima controprova schiacciante di questa sensazione è una constatazione semplice semplice: in tutto il libro c’è un grande assente, il punto e virgola. Nelle 450 pagine di ZeroZeroZero Saviano utilizza una volta sola (a pag. 433) quel segno di interpunzione che – scrivono Serianni e Serafini nei bellissimi libri che hanno dedicato alla punteggiatura – serve a creare una connessione emotiva o di ragionamento che non è immediata. È il segno che chiede di più la collaborazione del lettore, che gli dà fiducia – saprà capire lui quale è il tono che intendevo, o quali relazioni si possono trarre dall’accostamento di una proposizione all’altra? Questa fiducia nel lettore Saviano non se la permette – assurdamente, visto il riconoscimento che ha – praticamente mai.

Il lettore dev’essere convinto, in fondo aggredito, inseguito, braccato a ogni riga, deve venire risucchiato, non deve più mostrare distacco: la sua suspension of disbelief deve mutarsi in una partecipazione rituale. Questo avviene attraverso la struttura narrativa, composta essenzialmente da un’alternanza di resoconti di storie stupefacenti, eccessive di criminali del narcotraffico, e di inserti poetico-letterari sulla cocaina (tra cui una specie di rap e un monologo, per capirci). Ma soprattutto attraverso lo stile. Tutte le tecniche retoriche che Saviano utilizza vanno in questa direzione: elettrizzare il lettore – quasi dovesse competere con la cocaina nel produrre gli stessi effetti di eccitazione protratta.

La prima scelta evidente in questo senso è quella di eliminare qualunque riferimento bibliografico: né in una citazione del testo, né in nota, né alla fine nei Ringraziamenti. Nemmeno in modo simulato viene citato un libro, una fonte giudiziaria, una statistica, un’ispirazione, un saggio dove approfondire o trovare conferma, un altrove. I nomi degli scrittori, Kafka, Šalamov, Conrad, Melville sono chiamati in causa come fossero semplicemente degli sciamani fuori dalla dimensione storica: dei santi di un proprio pantheon. Questa mancanza di bibliografia per chi legge è spiazzante man mano che si va avanti nel libro proprio perché la ricostruzione della storia della criminalità internazionale è estremamente articolata, per dire, come la descrizione anamnestica degli effetti della coca dura per pagine. Perché questi riferimenti mancano? Perché il mondo quando entra nella sua voce perde ogni tratto originale per diventare un unico flusso?

Continua a leggere sul sito de Linkiesta:

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
39 Commenti a “Zerozerozero: se il libro diventa un’eucarestia”
  1. Groucho scrive:

    Saviano è solo un pupazzo di Ezio Mauro

  2. Enrico Marsili scrive:

    Applausi. Hai messo a fuoco quasi tutto cio`che mi fa respingere Saviano e i savianisti. Il suo stile mi ricorda quello di Romanzo criminale, A mano armata, e tutte le altre biografie gore e banali di criminali famosi. Troppo Tarantino (Le iene), troppa sociologia spicciola, pochi fatti, poca voglia di scavare sotto la superficie sanguinolenta del crimine che va ancora di moda. E Repubblica si conferma come un tritacarne della creativita`.

  3. tinas scrive:

    Non ho ancora letto il libro di Saviano, mi propongo di farlo. Quindi non posso dire se la critica di Raimo sia giusta o meno. Posso solo dire che mi ha fatto l’effetto di una recensione scritta da un collega invidioso. Ma rimando il parere definitivo a quando avrò letto il libro.

  4. Jeanluc scrive:

    “Il lettore dev’essere convinto, in fondo aggredito, inseguito, braccato a ogni riga, deve venire risucchiato, non deve più mostrare distacco: la sua suspension of disbelief deve mutarsi in una partecipazione rituale”. Io non ho letto ZeroZeroZero, quello che dici su Saviano posso anche condividerlo…ma passaggi come questo sono insopportabili tanto quanto la ricerca della “performance” di cui parli qui sopra.

  5. Simona scrive:

    Un articolo che (per approccio, scrittura, complessità) un quotidiano non pubblicherebbe mai. La Rete è il futuro (anzi il presente) di interventi come questo. I quotidiani muoiono, altre creature crescono. Il mondo non finisce mai. Inizia un mondo nuovo.

