Intervista su Roma per arrivare con qualche idea alle prossime elezioni #3 – Marco Simoni

(la foto è di Alessandro Imbriaco e fa parte del progetto Un posto dove stare sulle dimore informali a Roma)

di Christian Raimo

Marco, eccoci a chiacchierare di quella che tu in un recente saggio per il Mulino hai rinominato la questione romana. Come hai visto dalle interviste con Sarah Gainsforth e Daniele Leppe, i temi che tu evochi rispetto alla politica romana sono convergenti: il bisogno di una classe dirigente per una capitale europea, la definizione di una vocazione economica che non sia solo parassitaria o inerziale, l’amministrazione che non riesce a affrontare le questioni sociali e che anzi spesso è causa dei problemi attraverso la cattiva gestione dei servizi. Ti coinvolgo in questa serie di interviste dopo aver letto il tuo saggio, ma anche perché tu sei romano, voti qui, e nel frattempo lavori a Milano e sei stato in Europa, e il tuo occhio quindi è al tempo stesso empatico e tagliente. Il tuo saggio è pieno di buona volontà, cosa che invece manca ormai nel dibattito pubblico su Roma che invece è intriso di retoriche dell’emergenza. Partirei proprio da questo: dallo stile. Qual è secondo te lo stile politico che serve al dibattito sulla città?

Christian, intanto grazie. Secondo me serve uno stile non retorico: asciutto, vero, comprensibile. La politica fatta a slogan si è illusa di avvicinarsi alle persone ma ha fatto il contrario: la politica di frasi fatte è oscura, le azioni sono diventate slegate dalle parole. Il linguaggio di plastica è figlio della idea malsana che con una misura, con una riforma, un atteggiamento, si possano risolvere tutti i problemi. Una specie di riduzionismo politico che è un’impostura. Chiunque abbia costruito qualcosa in vita sua sa che i progetti richiedono tempo, un piano e una esecuzione che è sempre difficile e imperfetta. Le soluzioni definitive non esistono, ma esistono i cammini giusti e le strade da percorrere in maniera collettiva, specialmente se si tratta di una polis e non di un destino individuale.

La parte più consistente delle discussioni su Roma è una pars destruens e al tempo stesso dibattito sulla sovrastruttura. Tu che hai un approccio più pragmatico ti concentri invece sulla pars costruens e sulla struttura. Per esempio parli esplicitamente di economia, di come ripensare lo sviluppo economico di Roma. Quella della crisi di vocazione economica della città è un convitato di pietra. Secondo te come dovremmo immaginare questa vocazione?

Rimasi folgorato da uno di quei grafici che ogni tanto circolano su Twitter: mostrava come Roma fosse l’unica capitale europea a non trainare (tanto o poco, a seconda del paese) il resto. Infatti, da oltre dieci anni Roma cresce meno (o decresce più) del resto del paese. Si potrebbe dire che la crisi di crescita dell’Italia in realtà è una storia romana! La questione economica allora non è un convitato di pietra, ma il cuore e l’origine di tutte le numerose crisi con le quali poi i cittadini si scontrano quotidianamente, quello che tu chiami “sovrastruttura”.

E’ chiaro che le strade dissestate sono un problema, o che il consumo della città a opera del turismo di massa dei bed and breakfast è, o meglio era prima del Covid, davanti agli occhi di tutti. Ma affittare ai turisti la casa ereditata dalla nonna è stato un fattore di sopravvivenza per un pezzo vero della nostra generazione, schiacciata dalla assenza di prospettive economiche decorose. E la crisi dei servizi pubblici è soprattutto la crisi del modello economico precedente.

Ma questo non significa che ci sia un problema di vocazione economica per Roma. Non a caso si usa questa parola, perché uno la vocazione non può darsela, o ce l’ha o non ce l’ha. Roma ne ha molte ed evidenti.

