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Zidane allenatore. Il paradosso di un mister che non potrà mai dire “fate come facevo io”

Questo pezzo è uscito originariamente su Ultimo Uomo. Ringraziamo autore e testata.

di Daniele Manusia

Dallo scorso 26 giugno Zinedine Zidane è ufficialmente il tecnico della squadra B del Real Madrid, retrocessa al termine della scorsa stagione in terza divisione. Dopo un anno da vice di Ancelotti si era parlato di Zidane come possibile allenatore della Nazionale francese, o del Bordeaux, ma in fondo ha più senso così. Zidane comincia la sua nuova carriera con pressioni minori rispetto a una squadra “vera”, con uno spogliatoio di giovani selezionatissimi ma non ancora arrivati. Il suo compito principale è quello di prepararli al grande passo ma al tempo stesso ha un’obiettivo concreto e alla portata da raggiungere: la promozione in Liga Adelante (a differenza ad esempio della squadra B del Barcellona, che è già in seconda divisione e non può salire neanche arrivando prima). Inoltre in questo modo mantiene entrambi i piedi nel Real Madrid Football Club con l’idea, considerata anche la stima che il presidente Florentino Perez nutre nei suoi confronti, di diventare un giorno l’allenatore della prima squadra. Se tutto va bene tra non molto Zinedine Zidane potrebbe allenare Cristiano Ronaldo, Gareth Bale, Toni Kroos, James Rodriguez e qualsiasi altro fenomeno calcistico il Real Madrid avrà collezionato nel frattempo. L’unica cosa certa è che verrebbero delle foto di squadra magnifiche.

Questa generazione di ex-giocatori carismatici, Guardiola, Simeone, Conte e Luis Enrique tutti su panchine importanti, ancora in forma e con appena qualche anno in più dei loro giocatori più vecchi, ha cambiato la nostra percezione del mestiere di allenatore, ha reso più visibile il legame tra la parte speculativa e quella del calcio giocato. Bielsa accovacciato nell’area tecnica in giacca e pantaloni della tuta ha comunque l’aria di un uomo che se non avesse l’eccentrica passione del calcio potrebbe realizzare qualcosa di più significativo per l’umanità, di un filosofo diventato domatore di leoni. Simeone in piedi a bordo campo è un leone che doma altri leoni. Da un momento all’altro potrebbe togliersi la giacca nera, la camicia nera e la cravatta nera, per scendere in campo e guidare la sua squadra come faceva una volta. Nei suoi occhi non c’è traccia di un pensiero che vada al di là del campo da calcio e sappiamo che sotto la maschera da allenatore brucia ancora il giocatore che conoscevamo; anzi, se guardiamo con attenzione (neanche molta, a dire il vero) qualcosa di quel giocatore si vede anche nella squadra che allena. Ma Simeone non era Zidane. Neanche Guardiola era Zidane. Nessuno era come Zinedine Zidane.

L’unicità di Zidane da giocatore è la ragione per cui, nel bene o nel male, sarà unica anche la sua esperienza da allenatore. Le sue qualità in campo sono difficili da descrivere a parole, figuriamoci da insegnare. Il mistero di Zidane è al sicuro nella sua testa anche se gli si puntano contro diciassette telecamere, inaccessibile probabilmente anche allo stesso Zidane. Si possono selezionare i giocatori con tecnica e visione di gioco e costringerli a giocare a testa alta, ma non si può spiegare a un calciatore professionista come pensare mentre ha la palla tra i piedi, come sentire il movimento dei compagni alle sue spalle.

Zidane può allenare con l’esempio, facendo da tutorial vivente, di come si sposta il peso da una gamba all’altra per cambiare direzione mantenendo l’equilibrio, ma questo non gli permetterà di trasformare un giocatore rigido in un ballerino classico. La capacità di rallentare il tempo e accelerarlo a proprio piacimento, prendendo tutti in contropiede, sorprendendo persino il compagno a cui è indirizzato il passaggio, non è qualcosa di trasmissibile da uomo a uomo. E se un giocatore ha visione di gioco, tecnica, equilibrio, genio, che bisogno c’è che il suo allenatore si chiami Zinedine Zidane? Ho guardato le quattro amichevoli di luglio e agosto nello stadio Alfredo Di Stefano (due vittorie senza subire un gol con squadre di pari livello: Deportivo Guadalajara e Zamora; due sconfitte 4-1 con squadre di Liga Adelante, una categoria sopra: Alcorcón e Leganes) e poi l’esordio in campionato del Castilla (sconfitta esterna nel derby con l’Atletico B) provando una certa emozione ogni volta che Zidane compariva nell’inquadratura di sfuggita, in piedi di spalle davanti alla sua panchina.

