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Zingari in viaggio

Sempre più spesso (i tragici fatti di cronaca degli ultimi giorni hanno gettato benzina sul fuoco del dibattito) si parla di Fortezza Europa. Da chi sarà abitato in futuro il nostro continente, e secondo quali motivi ispiratori? Giuseppe Montesano, uno scrittore che amiamo molto, scrisse qualche tempo fa su L’Unità questo pezzo sui rom nella cultura europea. Crediamo sia un’ulteriore prezioso punto di vista attraverso il quale osservarci.

di Giuseppe Montesano

Durante la Rivoluzione del 1848 a Parigi il dandy, l’oppiomane, il ribelle, l’aristocratico, il poeta Charles Baudelaire scrisse una poesia, la intitolò La Carovana e la dedicò alla «profetica tribù dalle pupille ardenti», cioè agli zingari: ma quando tentò di pubblicarla su un giornale diretto dal suo amico Théophile Gautier, il buon Théophile, che non voleva essere licenziato, la rifiutò. Baudelaire invocava un miracolo per quei vagabondi in cammino perenne nel deserto della vita, e chiedeva a una dea di aiutarli: «Fai sgorgare l’acqua dalla roccia e fai fiorire il deserto davanti a questi viaggiatori per il quali si apre l’impero familiare delle tenebre future», le tenebre future che erano la ripetizione ingrandita del passato, esilio, pogrom, shoa, ipocrita accettazione e genocidio culturale. Ma Baudelaire non si arrese alla censura mediatica, intitolò ancora più esplicitamente la poesia Zingari in viaggio, la inserì nei Fiori del male e pensò di scrivere un dramma in cui fuggiva via dalla Francia poliziesca e dittatoriale aiutato da una tribù di zingari, i soli secondo il dandy a rimanere liberi e fieri in mezzo a un’Europa asservita alle nuove tirannie economiche.

Per secoli l’immaginario di molti europei colti si è nutrito e intrecciato con le vicende del popolo che ora chiamiamo rom e che ieri Baudelaire chiamava zingari senza alcun disprezzo, come dimostra un libro di fotografie scattate tra il 1960 e il 1970 dal grande Koudelka, un libro che la Contrasto pubblica in un volume che fa onore al mestiere di editore: si intitola Zingari perché, come spiega Koudelka, allora zingari era una definizione che non comportava nessuna forma di esclusione o di disprezzo. Le fotografie di Koudelka sono indescrivibili, sature di un’atmosfera che ancora aleggiava negli anni Sessanta negli accampamenti zingari di Slovacchia, Boemia, Moravia, Romania, Spagna, Francia, un’atmosfera che Koudelka coglie nel violinista chagalliano, nei carri immersi nella nebbia delle mattine in Boemia, negli sposi giovanissimi, nelle pupille ardenti e disperate, ardenti e felici, ardenti e piangenti, ardenti e tenere, ardenti ed erotiche di ragazze, bambini, vecchi, uomini, un’atmosfera ultrapoetica, un bianco e nero stupefacente, così bello da transitare a volte dalla bellezza all’estetismo.

E negli Zingari di Koudelka si sente risuonare un tempo sopravvissuto persino allo sterminio hitleriano, un tempo in cui un musicista come Django Reinhardt straziava e erotizzava la chitarra suonandola con due dita in meno, e inventava un jazz che era decenni in anticipo sui tempi, un jazz che era tutto dentro l’eccitata estasi dell’improvvisazione (e vale la pena leggere una importante e bella biografia di Django Reinhardt, si intitola Django, è di Michael Dregni e la pubblica la Edt), un periodo che in realtà risaliva ancora a più lontano, alla musica zingaresca senza la quale Brahms sarebbe solo uno dei tanti, alla Madonna degli Zingari di Tiziano, agli zingari sacerdoti e profeti che appaiono nelle opere di Tiepolo affrescate sui soffitti aristocratici di mezza Europa, ai gitani e alle gitane di Picasso, e ai molti zingari felici che popolano le poesie di Cendrars e Apollinaire. La cultura sveglia dell’Europa vedeva negli zingari, bohèmiens, gipsy, gitanos, rom, uno specchio misterioso e deformato della propria stessa cultura, un pezzo rotto e scheggiato di un unico disegno: e sembra passato da allora un millennio. Oggi è forse ancora così, canzoni di De André a parte? Per ripensare bene a tutto ciò andrebbe letto anche un libro bello e molto innovativo, Alain e i Rom, pubblicato dalla Coconino Press Fandango: un reportage fatto dalle fotografie di Alain Keler e da scritti e fumetti di Lemercier e Guibert, con una prefazione di don Luigi Ciotti.

