È straziante ma è così

di Christian Raimo

Sta succedendo a tutti quello che succedeva alle persone che abitavano in Val Seriana, nelle zone rosse, lo scorso marzo. Conosciamo persone che si ammalano, ogni giorno, più volte al giorno abbiamo notizia di qualcuno si è ammalato, sta male, di qualcuno che è in ospedale o che è morto.

È un fenomeno che dovrebbe darci l’idea di una crescita esponenziale, incontrollata, del contagio; ma ancora evidentemente in molti casi non ce la dà.
Dovrebbe dirci una cosa terribile: non riusciamo più a tracciare. E se non riusciamo più a tracciare, è sconsiderato dire: in quel posto non ci si infetta, quel posto è sicuro, quel posto è importante tenerlo aperto.

Il luogo dove ci si ammala siamo noi, il luogo dove ci si ammala sono i nostri corpi. Il virus non infetta i luoghi ma i corpi.

Chiunque di noi ha un amico medico, sente le sue paure più grandi: che in ospedale entrino degli spreader, che questa mancanza di tracciamento produca focolai incontrollati, che si sia costretti a non poter curare.

L’unico imperativo che dobbiamo avere nelle prossime settimane è: vedere meno gente possibile, lockdown o non lockdown.
Quindi scoraggiare qualunque attività di gruppo, collettiva, di condivisione, etc… È straziante, ma è così. È straziante perché la socialità è ciò che fa parte più profondamente della nostra natura umana, e è ciò per cui politicamente combattiamo tutti i giorni. Per avere più occasioni di incontro, più biblioteche, più teatri, più cinema.

Il secondo orizzonte morale che dovrebbe muoverci è: come possiamo aiutare quelle attività che altre persone non riescono a fare. Non possiamo reinventarci medici, ma possiamo ripensarci come educatori, caregiver, fattorini.
Il senso di solidarietà contrasta in modo pratico l’avanzare della pandemia e la crisi sociale che questa genera.

Alcune cose sono cambiate e in modo molto rapido nelle utltime settimane: quello che valeva a metà ottobre non vale più. Il sistema di tracciamento è saltato, e nella maggior parte dei locali chiusi non è possibile a fine ottobre inizio novembre tenere aperto, areare i locali, e anzi occorre accendere i riscaldamenti. Per un virus che – abbiamo capito negli ultimi mesi – si propaga moltissimo attraverso l’aerosol e non solo i droplet, qualunque posto chiuso è un luogo d’elezione. Lo sono le case, i ristoranti, e purtroppo i teatri, i cinema. Lo sono purtroppo più i teatri dei cinema, come lo sono i set, o i programmi televisivi, perché le compagnie, perché lo spettacolo mette in scena la socialità non la solitudine, gli attori devono provare, e in questo momento se non si riesce a tracciare, ogni prova può essere rischiosa. Lo sono ovviamente anche le chiese, in cui le funzioni andrebbero sospese, anche se paradossalmente sono meno pericolose perché spesso non hanno riscaldamenti.

Ma c’è un altro fattore essenziale: è vero che luoghi come la scuola, i cinema, i teatri in questi mesi sono stati luoghi più sicuri, dove ci si contagia meno rispetto al resto. Ma è da scoraggiare, da evitare quello che avviene ovviamente spesso prima e dopo la scuola, il teatro, il cinema, la messa. Ci si incontra. Si va in macchina insieme, si fa una chiacchiera. E non dobbiamo incontrarci, dobbiamo farlo il meno possibile. E se vogliamo incontrarci, dovremmo farlo all’aperto, a distanza, con le mascherine. È evidente quanto questo sia terribile. Tanto terribile che c’è il rischio che alcuni posti non riaprano più.

È evidente soprattutto quanto questo sia inaccettabile se non arrivano, in tempi brevissimi, sussidi per tutto il settore culturale e dello spettacolo. Non l’elemosina di primavera, ma sussidi consistenti. Ci vuole una redistribuzione di reddito tanto consistente da essere scioccante. Non è possibile tollerare che in una pandemia ci siano alcuni che si arricchiscano sulle condizioni dello strazio, ossia sul fatto che non possiamo incontrarci.

Nel frattempo vanno sospese o ridotte il più possibile tutte le attività in presenza che si possono sospendere anche se non esplicitamente indicate dal dpcm: le ripetizioni private, lo sport il pomeriggio anche per chi è agonistico, le lezioni di musica, etc… Sono spesso le cose a cui teniamo di più, che danno senso alla nostra vita, o ci danno il reddito per pagare le bollette. Ma qualunque attività sociale in presenza andrebbe scoraggiata, per poter consentire almeno un po’ di sicurezza in più per le attività di cura. Non solo per i malati, ma per le persone fragili, i disabili, le persone non autonome, per i quali è impossibile sospendere i contatti.
Soprattutto vanno sospese tutte le attività che si fanno nei luoghi chiusi e che chiedono una presenza di più di dieci minuti. Questo è chiaramente ancora più straziante, ma è possibile fare altrimenti? A marzo paradossalmente era più facile, non lo sapevamo, ma il fatto che stavamo andando incontro a una stagione di socialità all’aperto ci avrebbe aiutato.

Anche qui, occorrono sussidi, molti sussidi, per genitori, persone sole, per avere farmaci in casa: tachipirina, eparina, cortisone, dispositivi medici: mascherine, saturimetri.

C’è da avere paura? Sì. Ma una paura informata, razionale. La paura che dà responsabilità. E che ci evita un’angoscia che ci mette stupidamente a rischio, ci fa vedere pericoli che non ci sono e ci fa rimuovere i pericoli che ci sono.

Nel momento in cui non c’è più un tracciamento e in cui ci saranno sempre meno indicazioni di protocolli da seguire, le regole della convivenza stanno a noi. Rispettarle, educare a rispettarle, modularle ogni giorno sullo stato d’emergenza.

Nel frattempo lavoriamo su quello su cui non abbiamo lavorato finora: un’infrastruttura sanitaria e sociosanitaria pubblica degna, un welfare d’emergenza che informi anche quello postemergenziale, un sistema che valorizzi prevenzione e educazione.

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