  6. Nuela scrive:

    Mi trovo d’accordo. Sarà perché ho sudato le sette camicie per comporre una buona bibliografia che corradesse la mia tesi storica, ma credo che non citare le fonti sia un modo per rendere i fatti meno tangibili e il flusso narrativo più distaccato dalla realtà. Questo può irretire il lettore ma come risultato emotivo credo che produca un’accettazione di ciò che si narra, una fruizione più distaccata, la stessa che si ha quando si guarda un film e si pensa che in fondo è una finzione. E poi non è onesto verso tutti coloro che hanno reperito le informazioni e ricostruito le dinamiche criminali, magari mettendo a repentaglio la propria vita. Saviano, se è veramente talentuoso, deve rinnovarsi ed evitare inutili clonazioni di se stesso…

  7. Alessio scrive:

    Tinas, mi indicheresti in quali passaggi traspare invidia in una recensione così profondamente argomentata e incentrata sugli aspetti più tecnici della composizione letteraria?

  8. Davvero interessante e argomentata, che bello trovare ancora recensioni e articoli così. Ho apprezzato particolarmente la parte leggibile su Linkiesta.
    Lo stile di Saviano, più o meno scrittore, mi ricorda particolarmente l’enfasi da monologo su palco. Non so quanto sia adatta a una narrazione.

  9. Luciano Pagano scrive:

    Caro Christian,
    in effetti, per chi ha letto Saviano a partire da Portare Rolex a San Gennaro,
    oppure per chi ha comprato, grazie ai racconti letti sul web, Gomorra, per poi andare al mare nell’estate successiva e vederlo sotto gli ombrelloni, hai descritto esattamente la sensazione che si prova scoprendo gli effetti del circo mediatico; a questo punto, leggendo completamente il tuo articolo, risulta quasi spontaneo chiedersi quanto tempo ci vorrà perché Crozza non lo imiti;

    ma mi chiedo, in aggiunta, non è forse questo ‘percorso’, ciò che permette a un autore di esprimersi e raggiungere i lettori al meglio di ciò che uno desidera, quando si mette a scrivere? In fondo i suoi primi racconti non sono stati pubblicati su una fanzine fotocopiata, e il suo primo romanzo non è uscito per i tipi di un medio/piccolo editore. Saviano ha individuato, per primo e unico, la cifra per raccontare la Gomorra. Quello che è avvenuto in seguito a me sembra normale, tanto è vero che, nel 2050, a 75 anni, spero di leggere il suo trentesimo romanzo, così come oggi leggo il trentesimo romanzo di Roth, per intenderci, questo perché a me il suo stile, prima che si fletta su sé, mi piace;

    il tuo pezzo è superbo, soprattutto per la profondità con cui affronti la lingua del testo, io ho comprato ZeroZeroZero cinque giorni fa, quando è uscito, e non l’ho ancora finito;

    per finire pongo una questione, sarà possibile, un giorno, avere un corrispettivo di “Gomorra” per la ‘Ndrangheta, spina dorsale, non solo economica, del nostro paese? Oppure anche la narrativa di inchiesta si fermerà, come i politici, dinanzi a queste Colonne d’Ercole?

    un caro saluto
    a presto
    Luciano

  10. Luciano Pagano scrive:

    @Enrico Marsili, a proposito di Romanzo criminale, la invito a visitare questo link, per comprendere che cosa possono divenire l’intuito e il genio autoriale, quando si accostano al manierismo performativo imposto dal ritmo dell’industria culturale

    http://www.einaudi.it/libri/libro/giancarlo-de-cataldo/io-sono-il-libanese/978880621109;

  11. Enrico Marsili scrive:

    Luciano, grazie del link. Queste opere sono al livello dei gialli de l`Unita`, si leggono di un fiato e ne rimane poco e nulla. Tra l`altro l`approccio superomistico, tipo quello usato nelle narrazioni Marvel, e` difficile da digerire una volta passato il delirio di onnipotenza adolescenziale.

  12. made in caina scrive:

    alcuni giorni fa, lo stesso sito pubblicizzava, perché di ciò si tratta nella massima parte dei casi, entusiasticamente un libercolo che stigmatizza certa critica veterostruttralista (che palle l’elocutio, ma in certi ambienti occorre un minimo di profilassi), mentre oggi il signor Raimo ci offre i suoi appunti semiaccademici di critica stilistica, un bel lavoro certo, ma perchè non applicare lo stesso metodo anche a “il peso della grazia”, già opportunamente stroncato da Goffredo Fofi su “Lo Straniero” di pochi mesi fa? Ovviamente non voglio difendere il lavoro di Saviano, non ne ho il tempo, la voglia, e non me ne curo. Insomma, il problema non è tanto lo zero, ma da che parte stia la virgola. Ora, io sono certo che questa nel romanzo di Raimo stia a sisnistra e cioè 0,00.