Quelle eterne della cultura e del turismo non hanno oggi alcun respiro – i pellegrini sono arrivati a Roma in massa da quando esiste l’Urbe, ma ora manca ogni prospettiva per farne strumento di crescita sostenibile (che vuol dire innovazione, professionalità, diffusione sul territorio). Roma è sede delle principali aziende energetiche d’Italia e di importantissime università, sarebbe dunque la sede naturale di un grande polo tecnologico sui temi della transizione energetica, della decarbonizzazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Roma potrebbe inoltre essere un formidabile laboratorio di queste tecnologie.

Altre vocazioni note, in settori in crescita globale: l’industria creativa editoriale legata agli spettacoli e alla diffusione in streaming; la ricerca e assistenza socio-sanitaria; una che mi sta a cuore, l’esposizione verso l’Africa: Roma può credibilmente candidarsi ad avere un ruolo internazionale vero e nuovo nel settore della finanza per lo sviluppo, ma che è molto naturale e in linea con le sue corde storiche di città popolare affacciata sul Mediterraneo. Potrei continuare, il concetto che vorrei trasmettere è che la crisi economica di Roma è l’origine di tutte le sue crisi, ma esistono le condizioni perché questa china cambi.

L’impressione che si ha facendo politica a Roma è che queste trasformazioni che tu auspichi non avvengano certo per le criticità di contesto ma anche perché banalmente manca una classe dirigente preparata. E con questo non penso a Olof Palme o Nelson Mandela, ma quel curricolo di studi e di esperienza sul campo internazionale che può essere poi rimodulato per fare di Roma una capitale almeno europea se non mediterranea come dici. Le università romane continuano a produrre studiosi e intelligenze che però poi prendono e partono e magari si mettono a fare politica fuori da Roma, se non fuori dall’Italia. E qui ti chiederei anche una piccola digressione su quelli che sono stati gli ultimi tre sindaci di sinistra romani: Veltroni oggi è impegnato a fare film e scrivere editoriali sul Corriere, Rutelli dirige l’Anica, Marino fa il chirurgo in America. Roma sembra un posto che si usa per fare politica per poi rilanciarsi altrove o andarsene maledicendo tutto.

In realtà gli esempi che tu citi, tra l’altro diversissimi, potrebbero essere considerati fisiologici. Persone che hanno svolto un servizio politico alto che, terminata quella fase della vita, trovano spazio di espressione e lavoro altrove. Magari fosse questa la norma! Ma non vorrei essere frainteso: la politica è un lavoro, un lavoro intellettuale specialistico che richiede un impegno lungo nel tempo. Penso che la scomparsa di partiti radicati sia stato un danno per la democrazia. Da noi come altrove, la fine dei corpi intermedi ha drasticamente ridotto la trasmissione di informazioni tra le persone e i politici. Oggi chi governa o fa opposizione è privo di quel flusso costante di conoscenza che rendeva efficace la sua azione. Questo riguarda tutti, ma colpisce la sinistra molto di più perché non si possono operare trasformazioni della realtà se non la si conosce, la realtà. Perciò sono così importanti le classi dirigenti diffuse.

Possiamo essere d’accordo sull’idea delle classi dirigenti diffuse. Ma l’impressione che ho è che ci siano delle classi dirigenti evaporate. Non lo vedi anche tu questo vuoto?

Rispetto alla loro presunta assenza, fammi fare un esempio citando la mia attuale esperienza a Milano come presidente dello Human Technopole, nuovo centro di ricerca nato per dare una vocazione scientifica all’area dove si è svolto l’Expo 2015. Grazie a regole chiare, un progetto condiviso, una collaborazione locale molto forte, oggi HT è anche un grande, forse il principale, esempio di “ritorno dei cervelli”. Scienziati di fama così come più giovani tornano, dopo 10 o 30 anni all’estero, a fare ricerca in Italia a valle di concorsi internazionali severi. Dunque la mancanza di attrattività non è una condanna, ma il risultato di scelte che si possono cambiare. Una classe dirigente, culturale in senso molto ampio, romana, esiste eccome, ma si vede poco e non si presenta mai come tale, ossia come originaria di Roma.