Il Castilla ha giocatori interessanti e il filtrante di esterno, à la Laudrup, con cui Sergio Aguza ha mandato in porta Cristian Benavente contro lo Zamora da solo mi ha rimborsato del tempo speso. Benavente a vent’anni ha già esordito con la nazionale del Perù, anche se è nato e cresciuto in Spagna, e dopo pochi minuti di quella stessa partita ha segnato di nuovo con un cucchiaio dal limite dell’area. Mi sono segnato anche i nomi del centrale difensivo con l’afro, Derik; dei mediani Lucas Torró e Marcos Llorente e sopratutto Alvaro Médran (sul cui futuro scommetterei se non fosse che nella vita non c’è niente di certo). Il finlandese Eeero Markkanen, 197 cm, figlio e fratello di giocatori di basket, acquistato quest’estate dall’AIK Solna per poco più di 2 milioni di euro, è troppo grosso e a volte gioca male come uno che potrebbe smettere di giocare a calcio da un momento all’altro; ma è tecnico e si muove bene senza palla e nei suoi momenti migliori mi ha fatto pensare a una versione Hulk di Gonzalo Higuaín. Continuerò a seguire il Castilla, e a seguire Zidane, ma dopo quattro partite la domanda che mi sembra più giusto fare è: Perché ha sentito il bisogno di allenare? Chi glielo fa fare? Non gli bastava essere stato Zinedine Zidane, uno dei migliori giocatori al mondo di sempre? Certo, non deve essere bello il pensiero di “essere stato” qualcosa, accontentarsi di guardare i propri video su YouTube.

Ma questa è la dura vita dei calciatori, no? Possibile discorso di Zidane nello spogliatoio del Real Madrid: «Mi raccomando ricordate, e mi rivolgo sopratutto a Gareth e Cristiano, che con la palla tra i piedi si può anche rallentare”. Il percorso che ha portato Zidane a quella che è la più grande decisione professionale della sua vita (no, dare una capocciata a Materazzi non conta come decisione) è cominciato almeno due anni fa. Anche se ha avuto il tempo per rifletterci più a lungo, dato che sono passati sette anni da quando ha dato l’addio al calcio. Nell’estate del 2012, intervistato da Le Monde in occasione dei suoi quarant’anni, Zidane non parlava come il più felice dei pensionati: «Se mi chiedi: Sei felice nella tua nuova vita come lo eri in quella passata? La risposta è: no. Di sicuro ero più felice su un campo da calcio». Quasi esattamente un anno dopo ha comunicato la sua decisione di tornare in campo. Cioè, a bordo campo.

La scorsa estate ha detto all’Equipe di essere cosciente di dover «partire da zero», che aver giocato a certi livelli non garantisce il successo da allenatore: «Devo accettare il fatto che ho molto da imparare, ma dato che ne ho la possibilità imparerò. Imparerò, crescerò, nonostante la mia età. Devo farlo, con umiltà». Il giornalista gli ha chiesto in che senso e lui ha risposto: «Ci sono un sacco di cose che non so! Per fortuna ho fatto il corso da allenatore. Prima di insegnarmi qualcosa è servito a farmi capire che non ne sapevo niente… insomma, non un granché. (…) Qualche volta sono andato a letto con il mal di testa».

Zidane non ha torto, di calciatori di successo che hanno fallito come allenatori ce n’è più di uno. Basta pensare a Maradona, o se preferite a Bobby Charlton: campione del mondo nel 1966, è retrocesso con il Preston North End in terza divisione e da allora non ha più allenato (salvo un breve periodo di panchina vacante al Wigan a inizio anni ottanta). E non mancano esempi contrari, di grandi allenatori che non hanno mai giocato ad alto livello: Mourinho, Bielsa, Van Gaal, Wenger, Arrigo Sacchi. Perché, per dirlo con le parole dello stesso Sacchi, per fare il fantino non è necessario aver fatto prima il cavallo. Quanto meno il fatto di essere stato Zidane gli eviterà rispostacce come quella di Ibrahimovic a Van Gaal, che ai tempi dell’Ajax ha addirittura osato chiedergli di difendere: «Mi sono allenato con Van Basten e lui dice il numero 9 deve conservare le energie per la fase d’attacco. Francamente non so se devo dare retta a Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal…». O quella di Sergio Ramos a Mourinho, che lo criticava per aver cambiato marcatura sul calcio d’angolo che ha portato al gol di Puyol nella Copa del Rey 2012: «A volte è necessario cambiare marcatura. Ma tu non hai mai giocato e non lo puoi sapere».