  13. christian raimo scrive:

    Non sono invidioso di Roberto Saviano anzi. Mi dispiace molto che passi le sue giornate sotto scorta. Non cambierei la mia condizione di libertà né per il suo riconoscimento mediatico, né per i suoi soldi.
    Ma quello che mi dispiace ancora di più che Saviano non sia diventato lo scrittore che poteva o potrebbe diventare.
    Ci sono – come ho dette – delle parti di Zerozerozero che fanno sperare che questa sua polivocità non sia del tutto perduta.
    Mi dispiace che dal suo amore sconfinato per il potere delle parole abbia tratto questa enorme fede in una retorica apocalittica e non altro, che Zerozerozero assomigli molto di più a un’imitazione malriuscita di Don Winslow che a uno qualunque degli autori a cui si paragona – da Melville a Rushdie.
    Ma, soprattutto, quello che ho cercato di fare è di fornire quanti più strumenti possibile perché il lettore abbia la possibilità di leggere Zerozerozero a partire da elementi presenti nel libro stesso: Saviano dice più volte come questo libro dovrebbe essere letto. E io l’ho preso alla lettera.
    Se sono stato parziale, omissivo, fuorviante, mi piacerebbe che il dibattito entrasse nel merito.
    Non sono invidioso della persona Saviano, non sono invidioso dello scrittore Saviano (da scrittore posso essere invidioso, mettiamo, di quello che riescono a fare altri scrittori sulla pagina: come Alice Munro costruisce le strutture dei racconti, come Rick Moody usa l’anafora, come William Vollman mi descrive la violenza contemporanea…), non sottovaluto nemmeno l’importanza di dare informazioni sul commercio internazionale della coca. Ma critico il modo: ho volutamente glissato sulla questione legalizzazione/proibizionismo proprio perché dopo 450 pagine scritte in questo modo, l’enfasi stilistica e la “romanzocriminalizzazione” delle storie di narcotraffico unita a una totale assenza di riferimenti bibliografici secondo me – secondo me, ribadisco – producono un effetto di mitologizzare la cocaina e la cultura criminale che c’è intorno.

  14. Edi Viola scrive:

    Mettiamola così. Su tutto il gruppo “L’Espresso” c’è il veto assoluto a recensire anche tiepidamente lo scrittore Saviano, o a parlare in modo non entusiastico dell’uomo pubblico Saviano (vedi la vicenda vergognosa della querela milionaria alla nipote di Benedetto Croce o al direttore del “Corriere del Mezzogiorno”).

    Davvero, se su “Repubblica”, sull'”Espresso”, sul “Venerdì”, su “D” un giornalista si azzarda a parlare così così di Saviano, il pezzo non viene pubblicato, il giornalista viene redarguito, il collaboratore non viene più chiamato. Mi chiedo come uno scrittore minimamente sensibile alla libertà di parola possa tollerare una simile situazione.

    Idem per ciò che riguarda Rai3.

    I giornali come “Libero” o “Il Giornale” devono invece per contratto parlare male (anzi malissimo) di Saviano (scrittore e uomo).

    Il “Corriere della Sera” è sempre un po’ imbarazzato quando deve affrontare la questione per una faccenda di gentilmen agreements con “Repubblica” (su alcune cose, non ci pestiamo i piedi). Salvo poche eccezioni, come il pezzo “cautissimo” di Battista sul “Corriere” in cui si invita Saviano a ritirare la querela: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2012/21-maggio-2012/saviano-disputa-storica-non-merita-querela-201275718582.shtml

    Altri colleghi scrittori non si avvicinano neanche all’argomento per evitare ritorsioni o polemiche in cui (nei reciproci rapporti di potere) verrebbero schiacciati.

    Una situazione veramente imbarazzante.

    Se “made in caina” tira fuori Fofi (che del romanzo di Raimo diceva che c’erano cose riuscite e cose meno) dovrebbe sentire cosa dice lo stesso Fofi pubblicamente di ciò in cui si è tristemente trasformato lo scrittore e l’uomo di potere Saviano. (Sullo “Straniero” un pezzo contro probabilmente non uscirà per una questione di carità anche condivisibile: la rivista ha tenuto ha battesimo Saviano, e si è creata una situazione alfine troppo triste per volersene occupare in profondità).