Un libro «militante»? Forse sì, ma dopo poche pagine di questo montaggio di foto, scritti e fumetti che integrano ciò che non si è potuto fotografare, in Alain e i Rom si impone una poesia oggettiva, lucida, disperata e vitale, in un viaggio che, quarant’anni dopo Koudelka, torna in Slovacchia, Francia, Serbia, Kosovo, e arriva in Italia. Alain e i Rom è un reportage che sa denunciare i cupi neonazisti cechi e sa mostrare i rom dagli occhi allegri di Lamezia Terme e di altrove con la stessa acuta attenzione, senza sbrodolamenti e finzioni, cercando di far entrare chi legge in un mondo parallelo ma reso invisibile dai pregiudizi. L’Europa è unita solo quando si devono distruggere le vite degli uomini in nome di quel Dio Mercato che morendo vorrebbe immolarci tutti? Forse l’Europa unita sarebbe meno fallimentare se si occupasse di Rom e Bohèmiens, e degli zingari in viaggio che stiamo diventando tutti, tutti stupidamente accatastati nei vagoni piombati del capitalismo mediatico, tutti in viaggio verso l’impero familiare delle tenebre future.

 

La poesia di Baudelaire di cui scrive Montesano all’inizio del pezzo.

 

Zingari in viaggio   

La tribù profetica dalle pupille ardenti,

ieri s’è messa in viaggio caricandosi i piccoli

sulle spalle e offrendo ai loro fieri appetiti

il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.

 

Gli uomini vanno a piedi sotto armi lucenti

di fianco ai carrozzoni dove i loro si rannicchiano,

volgendo al cielo gli occhi appesantiti

dall’oscuro rimpianto di non aver speranze.

 

Dalla sabbia del suo rifugio il grillo,

vedendoli passare, moltiplica il suo canto

Cibele, che li ama, stende tappeti erbosi

 

fa fiorire il deserto e zampillare la roccia

innanzi a quei viandanti ai quali si spalanca

l’impero familiare delle tenebre future.

 

Bohémiens en voyage 

La tribu prophétique aux prunelles ardentes

Hier s’est mise en route, emportant ses petits

Sur son dos, ou livrant à leurs fiers appétits

Le trésor toujours prêt des mamelles pendantes.

 

Les hommes vont à pied sous leurs armes luisantes

Le long des chariots où les leurs sont blottis,

Promenant sur le ciel des yeux appesantis

Par le morne regret des chimères absentes.

 

Du fond de son réduit sablonneux, le grillon,

Les regardant passer, redouble sa chanson;

Cybèle, qui les aime, augmente ses verdures,

 

Fait couler le rocher et fleurir le désert

Devant ces voyageurs, pour lesquels est ouvert

L’empire familier des ténèbres futures.

Commenti
9 Commenti a “Zingari in viaggio”
  1. RobySan scrive:

    Senza nulla togliere all’articolo e al suo senso, ma:

    “…alla musica zingaresca senza la quale Brahms sarebbe solo uno dei tanti…”

    sciocchezze così non si riesce proprio a trattenerle?

  2. Valentina scrive:

    …senza nulla togliere a Brahms, il senso dell’articolo mi pare molto profondo.

  3. Alfio Squillaci scrive:

    Nulla da togliere, forse qualcosa da aggiungere. Il bohémien è visto dal dandy come il contrario del borghese e della sua morale utilitaristica. E’ una figura di “mediazione” o di triangolazione mentale per indicare più che l’attrazione a un tipo di vita, quella degli zingari o delle zingarate (direbbero gli “Amici miei”), il rifiuto profondo di quell’altra, di quella borghese, di quella del patrigno Aupick che gli aveva sottratto l’amore, seppur refoulé, della mamma tanto amata (strazianti le lettere di Baudelaire alla mamma, nella Pléiade). Di contro, minoranze per minoranze, dovrebbe essere noto al bravo Montesano, che ha scritto un libro su Baudelaire, il passo antisemita di “Mon cœur mis à nu” « Belle conspiration à organiser pour l’extermination de la Race Juive. Les Juifs, Bibliothécaires et témoins de la Rédemption ». Questo non vuol dire che Baudelaire fosse un precursore dell’antisemitismo moderno, che fosse passato dal vecchio antisemitismo cristiano a quello genocidario delle epoche successive del razzismo biologico ma è un brano che seppur con tutte le letture calibratrici ci dà un uomo e un artista complesso nella sua “ideologia” privata. Alla luce della quale va visto anche il suo rapporto come di tutti i bohémiens ideali con i bohémiens reali. C’era sicuramente in Baudelaire l’estensione all’indirizzo degli ebrei della rabbia privata contro il proprio editore ebreo Michel Lévy, c’era un certo antisemitismo strisciante sia di destra che, attenzione!, di sinistra, che era nel milieu letterario parigino del tempo. Insomma, ritengo che gli esercizi sul fronte letterario per mettere a fuoco la popolazione dei rom di oggi, alla luce di quella intravista da un artista “reazionario puro” ammiratore e lettore di de Maistre (che a proposito di svantaggiati si diverte nei “Tableaux parisiens” a far salire all’ultimo piano un povero vetraio per poi ridersela nel cacciarlo indietro senza compare nulla, solo per dare uno sfogo al suo “ennui”) non porta a nulla. Domanda a cui rispondere, oggi, con animo sgombro da arrière-pensées: davvero i rom di oggi hanno qualcosa da spartire con i bohémiens en voyage di Baudelaire? Altra domanda, non: “sono lo stesso popolo”? probabilmente sì, ma: “destano ancora sentimenti splenetici da dandy ennuyé”? e infine: “Si può indirizzare verso loro lo stesso carico poetico, oggi, qui e ora, a Schengen spalancato”?