Perché è vero anche che i calciatori non sono cavalli. Zidane potrebbe ispirarsi a Franz Beckenbauer, l’unico ad aver vinto una Coppa del Mondo sia da giocatore che da allenatore, e Johan Cruyff. Entrambi però, a differenza sua, erano già degli allenatori in campo. Cruyff poi è l’esempio perfetto di un genio inseparabile dalla filosofia delle squadre in cui giocava, di cui si è nutrito, che ha innovato e tramandato. Zidane è arrivato al Real Madrid per inaugurare la stagione di “Galacticos”, una cosa più vicina al collezionismo di auto d’epoca che a un’idea di calcio che possa farsi tradizione. Michael Laudrup, che come giocatore gli somigliava, si è preso anche qualche (piccola) soddisfazione da allenatore. Il giorno della sua presentazione allo Swansea ha tagliato corto sulle sue qualità da giocatore: «Che dire? Sono dei bei ricordi che restano quando smetti di giocare. Ma, detto ciò, non sono mai stato il tipo di persona che vive attaccata al proprio passato».

Alan Tate, difensore dello Swansea, però sosteneva che quando Laudrup partecipava all’allenamento con loro era ancora «il miglior giocatore della squadra». A parte il suo primo club, il Broenby, in cui è rimasto tre stagioni, Laudrup non ha mai allenato la stessa squadra per più di due anni e al momento siede sulla panchina del Lekhwiya, squadra campione in carica della Qatar Stars League. L’esordio di Zidane in Nazionale contro la Repubblica Ceca, con una doppietta segnata in due minuti. Era il 17 agosto di venti anni fa e a fine partita dice di pensare alla moglie, incinta di due mesi. Zidane era così bravo ad esprimersi in campo, con i piedi, che non ha mai avuto bisogno di molte parole. Fino ad ora.

Il suo modo di giocare, quella somma di eleganza, potenza e un ingrediente segreto che lo rendeva imprevedibile (una specie di correzione alcoolica all’idea di calcio di un bambino di dieci anni), era una funzione naturale del suo corpo, un talento che richiedeva esercizio ma non riflessione. E non era uno di quei calciatori che mangiano e sognano calcio; il che, per uno che vuole allenare ad alto livello, non è proprio il massimo: «Io quando la partita era finita volevo stare con la mia famiglia, tornare a casa mia, riposarmi. Non sentivo la necessità di esprimermi fuori dal campo. Per me il campo da calcio era più che sufficiente» (questa citazione è tratta dallo speciale di So Foot sui numeri dieci della scorsa estate, Zidane è in copertina con un cerottino sul naso). Invece di godersi la pensione e di fare tutto quello che gli passava per la testa di fare in qualsiasi momento della giornata o dell’anno, di passare tempo con la moglie e di guardare i propri figli giocare (tutti e quattro nelle giovanili del Real Madrid: il più grande, Enzo, è del ’95 e in teoria potrebbe anche convocarlo con il Castilla), Zinedine Zidane ha scelto una carriera stressante e difficile nei confronti della quale non aveva neanche mostrato un particolare interesse fino a poco tempo fa. A gennaio, in Francia, è andato in onda un documentario che Canal Plus ha iniziato a girare nel 2012 sulla nuova vita di Zidane (si chiama, appunto, Zinedine Zidane: nouvelle vie), senza sapere come sarebbe andato a finire, mentre Zidane seguiva contemporaneamente i corsi di Diritto ed Economia dello Sport a Limoges e quelli per il patentino da allenatore della Federazione Francese.

«A un certo punto mi sono reso conto che essere il Direttore Sportivo è bello, ho imparato molto, ma non è quello che voglio fare», dice Zidane per spiegare la decisione di fare da secondo ad Ancelotti. Jean Pierre Karaquillo, presidente e fondatore del CDES di Limoges, un settantenne rugoso con l’aria cinica e sensibile al tempo stesso, dice che in futuro l’allenatore «sarà un vero e proprio manager, dovrà avere conoscenze di diritto, economia, e gestione. E questo Zinedine l’ha capito». Più avanti elogia le sue qualità umane: «È una persona che si interessa prima degli altri che di se stesso. E questo per me è il prototipo della generosità».