    Poi ci sono appunti i posti un po’ più liberi, come questo, in cui si esercita l’intelligenza senza tutti questi condizionamenti. Il pezzo di Raimo credo centri molto bene il punto, anche se ha il difetto di tirare in ballo troppi tecnicismi. Non è una scheda tecnica per “Quattro Ruote”. Ma le conclusioni, le premesse, e la sostanza dell’analisi le trovo inceccepibili (ma qui è una questione di gusti personali) ma soprattutto le trovo circondate da quella libertà di giudizio che spesso ci manca o perché siamo ricattati dagli altri o solo dalla musica che gira intorno.

  15. Fredda scrive:

    Edi Viola, è uscita su la Stampa una recensione …
    Bella analisi di Raimo, mi sembra molto onesta

  16. Davide scrive:

    E’ strano, mi sembra che molte delle cose che Raimo dice a proposito di Saviano possano applicarsi anche a Raimo stesso: quello che Raimo poteva diventare e non è (putroppo? ancora?) diventato…; (punto e virgola) l’opinionista morale…(TQ etc.); (punto e virgola) la prevedibilità…(non vedo l’ora di gustare la prossima recensione su Veltroni); (punto e virgola) tecniche retoriche, elettrizzare il lettore (la scrittura iperemotiva del Peso della Grazia)…; (punto e virgola) LA PUNTEGGIATURA (santo cielo, dopo il Peso della Grazia non posso più avvicinarmi a puntini di sospensione e punti interrogativi). No?

  17. Luciano Pagano scrive:

    @Enrico, grazie a te per la risposta, una buona giornata

  18. LM scrive:

    Questa volta non ci casco, e anche se è brutto questo libro non lo leggo. Il pezzo di Raimo lo condivido, anche se poteva dire le stesse cose con meno competenza letteraria (secondo me), che allafineallafine gli si potrebbe rivoltare contro… Tempo fa mi feci aiutare da B.Brecht a capire il fenomeno Saviano http://accademia-inaffidabili.blogspot.it/2012/08/lempatia-di-roberto-saviano.html

  19. girolamo scrive:

    @ made in caina, davide
    Raimo sarà anche una personalità dai poliedrici aspetti – romanziere, recensore, agitato(re) culturale, insegnante, giornalista -, ma ogni volta che fa una di queste cose va giudicato per quello che fa, non per il resto. Se la recensione è buona o cattiva lo si giudica dalla recensione, non dal fatto che scrive romanzi cattivi o buoni, che insegna male o bene, che frequenta o non frequenta i teatri occupati, che “Orwell” era utile o inutile. È una questione, prima ancora che di correttezza, di onestà intelelttuale.

  20. fafner scrive:

    Ricordo a me e a voi che Gomorra, il successo planetario, si apriva con una massa di cadaveri cinesi surgelati che cadeva giù da un container nel porto di Napoli.

    In altre parole l’opera si apriva puttaneggiando, altro che empatia performativa: il patto con il lettore era stretto fin da pagina uno per il mezzo di una leggenda metropolitana falsa e razzista. Nessuno ha mai visto un funerale di un cinese, tutti sanno che i Cinesi non muoiono mai (anzi: I Cinesi non muoiono mai, di Oriani e Staglianò, ed. Chiarelettere. Giusto per chi fosse interessato a un’inchiesta vera). L’ho sempre pensato, ecco, ora diventa vero.

    I cadaveri di cinesi surgelati non esistono, se non nella mente di chi crede che l’Aids sia un progetto di Big Pharma, che in Mesoamerica il chupacabra sia terrore degli allevatori come la bestia dello Gévaudan, e che ci siano professori di Diritto privato che donano Rolex senza la forma scritta.

    Sia in Gomorra, sia in Zero Zero Zero il vero tende naturalmente al falso, perché Saviano applica sistematicamente un procedimento di sex up. Tutti i fatti sono un po’ troppo straordinari. Ma il discorso regge, perché sono fatti testimoniati da un uomo straordinario (non uno scrittore straordinario, un uomo). Il travestimento superomistico permette al retore di apparire parresiaste. E siccome ci vuole il fisico da profeta, Saviano ci informa di praticare la boxe esattamente come Stefano D’Arrigo, altro epico inseguitore di balene bianche di dimensioni discutibili, si nutriva esclusivamente di babà al rum.

