L’adultizzazione dei bambini e l’infantilizzazione degli adulti

Questo brano fa parte del nuovo libro uscito nella collana Solaris di Laterza, Riparare il mondo.

di Christian Raimo

Dov’è, potrei domandarmi, che invece io ho imparato il valore dell’uguaglianza? Quand’è che l’ho vissuto, questo valore? Ognuno di quelli nati e cresciuti nel Novecento ha avuto un’educazione informale o formale all’uguaglianza. Nell’esperienza letterale della fratellanza, tra i compagni di classe, tra i cugini, tra gli amici del cortile, tra i compagni di scuola calcio. La narrazione dell’infanzia e della gioventù con cui oggi abbiamo invece a che fare è popolata solo di amici speciali, compagni speciali, figli speciali. Figli unici, sempre più spesso; figli di coppie separate, sempre più spesso; adulti figli.

La trasformazione dei figli in esseri speciali, in esseri fragili[1] – in creature la cui stessa esistenza è materia di interesse straordinario (come in Boyhood di Richard Linklater, 2014) o ha del miracoloso (come nei Figli degli uomini di Alfonso Cuarón, 2006) – ha portato con sé un doppio processo speculare: l’adultizzazione dei bambini – spiriti animali anzitempo – e l’infantilizzazione degli adulti.

Tempo fa a un semaforo incontrai una signora di 70 anni che chiedeva l’elemosina; portava un cartello con su scritto “Sono orfana, datemi un aiuto”: non ci siamo accorti che sotto i nostri occhi stava avvenendo una reinfantilizzazione caratterizzata da una diffusa tendenza non soltanto a sentirsi figli ma figli speciali. Un ripiegamento generazionale che potrebbe essere descritto come infantilismo di ritorno, come una sorta di ferdydurkizzazione: nel romanzo di Witold Gombrowicz, Ferdydurke, un Gregor Samsa qualunque, trentenne, si sveglia una mattina e si ritrova trasformato in un adolescente[2]. E proprio una mutazione di questo genere è quella che riguarda, nell’immaginario e poi nella realtà, anche la generazione di quelli che oggi hanno 30 o 40 anni, o che vengono trattati come persone di cui bisogna occuparsi, equiparati a fragili adolescenti da tutelare. Crescere è diventato un esercizio complicato; modelli e riti di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta vengono esautorati dalla loro funzione.

Anni fa notai un piccolo cambiamento che cominciava a serpeggiare tra gli scaffali della catena di videonoleggio Blockbuster, prima che il digitale si portasse via tutto. I film esposti, invece di essere suddivisi come al solito per genere (commedia, drammatico, thriller ecc.), venivano etichettati con delle scritte del tipo: Serata a due, Adrenalina, Relax con gli amici… La categorizzazione non era più basata su un codice estetico ma di fruizione, su una divisione merceologica. Nell’offerta commerciale era già inscritto l’effetto previsto sullo spettatore, la sua reazione. Oggi questo genere di catalogazione non ci sembra più paradossale. Su Netflix possiamo scegliere magari tra “serie drammatiche irriverenti”, “film spiritosi”, “serie tv americane cupe”, “film ad alto impatto visivo”. E questo processo si è chiaramente affermato se pensiamo a come le piattaforme come Amazon o Trip advisor ci consigliano di leggere un certo libro perché ne abbiamo già letti altri, di visitare un certo monumento perché ne abbiamo già visitati altri. In quanto spettatori siamo abituati dai contesti di consumo culturale a non mettere mai in discussione il nostro ruolo, ma a vederlo piuttosto confermato, consolato, ribadito, cristallizzato.

Anche nel mondo dei libri è avvenuta una mutazione merceologica importante, sebbene non così avvertita. Sempre qualche anno fa, nelle librerie è cominciato a comparire lo scaffale, poi il settore, di Young Adult, e poi di Teen, sulla scorta non tanto del successo di un Harry Potter, ma più dei libri di un Federico Moccia; si sono aperte collane appositamente dedicate ai gusti di adolescenti, post-adolescenti, Peter Pan di tutte le età. Nelle librerie fisiche e in quelle online nascono reparti dedicati ai teens. E i ragazzi, appunto, in libreria questi libri comprano. Cos’hanno di nuovo i libri dedicati ai teenagers rispetto alla letteratura che abbiamo definito per ragazzi da almeno qualche secolo? È che sempre più raramente raccontano una Bildung, una trasformazione irreversibile, lo sconfinamento di una linea d’ombra. In una parola, il crescere.

Il successo di libri come quelli di Twilight, di After, di Hunger Games, ma persino di quelli come Diario di una schiappa o degli youtuber, guida un mercato in espansione, sempre più articolato, ossia targettizzato. Un editoriale di “Hamelin”, una delle pochissime comunità-riviste che fanno critica sulle ideologie giovanili, dice:

In questi anni la narrativa “per giovani adulti” vive nel nostro paese una vistosa esplosione, è il settore in più rapida crescita; eppure non c’è praticamente ad oggi nessuna pubblicazione, studio, riflessione anche minima sulla situazione, sulle tendenze, sulle opere più importanti, sui temi e sulle tante questioni di ogni tipo che sollevano. Iperesposizione e assenza sono del resto il paradossale destino che caratterizza oggi l’adolescenza, protagonista dappertutto ma mai davvero considerata[3].