Parlano tutti bene di Zidane. Olivier Dacourt, suo compagno di studi, pensa che il fatto che abbia studiato sia da dirigente che da allenatore dimostra «che vuole imparare, che ha voglia di migliorarsi». Claude Makalele (che nel frattempo ha preso la panchina del Bastia esordendo contro l’Olympique Marsiglia di Bielsa, e sotto di due gol ha anche azzeccato il cambio che ha dato il via alla rimonta per il finale 3-3) sostiene che «ha talmente tanta esperienza e carisma che un po’ di questa ricchezza va anche restituita, non sarebbe giusto morire tenendola per se». Dopo un discorsetto di Zidane nello spogliatoio prima di una partita di beneficenza (non capisco se è fuori luogo, dato che tra gli spettatori c’è il “Loco” Abreu, oppure no, dato che alla fine viene applaudito) Christian Karembeu risponde così quando gli chiedono la sua opinione: «Per definirlo direi che è una persona nobile».

Al momento di prendere la sua decisione Zidane racconta di aver parlato sia con Ancelotti (dice che non avrebbe potuto fare da secondo a Mourinho, anche se fosse rimasto) che con Florentino Perez. «Qui sei a casa tua. Puoi imparare, siamo con te», gli ha risposto il presidente del Real Madrid. Florentino Perez si rende conto che Zidane «non può che essere il numero uno, è impossibile che sia il numero due», ma ha davvero, davvero, stima di lui: «È vero che è difficile cavargli le parole di bocca, ma è un uomo di grande fermezza, che conosce bene il calcio, con molto talento, affidabile. Io credo siano le qualità giuste per fare l’allenatore. Ho conosciuto parecchi allenatori che parlavano molto, che parlavano tutti i giorni, ma tecnicamente erano meno validi di altri più riservati». Gli occhi di Florentino Perez si illuminano quando parla di Zidane come di una persona «speciale».

Florentino Perez non lo chiama mai “Zinedine Zidane”, o anche solo “Zinedine”. Lo chiama sempre e solo “Zizou”, con un affetto che buca la telecamera. Da parte sua, Zidane è davvero, davvero umile. Nell’intervista all’Equipe del 2013 diceva: «Non ho un ego particolarmente grande. Mi piace discutere veramente, avere uno scambio. Perché parto dal presupposto che quello che tu mi dirai mi sarà utile nella vita e che, forse, quello che io ti dirò lo sarà nella tua. Saprò sopratutto ascoltare gli altri, che siano il presidente del Real Madrid o un dipendente di un piccolo club di provincia». Nel documentario a un certo punto ripete il concetto: «Io ho voglia di ascoltare gli altri, anche se ho delle idee, anche se so cosa voglio. Saprò ascoltare perché lo staff che sceglierò saranno persone competenti in cui avrò il massimo della fiducia. E io l’opinione di persone competenti la voglio sentire».

Zidane ha deciso di allenare perché ne aveva la possibilità, ha preso la corsia preferenziale, ma gli va dato atto di una cosa: non ha dato per scontato che le sue qualità si trasmettessero ai suoi giocatori guardandoli negli occhi, o che l’esperienza acquisita giocando bastasse per diventare un grande allenatore. Dal documentario di Canal Plus si capisce bene la sua voglia sincera di imparare. Davanti a una schermata con delle statistiche dice: «Quando scopri certi dettagli… è bello averli a disposizione per preparare la partita…». Poi lo vediamo uscire per ultimo dall’ufficio, di notte, camminando nel parcheggio vuoto. Si capisce anche, però, e quanto sforzo gli costi riflettere sul calcio dal punto di vista di un allenatore. Un allenatore che, presumibilmente, dovrà allenare gente meno dotata di lui. Anche, o sopratutto, gente meno dotata di lui. In una scena deve passare una specie di test per il patentino, con due istruttori che guardano insieme a lui un allenamento delle giovanili. Discutono sulla differenza tra un passaggio sui piedi e uno nello spazio. Uno degli istruttori sostiene che è preferibile allenare dei ragazzi a passare la palla nello spazio. Zidane ride: «Per me è strano perché direi piuttosto di passarla sui piedi». «Ok, ma se me la passi sui piedi io devo controllarla in direzione del gioco, non ti sembra sbagliato?» «Io preferivo averla sui piedi [tanto la direzione del gioco la decideva lui, nda]. Ma al tempo stesso capisco che serva a risparmiare un tempo di gioco, a stare in movimento, per attaccare il pallone, per non restare fermi sui talloni…» Più avanti in una scena girata in interno solo con la telecamera Zidane dice: «Come allenatore ti addormenti con un mal di testa e ti svegli con un altro mal di testa. Ma io so cosa voglio e anche se è difficile so che sono in grado di ottenerlo».

