niki_kelce

Appunti di lettura su “Zoo a due”

niki_kelce
(Immagine: Niki Kelce.)

di Stefano Zangrando

Questa non è una recensione, con quelle ho smesso. È qualcosa di più personale: il resoconto di una lettura, forse un post, non so, non è importante. Il libro è Zoo a due di Marino Magliani e Giacomo Sartori, uscito di recente per Perdisa Pop con una prefazione di Beppe Sebaste.

I protagonisti e per lo più anche narratori di questi racconti, brevi i quattordici di Sartori, lunghi i due di Magliani, sono animali. All’inizio della prefazione Sebaste cita alla svelta alcuni fra i più importanti autori di riferimento della letteratura occidentale in fatto di animali, per poi soffermarsi su un testo di un giovane americano contemporaneo di cui in Italia non è tradotto nulla. Segue la prefazione vera e propria, in cui Sebaste, come farebbe qualunque altro autore al posto suo, si appropria del libro in questione, cioè lo sebastizza («Errare. Ecco, questo libro […] è anche un trattato di nomadismo»). Seguono le notazioni di prammatica sul testo, un po’ fumose quelle su Sartori, più pertinenti nel caso di Magliani, per il quale Sebaste tradisce una certa predilezione. La prefazione si conclude con una «dedica» che non è una dedica, ma una citazione da Bob Dylan. Questo per quanto riguarda Sebaste.

Quanto a Magliani e Sartori, prima di arrivare ai loro racconti, questo libro a quattro mani è l’occasione per meditare una volta di più sullo strano destino editoriale di questi due scrittori di rango, fra i migliori della loro generazione. Arrivati a cinquant’anni senza aver trovato il grande successo di pubblico e quindi, oggigiorno, anche un editore disposto a investire in modo durevole su di loro, stanno trascorrendo la loro carriera letteraria lontano dai riflettori, passando da un piccolo editore all’altro e forse (forse) sperando in qualche evento fortunato – la benedizione di un critico potente o chissà cos’altro – che dia l’abbrivo alle vendite o almeno a un’affermazione più solida e meno di nicchia, che però non arriva. E intanto hanno deciso di pubblicare insieme queste prose, che di «pop» non hanno niente, per un piccolo editore che utilizza questa parola nel proprio nome come un brand e che, forse in conformità a questa etichetta, ha piazzato in copertina un bel disegno di Andrea Pazienza. I due pappagalli stretti l’uno all’altro come allegri amiconi – ma a prima vista paiono amanti – alludono senz’altro ai due autori, del resto di psittacidi nel libro non c’è traccia. L’animale più presente invece è il cane: una cagnetta è la protagonista del primo racconto di Sartori, un cane e suo figlio lo sono rispettivamente dei due racconti di Magliani.

Nel primo testo, impiegando una tecnica che all’eterno studente fa venire in mente lo straniamento tolstojano spiegato da Sklovskij, in poche pagine Sartori racconta tutta una storia di senzatetto, di miseria e amore, di abbandono e resistenza, distillando dall’effetto ironico una tenerezza che tradisce l’empatia dello scrittore di razza. Dico tradisce, perché Sartori, non so se più per timidezza o per scelta, è uno che lavora per sottrazione: stilistica e personale. Di lui e del suo travaglio linguistico non verrete a sapere nulla nemmeno nei testi più intimi; grazie alla sua penna scoprirete invece le debolezze e le contraddizioni estreme dell’umano, com’è anche il caso, in piccolo e per via allegorica, dei racconti successivi del libro e dei loro protagonisti: una vedova nera e i suoi sfortunati mariti, un’ameba filosofante e i suoi interrogativi «sempre più cosmici», un bruco in pena che anela a un’alata alterità mosso dal presentimento troppo indefinito della propria metamorfosi, una formica che abbandona l’ordine della fila e si ritrova libera nel vasto mondo, un polipo meditabondo nell’acquario di un ristorante, un canarino affezionato alla propria gabbia. Ben documentato sulle caratteristiche di ciascuna specie, Sartori usa in questi racconti l’arma del comico, con piglio ed effetto sicuri, per smascherare qualità antropiche e luoghi comuni, fino a sconfinare nel surreale in altri testi successivi, eloquenti fin dal titolo: Eposilla, Scarafaggio, Halobacterium, Thalarctos maritimus… Fuoriserie è invece il racconto dedicato all’Unicorno, un bel gioco a effetto con la natura letteraria di questa bestia.