A chi ti riferisci?

Ti faccio due esempi diversissimi. E’ uscito quest’anno un libro per Bompiani, Gotico Americano che sta avendo un grande successo internazionale. L’autrice, Arianna Farinelli, è una romana trapiantata a Manhattan che parla di New York con l’acume che solo una cittadina di grandi città può avere. Ma nessuno lo rileva questo fatto. Altro esempio: questa settimana Forbes dedica la copertina a un grande imprenditore italiano di prima generazione – ossia che ha creato la sua azienda da zero. Si chiama Fabrizio Di Amato e da Roma ha creato una multinazionale tecnologica importantissima. Potrei farti molti altri esempi nella scienza, nelle culture digitali, nelle scienze sociali e così via. La realtà è che la classe dirigente che esiste non viene coinvolta in nulla che riguardi la città, non viene mai sottolineata l’importanza della esperienza di Roma nelle creazioni dei romani e delle romane. Questo naturalmente acuisce il senso di alienazione di questi strati di professionisti e creativi nei confronti della propria città, come un dolore sordo a cui non c’è rimedio.

Vogliamo allora dire che questa classe imprenditoriale sembra molto lontana o molto egoista, o molto delusa? Ti faccio l’esempio che vedo io. A Roma, nonostante la crisi e ora la pandemia, i super ricchi sono continuati a crescere, e crescere troppo, come d’altronde nel resto del paese: in Italia 400mila persone hanno un patrimonio finanziario che supera il milione di euro; le quote di ricchezza complessiva nelle mani di un ristretto numero di beneficiari aumentano esponenzialmente. A Roma, secondo l’ultimo rapporto Inps, i top earners, ossia le persone che guadagnano più di 533mila euro annui, sono circa mille. Non pochi. Quelli che guadagnano più di 217mila euro sono circa 8mila. Facendo un rapido conto, messa insieme, la concentrazione di ricchezza – solo reddituale – di meno di 10mila romani (lo 0,3 per cento dell’intera popolazione della capitale) assomma a quasi dieci miliardi di euro. Dove finiscono tutti questi soldi dei privati? Quali sono le attività produttive che determinano questo reddito?

 Christian, a Londra oltre 140mila persone guadagnano oltre 160mila euro l’anno. Anche scontando il fatto che a Roma ci sono un terzo degli abitanti di Londra il problema è che i ricchi a Roma sono troppo pochi! Un numero che tradisce una enorme debolezza e lentezza dell’economia. Poi, certo, fai una domanda chiave: perché sono così bassi gli investimenti produttivi a Roma, sia da parte di imprenditori locali che da quelli internazionali? Io penso che la ragione principale sia l’incertezza che deriva da amministrazioni locali prive di credibilità. Il punto non sono le famigerate “competenze”, quelle arrivano sempre quando si mostra visione e decisione politica: il punto è proprio la volontà di perseguire una politica di buona crescita economica. Invece dei centri commerciali ci vorrebbero piani veri per far tornare industrie produttive nei tanti siti dismessi che esistono dentro anche dentro al comune e che si possono convertire con relativa facilità.

E riguardo la tua critica al regime economico, che non voglio eludere: a me pare evidente che il capitalismo occidentale ha preso una curvatura sbagliata negli scorsi venti anni. Ora che è rimasto come unica plausibile forma organizzativa dell’economia, come spiega Branko Milanovic nel suo ultimo libro, è necessario riscrivere il contratto sociale su cui si basa, che si è lacerato. Sono convinto inoltre che molto più che in passato questa opera di scrittura si componga di parti locali e parti globali. Ti ricordi quel vecchio slogan degli anni ’70, pensare globale e agire locale? Oggi è molto più vero di allora. Mentre il livello nazionale appare quasi privo di strumenti per incidere davvero sulla vita delle persone, è proprio il livello locale, accanto a quello globale, ad essere diventato chiave per trovare un nuovo equilibrio tra distribuzione e redistribuzione, che poi è il vero cuore della democrazia.