«Allora Zizou, preferisci la palla sui piedi o nello spazio?» «Senti, dammela come ti pare tanto per me è uguale». Non vorrei dare troppo peso al mio scetticismo ma a volte ho l’impressione che Zidane sia, o sia stato, una di quelle persone che pensano che il compito dell’allenatore sia scegliere undici persone da far giocare. In un’intervista dello scorso marzo alla rivista El Confidential ha detto che in panchina si soffre di più rispetto al campo perché «sei in panchina e quando inizia la partita già non puoi più fare niente». E francamente non è un bel pensiero per un aspirante allenatore di alto livello. Non si può neanche non tenere conto del lato oscuro del carattere di Zidane.

Se il suo talento era la principessa rinchiusa in cima alla torre, le reazioni che gli sono costate 14 cartellini rossi in carriera erano il drago che lo difendeva sputando fuoco. Quella costante tensione interiore probabilmente lo aiutava a giocare meglio, serviva a isolarlo e lo portava a delle profondità in cui pochi altri giocatori possono dire di essere stati, facendo del suo talento qualcosa di drammatico. Ma bollire in panchina non lo aiuterebbe ad allenare caratteri diversi dal suo (“bollire” è una parola che Zidane stesso usa per definire il proprio stato interiore: «Ça boue» è la prima frase che dice nel documentario di Canal Plus).

Si tratta della differenza tra spingere se stesso al proprio limite, senza esplodere, e spingerci gli altri: «Essere leader di un gruppo non è facile, però mi affascina. Ho vissuto vent’anni preso dal gioco, impegnato a diventare il migliore del mio quartiere, della mia scuola, della mia squadra e della Nazionale. Oggi mi rendo conto che la vita è molto di più, che si può continuare a crescere» (sempre dall’Equipe della scorsa estate). Zidane avrà tempo per migliorare, anche se meno degli allenatori per vocazione, o anche solo di quelli che hanno preparato la loro mossa con più anticipo di lui. A gennaio di quest’anno, in una nuova intervista all’Equipe diceva di sentirsi già migliorato e di non rimpiangere la sua scelta: «Chiamarsi Zidane mi ha aperto delle porte, mi ha fatto avere degli appuntamenti. Ho avuto la fortuna di poter vivere la mia passione fino in fondo, ma se mi fossi fermato lì a questo punto non avrei più un posto. Non saprei neanche dove cercarlo. Almeno adesso so dov’è, e so perché sono qui. Per dare qualcosa agli altri. E non solamente il pallone, piuttosto le mie idee, i miei principi, la mia esperienza…».

Manca ancora una vera e propria prova del campo e quella della sala stampa. Quando comincerà a fare sul serio non ci sarà una sola persona a Madrid come a Pechino che non avrà un’opinione sui suoi metodi e sulle sue decisioni. Il Castilla che ho visto io, in queste prime quattro partite, è giovane e inesperto e gioca un calcio verticale un po’ frettoloso più simile a quello della prima squadra che al calcio che possiamo immaginare esca dalla testa di Zidane. Come è normale che sia, dato che lo scopo delle squadre B è quello di fornire giocatori alle squadre A. Ma il punto è che difficilmente, a meno con un colpo di scena torni in campo a quarant’anni suonati, vedremo di nuovo il calcio che aveva in testa Zidane. E di questo, forse, dobbiamo farcene una ragione più noi che lui. Nessuno sarà più come Zidane, neanche Zinedine Zidane.

Update: nel frattempo il campionato del Castilla è cominciato in salita, con tre sconfitte in altrettante partite. Lo scorso sabato, però, la squadra di Zidane ha ottenuto i primi tre punti e in un’intervista successiva alla vittoria ha già dichiarato che allenare la Nazionale francese è “una possibilità”.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
2 Commenti a “Zidane allenatore. Il paradosso di un mister che non potrà mai dire “fate come facevo io””
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Come direbbe Andonio Gonde: ingommmmmendabbile.

  2. Davide scrive:

    Bellissimo articolo!

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