    Volevo dire: la recensione di Raimo è molto giusta, ma io non sopporto il senno di poi. I segni c’erano.

  21. Zorro scrive:

    Il fatto che uno scrittore scriva una recensione critica su un altro scrittore, esponendosi così a prevedibili e sgradevoli reazioni (“ma pensa a quello che scrivi tu”, “credi che i tuoi libri siano migliori?”) mi sembra più un segno di onestà che di invidia. Fanno poi rabbrividire i commenti che rimproverano a un discorso critico l’utilizzo di nozioni estetiche e stilistiche (“ma come si permette Raimo di parlare di suspension of disbelief e di punto e virgola!”). Forse certi lettori del web saranno soddisfatti solo quando gli scrittori si saranno finalmente appiattiti sull’orizzonte delle loro modestissime aspettative.

  22. Ugnello scrive:

    Di Saviano non he ho mai apprezzato lo scrittore, lessi Gomorra ai tempi e lo considerai fin da subito un libro dal peso lettarario nullo giacchè mera cronaca di eventi involucrati di una mitizzazione su un tema che sinceramente la letteratura disvelò di già e che il cinema assurse a livello universale nella cosmogonia filmica della ridda che và dalla saghe de il Padrino (tratto dal’omonimo romanzo di Mario Puzo) ai Action-Gangster noir di Scorsese e De Palma.
    Saviano non ha i mezzi letterari per fare lo scrittore, manca di icasticità, di lessico e di sintassi, sopratutto manca della Fantasia dalla/per la quale sgorgano gli infiniti “io” della letteratura di cui ci parla splendidamente Margaret Atwood.
    Saviano non mi stupisce se adesso scrive per uno dei più mainstream, “objective” (qui in un senso che rasenta il perbenismo giornalistico, New York Time’s School) dei giornali nostrani La Repubblica, e tanto meno stupisce che lui abbia messo radici in molti studi televisivi anch’essi “giusti” quali quelli di Fazio, finto simpaticone radical chic( figlio invece del noioso perbenismo impegnato dei Talk Show americani, su tutti il Letterman Show)
    Pertanto Raimo e quelli come lui che sono stati folgorati sulla Via di Damasco, riscontrando in Saviano uno scrittore, sbagliano già in nuce.
    Saviano è un giornalista, riporta fatti, e scrive per il più venduto dei giornali; Saviano partecipa, sermonizza e arringa giacchè pure è di bell’aspetto, ed è fotogenico e forse è pure un pò opportunista…
    Il tema delll’articolo di Raimo è mendace: poggia su qualcosa che non esiste.
    Quanto alla diatriba – forse già sopita – sul Raimo scrittore, personalmente lo preferivo qualche anno or sono al Manifesto; (…ebbene si’ il punto e virgola!!) era meno didascalico, più pepato e ironico, certi suoi articoli li ricordo ancora con grande piacere.

  23. zaza77 scrive:

    Ok come scrittore e come punteggiatore sarà pure una delusione, ma prima della pubblicazione di Gomorra, io, che per 30 anni ho vissuto in una delle tante Gomorre della provincia napoletana; ; ; non avevo mai letto parole che mettevano a fuoco cosa era Gomorra!Quel fuoco che conosce solo chi vive in quei territori; ; ; ;
    Va bene la critica di Raimo, che fa così bene il suo mestiere che spesso devo andare sulla Treccani o su wordreference; ; ma non vanno bene i commenti di chi si atteggia a fare il Raimo!

  24. Davide scrive:

    @zorro, girolamo
    magari le aspettative sono appiattitissime, come dici tu, però le reazioni “sgradevoli” non credo nascano tanto dall’esporsi di uno scrittore che recensisce uno scrittore quanto da alcuni picchi isterici (Saviano che non è mai diventato un grande scrittore, vabbè, certo, grazie, o il punto e virgola con annessa citazione dotta, oh yeah). Non è la presunta invidia, è l’agitazione che scatena la reazione. La mancanza di tranquillità, non so come altro definirla. Mi sembra uno spreco di talento (il talento di Raimo, non di Saviano: Latte e Dov’eri valgono dieci Gomorra ma il Peso della Grazia sta lì a saltellare isterico, come questa recensione, su un ripiano della mia libreria. Accidenti).