Dall’altra parte, per una serie di ricchi che non investono, a Roma abbiamo anche la più grande massa di studenti e ricercatori d’Italia che non trovano come determinare il loro peso nel dibattito pubblico e nella costruzione della città. Perché abbiamo tre università gigantesche e decine di piccole università e questo è come se non incidesse sulla visione di Roma?

Per due ragioni. La prima è che le università e le loro competenze non sono coinvolte a sufficienza nella gestione della città e dei suoi progetti. Esiste una ricchezza di conoscenza e ricerche, su mille aspetti della città di Roma, prodotta da dipartimenti universitari e gruppi di studio che viene completamente ignorata da chi ha le responsabilità di gestione. Inoltre, senza assolvere nessuno, esiste anche un tema vero su cui mi interrogo da tempo sulle responsabilità della scienza. In un’epoca nella quale è scomparsa la funzione connettiva dei corpi intermedi, io credo che il mondo della ricerca debba farsi direttamente carico del dialogo orizzontale con le persone. Altrimenti l’effetto “torre d’avorio” genera lo scetticismo e i no vax.

Ti faccio un’ultima domanda sugli spazi. Scrivevo recentemente un articolo in cui parlavo di “città sequestrata”: “Roma è una città in cui l’amministrazione è sequestrata da interessi che sorvolano la politica, e sono appannaggio di aziende private a parziale o totale capitale pubblico. Sono sequestrate le decisioni, sono sequestrati gli spazi, sono sequestrati i luoghi democratici dove si discute e si decide”. All’amministrazione è come se venisse chiesto di fare solo manutenzione ordinaria, i marciapiedi, lo spazzamento, mentre la progettazione urbanistica è appannaggio di grandi società magari a capitale pubblico, da Acea, a Rfi, a Ama, invece che essere in capo ai politici eletti. Che ne pensi di questa visione di una politica estromessa dalle sua possibilità di governo?  

Io credo che sia stata la politica ad abdicare alla funzione di regia pubblica che le è propria. Così facendo non riesce nemmeno, come è evidente, a svolgere la manutenzione ordinaria. Oggi, in un tempo in cui il thatcherismo è tramontato, il tema non è se lo stato, o la politica locale in questo caso, debba intervenire, ma come debba intervenire. Il modello che a Roma ha franato è quella della proprietà diretta delle aziende. Il fallimento di Ama, Atac non dipende dalla corruzione o alla malagestione. La corruzione e la malagestione sono effetti inevitabili di un modello che non ha altri controlli se non la discrezionalità di gradimento del sindaco di turno. Altre aziende, per esempio l’Enel, hanno risultati ottimi per sé e per lo Stato pur essendo controllate dallo Stato. Per poter esercitare il ruolo di regia, la politica deve rinunciare a fare mestieri che non può saper fare, e riappropriarsi invece della sua funzione massima, quella di identificare e perseguire l’interesse pubblico.

Commenti
2 Commenti a “Intervista su Roma per arrivare con qualche idea alle prossime elezioni #3 – Marco Simoni”
  1. sergio falcone ha detto:

    Parlate di personaggi che non hanno i problemi che possiamo avere noi, che non contiamo nulla. Vivono in un mondo parallelo al nostro, ma profondamente estraneo. Della loro politica non so che farne. Parole al vento.
    E nessuno che sia in grado di fermare il degrado nel quale stiamo sprofondando.
    Votare, non votare, e’ del tutto irrilevante.

  2. Sciltian Gastaldi ha detto:

    La risposta che Marco Simoni dà all’ottimo Christian sul fatto che il problema è semmai che a Roma ci sono troppo pochi ricchi, e non troppi ricchi, penso che causerà a Christian 10 anni di analisi. A Chrì, se scherza, eh, daje!

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