Zona, una dimensione tra psiche e geopolitica


Questa recensione al romanzo di Mathias Énard, è uscita per il manifesto.

di Paolo Zanotti

Dopo la pubblicazione delle Benevole di Jonathan Littell nel 2006 qualcosa sembra essere cambiato nel sistema letterario francese, e un’editoria che ci aveva abituato a libri smilzi, esplorazioni stralunate di spazi quotidiani e autobiografie ascetiche, sembra avere scoperto il romanzo lungo e ambizioso. Mathias Énard, in coda a Zona (uscito in Francia nel 2008 ma tradotto in italiano solo quest’anno), ringrazia Jean Rolin per avergli concesso di usare un titolo molto vicino al suo Zone (1995). Non so se l’autorizzazione fosse davvero necessaria, dato che entrambi i titoli rimandano al celebre Zona di Apollinaire, ma il salto tra i due testi è significativo. Se il libro di Rolin era un tipico esempio di diario-esplorazione di spazi parigini marginali, Énard si pone per molti versi nella scia di Littell, un autore cui è del resto vicino anche per ragioni anagrafiche (Littell è del ’67, Énard del ’72 ma ha esordito prima, nel 2003, col notevolissimo La perfection du tir) e di domicilio (entrambi vivono a Barcellona). Quanto ai loro libri, sono entrambi molto lunghi, contengono ampi affreschi di storia europea, si presentano come confessioni di narratori moralmente dubbi. Entrambi esibiscono la loro letterarietà tramite il ricorso a tecniche moderniste: il metodo mitico (le Eumenidi in Littell, Omero per Énard) e, nel caso di Zona, l’artificio di un romanzo composto da un’unica frase (con l’eccezione di due inserti da un fittizio scrittore libanese, non compare un solo punto fermo fino all’ultima pagina).

La trama stessa di Zona, almeno a un primo livello, sembra richiamare uno dei capolavori del Nouveau Roman. Come nella Modification di Michel Butor, infatti, il narratore di Zona sta viaggiando in treno da Parigi a Roma, dove c’è una donna che lo attende. Le analogie però finiscono qui, dato che il fulcro dei due romanzi non è il viaggio ma il flusso dei pensieri, che ha oggetti molto diversi dato che sono diversi i personaggi. Il protagonista di Zona, Francis Servain Mirković, non è infatti un dirigente di una ditta di macchine da scrivere. È cresciuto in una famiglia borghese apparentemente tranquilla ma in realtà collegata non troppo alla lontana agli orrori del secolo: il padre, ingegnere, è stato probabilmente torturatore in Algeria; la madre, croata e fervente nazionalista, viene da una famiglia vicina ad Ante Pavelić. Il giovane Francis sembrava destinato a ripercorrere le orme della famiglia materna. Già filofascista negli anni di liceo, nel 1992 si è unito ai croati per combattere prima i serbi e poi i bosniaci musulmani. Una volta rientrato in Francia, ha trovato lavoro come agente segreto, per quanto il suo ruolo sia soprattutto di raccolta di informazioni. È così che ha iniziato a frequentare e a indagare quella che lui definisce la Zona, vale a dire l’area mediterranea e del Medio Oriente: da Gibilterra a Baghdad. Il suo interesse non è solo professionale: negli anni, Servain si è costruito, grazie allo spoglio degli archivi cui ha accesso e alle testimonianze raccolte nei suoi viaggi, un dossier personale in cui sono raccolti segreti di mezzo secolo di storia della Zona. Per liberarsi delle sue ossessioni e cominciare una nuova vita, ora Servain ha deciso di vendere i suoi documenti a un emissario del Vaticano.

Zona racconta l’ultimo tratto di viaggio tra Milano e Roma e, soprattutto, i ricordi e le associazioni di un Servain reso febbrile dall’alcol e dalle anfetamine. Ciò che emerge sono sia brandelli della sua vita passata, sia centinaia di vite, di orrori e di guerre che si sono svolti nella Zona soprattutto nell’ultimo secolo, ma anche in quelli passati (con particolare predilezione per i grandi scontri tra Occidente e Oriente, a partire dall’assedio di Troia passando per Lepanto). La “Zona” del titolo è quindi sia una dimensione geopolitica sia una zona psichica (come già del resto la Zona di Pynchon e l’Interzona di Burroughs). Il lato davvero ammirevole del romanzo è soprattutto il primo, quello storico: l’evocazione di una vastità storico-geografica che risulta davvero epica; la costruzione di connessioni incessanti non solo orizzontalmente (uno scenario geopolitico globalizzato), ma anche verticalmente (un carotaggio effettuato nella storia della civiltà occidentale che porta sempre allo stesso risultato: sangue e violenza). Zona è quindi una sorta di Breviario mediterraneo in chiave tragica, oppure, nelle sue infinite digressioni, interconnessioni, ricostruzioni di destini personali travolti dalla storia, è la risposta di Énard, più che a Littell, a W.G. Sebald.