  25. Zorro scrive:

    @zaza77

    Perché non se ne va allora su un sito che nulla ha da spartire con la letteratura, magari spenderebbe meglio il suo tempo, mica è obbligatorio interessarsi ai libri e alle loro recensioni. Quanto al fatto che lei abbia trascorso 30 anni in una delle tante Gomorra della provincia napoletana, personalmente, da lettore di questo articolo e della discussione che ne segue, non me ne potrebbe fregare di meno, sono fatti suoi, e buon per lei se Saviano ha messo a fuoco quel fuoco che solo lei può conoscere.

  26. Zorro scrive:

    @ Davide

    Francamente, a me questo pezzo non ha dato un’impressione di isteria. Anzi, direi che, nella critica del personaggio e dello scrittore Saviano, è facile lasciarsi andare molto, ma molto, di più, spesso anche in modo del tutto ingiusto. Lo si condivida o no, mi sembra un pezzo argomentato e controllato, e i rilievi sullo stile interessanti, non gratuiti.

  27. christian raimo scrive:

    Scusate, ma io sono contento se uno mi dice cosa non va nel mio libro e mi aiuta a migliorare. Davvero. Ben vengano le critiche e le stroncature argomentate. Se qualcuno mi fa un’analisi dettagliata di venti pagine del mio libro e mi scopre i tic e le retoriche guaste che uso, io lo ringrazio sul serio. Ci resto male tempo due secondi, e poi diventa il mio migliore amico. Cosa se ne fa uno scrittore di lettori che rimangono elettrizzati e afasici?

  28. anonimo scrive:

    sì, christian, io capisco ora la tua umiltà, il tuo desiderio di apparire sereno per lasciare il campo solo alle tue parole e a nient’altro che possa far trasparire invidia, antipatia o chissà che altro. la verità è che è difficile essere sereni con saviano e col fenomeno che lo riguardo. ed è difficile, questo lo sai, perché saviano crede di poter vincere, meritandolo, il nobel (per la pace o per la letteratura ancora non lo sa; ma lui preferirebbe per la letteratura); e perché fazio e al. credono pure che se lo meriterebbe. al minuto 20 e qualcosa dell’intervista di domenica scorsa fazio dice che saviano “scrive come i più grandi di sempre”.

    come si fa ad essere sereni di fronte a tutto questo? è un miracolo che raimo sia riuscito a rimanere nei limiti della critica letteraria. ringraziatelo, cazzo…

  29. Ugnello scrive:

    A me pare che il dibattito stia scendendo nei personalismi, in un becero e infruttuoso confronto tra il Recensore (Raimo) e il Recensito (Saviano)…Misercòrdia!!
    R. Pasternak vade retro!
    Noia.

  30. Enrico Marsili scrive:

    Un contributo autorevole al dibattito, se non altro per ridere un po`:
    http://www.liaceli.com/2013/04/nuovo-libro-di-saviano-sulla-coca-i-tossici-e-spostalo-cazzo/

  31. zaza77 scrive:

    @zorro:

    E da quando Minimaetrmoralia è divenuto Zorroetmoralia????

    E come disse quel noto fascista al noto corruttore “Che fai mi cacci Zorro??”

    E non si può criticare chi critica su Zorroetmoralia??

    E su Zorroetmoralia non si può neanche scrivere che sono cresciuto dove sono nato(guarda che “ciorta”)??

    La conclusione è una sola: su Zorroetmoralia la letteratura non è vita!

  32. Gloria Gaetano scrive:

    Finora sei stato il primo a recensire il nuovo libro di Saviano. Ed è un articolo serio, su cui meditare. Sto leggendo proprio ora Zerozero. Poi saprò dirne qualcosa. Ma vorrei precisare qualcosina del meticciato stilistico di Saviano nel primo libro,che può servire in parte, anche come indicazione per il secondo.Devo ancora superare le 50 pagg.
    Trasformando la verità in visione, Gomorra getta le basi di un nuovo modo di narrare la realtà, fedele solo in parte alla poetica del nonfiction novel. L’indagine giornalistica diventa letteratura imperniandosi sul potere della parola e sull’“io” dell’autore, un io testimoniale in cerca di un elemento attrattore per imprimere forza al racconto e ratificare una verità che altrimenti si sarebbe persa nella monotona enunciazione della cronaca. Si avvalora così la tesi di Agamben secondo cui l’esito etico della testimonianza non si realizza nella conformità tra parole e fatti, ma nella garanzia che quelle parole e quei fatti non saranno dimenticati. Gomorra delinea un’estetica documentale che, utilizzando la modalità espositiva del romanziere, trasforma le statistiche, i dati oggettivi, il vissuto quotidiano in racconto che coniuga letteratura, antropologia e sociologia. E l’io di Saviano non si discosta dal personaggio intorno al quale Marc Augé costruisce la sua ethnofiction: un testimone, e nella migliore delle ipotesi, un simbolo.

