L’abitudine è una seconda natura che distrugge la prima

di Christian Raimo

La cosa più difficile di quest’anno è stata ed è ancora immaginare di poter essere diversi, poter cambiare anche minimamente alcune nostre abitudini, almeno alcuni automatismi.
Nei primi giorni della pandemia si erano diffusi due auguri utopici: Andrà tutto bene e Non dobbiamo tornare alla normalità perché la normalità era un problema.
Sulla prima sappiamo come è andata.
Sulla seconda è andata peggio.
Non siamo riusciti a pensare nulla di particolarmente non dico di rivoluzionario, ma di creativo, rispetto alle forme di vita della nostra società.
Tutto è rimasto pressoché identico, gli orari di lavoro, i modi di fare scuola, gli stili di consumo, le modalità di governo e le modalità di critica, i giornali e i partiti, abbiamo continuato a usare parole retoricamente mediocri come ripartenza, abbiamo immaginato che una tecnologia arrangiata – plexiglass, banchi con le ruote – potesse risolvere problemi strutturali e abbiamo pensato che qualcosa che dipendeva da noi, una pandemia, non dipendesse da noi, lasciando che questa seconda ondata arrivasse di nuovo come un asteroide imprevisto.
Mi sono sempre chiesto, studiando storia, come coloro che avevano vissuto l’inferno della prima guerra mondiale, non avessero sviluppato una cultura pacifista che li mettesse a riparo da una nuova tragedia dato che quella che avevano vissuto era stata tanto devastante da sembrare un unicum tragicamente irripetibile. Ho studiato mille volte i problemi che ha creato la pace di Versailles, ma mi sono comunque chiesto mille volte come chi era sopravvissuto alle trincee della prima guerra mondiale potesse solo ipotizzare di ascoltare delle retoriche belliciste. E invece.
Pascal dice: “L’abitudine è una seconda natura che distrugge la prima”. È per lui una frase edificante, ma letta con un altro tono suona straziante.

Commenti
6 Commenti a “L’abitudine è una seconda natura che distrugge la prima”
  1. Andre Disint ha detto:

    “Mi sono sempre chiesto, studiando storia, come coloro che avevano vissuto l’inferno della prima guerra mondiale, non avessero sviluppato una cultura pacifista che li mettesse a riparo da una nuova tragedia dato che quella che avevano vissuto era stata tanto devastante da sembrare un unicum tragicamente irripetibile”.

    Ecco, per dire. Poi corriamo a distruggere la scrittura degli altri. Recensiamo i romanzi di quelli che scrivono male.

  2. Pinin ha detto:

    Raimo, non si capisce quello che vuoi dire. Davvero.
    Poi la citazione di Pascal così detto alla francese, alla cazzo di cane (cit.)
    Capisco che è un brutto periodo. Molto brutto, ma i correttori delle bozze, o qualcuno che rilegge
    potrebbe aiutare.
    Auguri.

  3. Alessandro Ficara ha detto:

    Sì, vabbè, ma non è che a ogni articolo di Christian Raimo si deve scatenare la lagna dei letterati romani di terza e quarta fila che ce l’hanno con lui per cose che non ce ne può fregare meno di niente. Belin, piantatela!

  4. conte drugula ha detto:

    la prima fila chi la decide?

  5. Teresa ha detto:

    Raimo coglie nel segno. Per anni di cultura idealistica si è ingenuamente ripetuto che la Storia fosse magistra vitae. Poi è arrivato qualcuno che ha detto chiaramente che la Storia non è magistra di niente. Raimo lo ha dimostrato con esempi lampanti. Noi, al punto in cui ci troviamo, ne siamo la testimonianza vivente.

  6. Giulia ha detto:

    Mi chiedo se Pascal avesse letto Shakespeare?

    Questa una battuta di Amleto: “For use almost can change the stamp of nature”, ovvero “L’abitudine può cambiare lo stampo della natura.”

    Non ho trovato indicazioni bibliografiche precise sull’aforisma di Pascal, ma l’estrema somiglianza della sentenza è molto curiosa

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