Dove Zona risulta un po’ meno convincente è nell’indagine della mente di Servain. A causa dell’assenza di punteggiatura, si sarebbe portati a leggere il romanzo come un lungo flusso di coscienza (i primi precedenti della tecnica, del resto, erano nati proprio dalla congiunzione di un viaggio in treno con un personaggio in crisi: Anna Karenina). Eppure l’assenza di punteggiatura non è così sperimentale (la sintassi non è mai frantumata, anzi si potrebbe dire che Zona è scritto in una lingua normale in cui però i punti siano stati sostituiti da virgole), e soprattutto il flusso di coscienza non è veramente tale: Servain segue la sua ossessione per la storia della Zona, ma le sue associazioni non sono mai inconsce. Di tanto in tanto sembra persino emergere un po’ troppo nettamente la volontà di tenere il tono elevato: ogni nome, anche contemporaneo, è accompagnato da un epiteto in modo da dare una patina epica, ogni ricordo di guerra è trasfigurato in chiave storico-culturale (l’ossessione di Caravaggio per le decapitazioni, più volte discussa nel libro, deriva da una decapitazione compiuta in Bosnia da Servain). Sappiamo che Servain è appassionato di storia, ma non d’arte o di letteratura (“sordo all’arte e insensibile alla bellezza”, si autodefinisce), eppure è portato ad accumulare riferimenti letterari anche in luoghi poco indicati: quando il compagno di guerra Andrija viene ucciso nell’atto di defecare, il narratore ce lo descrive gratuitamente come “caduto nella propria merda come Robert Walser nella neve”. Ma il maggior problema è un altro: tra tutte le vite sconvolgenti o toccanti raccontate in Zona, proprio quella di Servain non lo è più di tanto. E non perché si tratti di un personaggio negativo, semmai perché non ne distinguiamo bene la parabola. Sappiamo che è stato un giovane di estrema destra, che si è recato in pellegrinaggio presso il negazionista Maurice Bardèche, che in Bosnia ha partecipato a crimini contro l’umanità. Eppure per gran parte di Zona Servain traccia scenari storici da un punto di vista ideologico spesso in contraddizione con quello della sua giovinezza, tanto che spesso più che la sua voce abbiamo l’impressione di sentire direttamente quella dell’autore. Sappiamo che, al termine della sua parabola, è un uomo sfinito e ossessionato e forse pentito. Ma quando è cambiato? Chi è in realtà Servain? Su questo Zona non ci illumina del tutto.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
3 Commenti a “Zona, una dimensione tra psiche e geopolitica”
  1. wif scrive:

    Dopo aver letto questo articolo ho iniziato la lettura di zona. Malgrado la mancanza di punti la scrittura è fluida evocativa e , persino, accattivante. Grazie della bella recensione, non avrei mai deciso di leggere Zona senza averla letta. Intanto sento già un legame , dopo appena un centinaio di pagine, con il romanzo. Perchè l’unica impressione netta, fino ad ora, è che si tratti di un romanzo puro. Fin’ora non ho trovato Littel.

  2. wif scrive:

    Lo stato d’animo che incombe anche su questo paese, un senso di fine, di concentrazione dolorosa, di consapevolezza latente anche se ancora minacciata e non già vissuta, mi fa vivere “Zona” come qualcosa di conosciuto o meglio riconosciuto. Fino ad ora non ritrovo Le Benevole: malgrado la documentazione storica eccezionale, la scrittura di Littel mi è sembrata sempre pienamente romanzesca anche se incredibilmente tragica. Ma sono ancora a metà libro.

  3. wif scrive:

    Zona è un libro interessante a tratti magnifico. La differenza tra Aue, delle Benevole,che nulla, mai ha dell’eroe e che, se non nei fatti della narrazione di Littel, nulla ha di Oreste, e che vuole esclusivamente farsi i fattacci suoi, costi quello che costi, uccide perfino l’amico più intimo, non ha alcun tipo di ideale è un banale antieroe, e l’io narrante di Zona è che quest’ultimo fa parte dei “guerrieri” è simile agli eroi dell’Iliade- Ettore- Achille…, come i miti antichi della guerra. Ho ripensato a Lilin, piuttosto e, per la guerra in algeria, ho pensato al magnifico romanzo di Laurent Mauvignier “Tutti gli uomini”, assai più tragico di Zona.

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