  33. Gloria Gaetano scrive:

    Il confronto col meticciato stilistico e di generi con Pasolini è da esaminare con il microscopio.
    Qui riporto un calco da Gomorra. Aggiornato ,riprende il famoso ‘Io so, ma non ho le prove’ di Pasolini’

    Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova […]. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra “È falso” all’orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di questa verità.
    […] Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel Mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni […]. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero nel cemento non ha speranza alcuna.
    […] Io so e ho le prove. Gli imprenditori italiani vincenti provengono dal cemento.
    (Gomorra, pp. 234-240)

  34. Gloria Gaetano scrive:

    Christian, tutti sono contenti della critiche che aiutino a migliorare, come quelle che fai tu. Ma dei gossip sulla vita, del fatto che SAviano miri al Nobel,e che ben venga…Non mi piace l’invidia,l’inciucio. Per un ragazzo che il giorno 13 febbraio del 2006 riunì in piaza i casalesi e dichiarò che avrebbe fatto nomi e cognomi. E fu minacciato E me lo ricordo ,un ragazzino,che poteva attendere a scrivere, a correre rischi dopo la morte dio molti suoi amici e di Don Peppe. Poteva studiare a Napoli, avere una sua vita. Con ragazze e salotti letterari.E’ stato minacciato varie volte.
    Da quel giorno in poi e davanti al TRibunale di Capua, durante il processo Spartacus.
    Venite a fare un’inchiesta nelle terre didon Peppe diana, altri lo fanno. Peppe pagano resiste lì a organizzare le terre sottratte alla camorra. Venite a parlare ai Casalesi o alle Vele di Secondigliano. Altri lo fanno. ma non parlate della vita di ungiovanissimo,allora, che ha preferito dire i nomi. E ha avuto minacce.Anche per l’evento a Napoli, non si sa dove si farà , forse in una piccola sede Feltrinelli, forse in una libreria qualsiasi. Mentre chi scrive un breve romanzo di poco spessore va subito nella grande Feltrinelli di pzza dei Martiri. O al PAM. Discutiamo dello stile e non facciamo come su Chi? o altri magazine che si trovano dal parrucchiere. Non sopporto queste ‘capere’ che fanno inciuci personali su un ragazzino che viene da Casal di principe e ha avuto coraggio.

  35. Vito Bianco scrive:

    La notazione sulla sintomatica assenza dei due punti mi pare acuta e pertinente. E del resto, di cosa mai dovrebbe occuparsi la critica letteraria, se non delle caratteristiche linguistiche dell’opera presa in esame? Mi viene in mente una definizione di Houellebeq: uno scrittore è qualcuno che usa il punto e virgola meglio di chiunque altro non sia scrittore. La faccenda ha dunque a che fare più con l’orecchio che col dubbio; più con l’intenzione musicale che con la correlazione sintattica dei pensieri. Anche se naturalmente le due cose non si escludono. Finisco dichiarandomi felicemente stupito dell’umiltà e del coscienzioso distacco col quale si dichiara pronto ad accogliere anche la critica più negativa, purché argomentata e puntuale come la sua della quale stiamo discutendo, e sulla quale Saviano dovrebbe anche solo un po’ riflettere. Qualcosa mi dice che lo farà.

  36. Giuseppe Garibaldo scrive:

    Ma chi è sto Saviano?

  37. giuseppe scrive:

    Saviano è uno scrittore convinto di combattere effettivamente la mafia e la camorra italiane con la scrittura: nobile intento, a patto però, che non ci si creda realmente. Il suo è un nobile scopo: denuncia il fenomeno; per sconfiggerlo, però, occorre ben altro, necessita l’intervento delle autorità competenti. Continui, dunque, a fare il suo mestiere, non si creda un eroe e i mass media non lo incensino troppo come succede in questo paese spesso culturalmente provinciale.

  38. db scrive:

    segnalo un’imprecisione

    saviano non ha mai abitato a casal di principe

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