Magliani, dal canto suo, è vocato allo sguardo epico e all’avventura: solidissima è la terza persona che sta addosso a Cobre, il protagonista del più lungo racconto del libro, che è con lui quando viene abbandonato dal padrone nell’entroterra ligure sopra Imperia e si rimette da solo in cerca del mare, fino ai declivi abitati di Porto Maurizio, attraverso paesaggi naturali e urbani restituiti qua e là con tratto espressionistico: «Il giorno aveva lasciato sul mare un liquido viola come certi insetti che prima di scappare sputano una cosa che assomiglia al sangue». Cobre troverà il mare, lo osserverà a lungo, tenterà di attraversarlo, verrà tratto in salvo, incontrerà un bambino, un poeta, dei gatti, una cagna, si accoppierà, verrà ferito dalla marmitta rovente di un motociclo, farà una brutta fine. Quella di Cobre è la storia di un cane dotato non solo di un anelito, ma anche della capacità di ignorare la propria angoscia e di un’attitudine che noi uomini chiameremmo ragionativa, di calcolo persino, ma che grazie al prodigio della prosa ipnotica di Magliani ci risulta del tutto naturale, nonostante l’apparente inverosimiglianza – proprio come il racconto di suo figlio, che nell’ultimo racconto del volume si mette sulle tracce del padre con il senno di chi conosce la storia scritta che ne ha fissato le gesta antieroiche.

I due racconti, esplorazioni della condizione randagia, sono collegati anche dalla figura del poeta, l’unico essere umano a trovare un “dialogo” e una fratellanza con le bestie, anche se attraverso questo rapporto Magliani, forse non contento della forza delle parti più descrittive e visionarie, ha tentato di dotare il suo testo di un surplus di letterarietà che a tratti ne guasta la ferma bellezza. Le due storie messe insieme sono infine una riflessione sul paesaggio ligure, umano e naturale, e sullo scorrere del tempo sociale e individuale, con approdi di toccante lucidità: «perché tanto rincrescimento se obbedire oggi per ciò che ti si chiedeva ieri è la sola felicità mai avuta…».

Non so se a questo punto abbia ancora senso chiamare in causa certi classici per puntellare un giudizio su questo libro. Voglio dire, non so se ve ne sia ancora bisogno. Forse ha avuto ragione Sebaste a citarli solo di sfuggita in apertura della sua prefazione: Tolstoj, Singer… Plutarco?! Kafka in ogni caso lo lascerei al suo posto. Kafka non lo chiamerei in causa neanche se dovessi parlare di un testo di Kafka: c’è sempre il rischio passare per accademico o filosofo (o peggio, per esperto di Kafka). Ma il punto è che Sartori e Magliani se la cavano benissimo da soli: il loro libro a quattro mani non ha certo le pretese di un classico a venire, e forse l’andazzo dell’editoria ne favorirà un oblio fin troppo precoce, ma Zoo a due ha, nel suo piccolo, tutta la bontà di un duplice talento coltivato per anni nel cono d’ombra di una dedizione assoluta.

Commenti
3 Commenti a “Appunti di lettura su “Zoo a due””
  1. Vincenzo Oliva scrive:

    “Questa non è una recensione, con quelle ho smesso. È qualcosa di più personale” E cosa dovrebbe essere una recensione se non qualcosa di personale? Una recensione che non sia profondamente, intimamente personale non vale la pena. Né di essere scritta né di essere letta. Certo, ci sono recensioni che si scrivono per _interesse_ personale; e oggi sono la maggioranza di quelle che si leggono sul web. Ma quelle non sono recensioni: sono marchette.

    Grazie dell’interessante recensione, a ogni modo :)

    V.

  2. Hai ragione, Vincenzo, tutte le buone recensioni sono personali. Ma non è detto che lo sia sempre la loro forma. Sapevo di correre un rischio, con quell’attacco. Ma era a sua volta una questione privata: dopo anni di pubblicistica su carta in cui avevo mantenuto un po’ meccanicamente un registro più elevato, accademico, anche un po’ frigido forse, ho sentito il bisogno di approdare a un tono più autoriale, più personale appunto, dove però fossero la lingua e la composizione a incarnare questo cambiamento. E quando ci ho finalmente provato non pensavo che la recensione sarebbe stata ospitata da m&m, dove della mia critica precedente non c’è traccia :)

  3. Vincenzo Oliva scrive:

    Il mio commento era un po’ provocatorio :D, ma è vero che sono insofferente all’idea di una critica in qualche modo asettica. La scrittura è creatività, che sia narrativa o interpretazione, e la creatività ha una dimensione che non solo non può essere eliminabile, ma deve essere ineliminabile.

    V.

Aggiungi un commento