  4. Michele scrive:

    Condivido in toto le parole di Squillaci.

  5. alfredo nicotra scrive:

    in ordine: basta w.benjamin a contraddire l’antisemitismo di baudelaire, la funzione della letteratura e della poesia serve innanzitutto a questo: a rimettere a fuoco (anche allora la popolazione delle campagne non tollerava di certo gli zingari), e poi paolo e francesca sono due lussuriosi e due traditori in fondo, l’episodio non si trova nei tableaux ma nello spleen de paris e basta leggere l’ultimo poema in prosa in cui il poeta si fa pestare a pugni da uno dei tanti cenciaioli parigini per fargli guadagnare una moneta per capire quanto profondo intelligente e sovversivo fosse il suo radicalismo e non certo reazionario, infine sì, si può, basta ascoltare le molte canzoni che fabrizio de andrè ha seminato durante il suo viaggio. infine, alle fonti e al citazionismo edulcorati ed “educati” si dovrebbe contrapporre un citazionismo oggettivo e concreto, almeno pertinente.

  6. Laura scrive:

    …forse non lo stesso popolo, ma (all’interno dell’Europa, con Schengen spalancata a maggior ragione) gli zingari rappresentano oggi nel XXI secolo, appunto a maggior ragione, l’Alterià nel cuore dell’Identico. In modo potente, disturbante. Forse non qualcosa da assimilare alle nuvole in viaggio dell’inizio dei “Piccoli poemi in prosa”, ma qualcosa di diverso e dissonante nel cuore d’Europa. Insomma, identico per identico magari i paralleli non tengono. Ma mutatis mutandis sì. E la letteratura non è anche questo? Aprire in maniera diversa, con la stessa chiave (a propria volta modificata dal tempo) nuove serrature su nuovi inquietanti scenari?

  7. stefano scrive:

    non oso neppure concepire il confronto col grande francese ma forse questa mia vecchia poesia oggi dice qualcosa in più sulla realtà di un popolo devastato

    Al semaforo rosso la ragazzina malvestita
    Suona la fisarmonica
    La suona male; dita che toccano a caso tasti bianchi
    Il do maggiore sempre assicurato.
    La sinistra vagamente saltella fra un paio di accordi uno zoppicante valzerino
    Espressionista
    mastica
    chewingum e non si aspetta nulla
    discreta ai finestrini aperti senza aspettarsi nulla
    superbamente svagata senza pudore
    e senza esibizionismo
    esibisce la mostruosa mancanza d’ogni talento d’arte.

    Il dovere certo la tiene lì
    Ma lo schiavo te lo immagini sofferente
    E lei forse schiava davvero non lo è
    Si fa.
    Semplice normalità.
    Eppure in quella vita c’è tutto lo squallore
    di questa fetta di tempo che ci avvolge.
    La zingarella dell’immaginario, più di un secolo fa,
    Era sensuale di malizia, di gonne variopinte mosse
    Da esotiche danze
    Musiche agitate da geni incontrollabili e involontari
    Misteriosamente pervasivi.

    dalla persecuzione secolare, dal disprezzo
    della civiltà industriale,
    dai camini di Auschwitz
    dalla calunnia e dall’ odio dei popoli evoluti
    ecco, è sopravvissuta solo un immagine mal recitata:
    Specchio di quello che siamo diventati
    tutti quanti.

  8. Alfio Squillaci scrive:

    E’ vero, l’episodio del vetraio che citavo a mente, è nello “Spleen de Paris”. Baudelaire era radicale sicuramente ma secondo i nostri parametri, attualizzati, come si fa con il valore della moneta aggiornata al corso corrente, non era un radicale di sinistra. Era controrivoluzionario e demaistriano, quindi di destra secondo i parametri dell’epoca e quelli di oggi. Questo è più che chiaro. Benjamin nei “Passages” non mi risulta che abbia mai affrontato la questione dell’antisemitismo di Baudelaire, che sicuramente conosceva. Ma occorrerebbe verificare (libro in alto nella libreria). Peraltro, molti intellettuali dell’epoca da Renan a Gobineau ovviamente erano “racistes” (Oh ! la race, comme j’y crois !, scrive Flaubert qui (http://flaubert.univ-rouen.fr/correspondance/conard/outils/1853.htm) e ciò nulla rileva circa il razzismo spacciato dai razzisti tedeschi. La “race” allora non aveva alcuna componente biologica, era il risultato piuttosto della prevalenza del “Physique” sul “Moral”. Scomodare Baudelaire per una questione attuale di convivenza civile mi è sembrato inappropriato per le ragioni che ho su espresse: rifiuto della vita borghese più che amore del diverso, mere triangolazioni mentali alto di gamma insomma. Le citazioni sono le gambe su cui si appoggiano le argomentazioni.

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