Gli adolescenti “tirano”: i libri, i film, la musica vendono un sacco. Anche se adolescente è una categoria che ha assunto

un valore farmaceutico, legato in maniera inscindibile alla parola “crisi”. Si preferiscono oggi (come del resto raccontano i nomi delle collane specifiche), termini più cool, come teens, YA, generazione x o y e via dicendo, e la dizione ufficiale nasce dalla normalizzazione di un riuscito ossimoro: young adults. “Giovani adulti” però non corrisponde pienamente ad adolescenti, sarebbe in realtà riferibile ad una fascia d’età successiva. Ma da un lato è rassicurante, perché sposta l’accento dal senso di crisi a quello di stabilità e benessere, visto che si è riconosciuti già come adulti, ma con la freschezza, l’energia e la libertà dell’essere giovani; dall’altro consente di fotografare una nuova società, un’età di mezzo esageratamente sfocata, che va dalla pubertà ai trentenni avanzati, in effetti una fetta di pubblico davvero appetitosa e per nulla chimerica, come dimostrano le vendite.[4]

L’adolescenza è un’età della vita; i giovani adulti sono un target, una fascia di mercato. Così il rischio è che i ragazzi si ritrovino a leggere esclusivamente quello che è scritto, pensato, esistenzialmente risolto con la stessa lingua, lo stesso immaginario, la stessa gamma di possibilità di vita del loro mondo. Libri sempre più solo in prima persona, al presente narrativo, come un lunghissimo vocale del protagonista al lettore. Un altrove, un’alternativa, spesso semplicemente non esiste. Nei protagonisti dei romanzi teen ci si identifica perché appunto si è uguali. Stessi tatuaggi, stessa povertà semantica, stessa direttezza.

I ragazzi sono diventati un soggetto editoriale più di trent’anni fa. La narrativa che raccontava i ragazzi e che soprattutto dava voce ai ragazzi è stata determinante nel passaggio tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, e nei tre decenni successivi. Nel 1985 Pier Vittorio Tondelli scriveva una specie di manifesto del suo lavoro di ricognizione delle voci under 25:

Non è possibile tracciare un identikit del giovane d’oggi, se non dimenticando tutte le mode e tutti i discorsi già fatti. Per tracciare un tale tipo di ritratto “scaveremo nei weekend, nelle sottoccupazioni, nei doppi lavori. Andremo presso i ladri di polli, i giovani artisti incantati, scenderemo sulle strade provinciali e comunali, incontreremo finalmente una marea di giovani improduttivi e selvatici, incazzati e morbidi, ubriaconi e struggenti”, ragazzi di cui i giornali non s’occupano, che le trasmissioni non fanno parlare, le firme non intervistano. Questi sono per me i giovani. Questi i ragazzi che danno speranza. Queste sono le novità: i ragazzi che pensano e cercano nell’oscurità la propria via individuale, le proprie risorse, al di là del baccano, degli strombazzamenti, dei riflettori puntati, dei capelli e dei vestitini. Ho appena terminato un romanzo di John Cheever, Il prigioniero di Falconer. Ho trovato un’immagine molto bella che cito a memoria: “Farragut sentì crescere nel deserto che era ormai il suo animo un fiore. Ma non lo trovò. Per questa sola ragione gli fu impossibile strapparlo”. L’esperienza giovanile degli anni Settanta, suicidatasi per gran parte in fenomeni di illegalità e di tossicomania, ha fatto il deserto. Ma in quell’ansia distruttiva, suo malgrado, non è riuscita a strappare quel fiore. Quel fiore è lì, adesso. Quel fiore siete voi .

Oggi quel fiore chi è? Chi si prende la responsabilità di dire: è vero, sono io? Nella letteratura, i giovani arrivano e prendono la parola nel 1977. Il movimento, le radio libere, il femminismo, le sperimentazioni artistiche, tutto li catapulta nella storia, che fanno a stracci. Boccalone di Enrico Palandri esce nel 1979, Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli nel 1980, Treno di panna di Andrea de Carlo è del 1981. Censurati, amati attraverso il passaparola, imitati come si fa con i fratelli maggiori: su quella matrice si innesta un’idea di gioventù che vuole segnare una sfida (estraneità, conflitto) con il mondo degli adulti.

Quello sperimentalismo anche ingenuo di scrittori under 25 o under 20 può essere sostituito da voci, spesso targettizzate per giovani, senza che si verifichi un cambio di stato?

In questo contesto, parlare di romanzo di formazione oggi sarebbe come ricordare che un tempo si scrivevano poemi bucolici. Il romanzo per giovani che spesso troviamo in libreria non ha nessuna pretesa né voglia di essere il racconto di una Bildung, prova ne sia che può avere un seguito. A Tre metri sopra il cielo può seguire Ho voglia di te, e da Ho voglia di te può scaturire lo spin-off Cercasi Niki disperatamente. Allo stesso modo i libri degli youtuber raccontano fasi – spesso molto brevi – della vita. E così ancora le serie tv. Se una serie ha successo, se riesce a raccontare perfettamente la temperatura sentimentale di una generazione di ragazzi, ecco subito è pronta la seconda stagione.

Si genera l’ossimoro della riproducibilità di un momento cruciale, unico. Abbiamo sempre amato la gioventù perché ci porta qualcosa di inedito, di inatteso; se però le linee d’ombra separano solo una stagione dall’altra, se la gioventù diventa prevedibile quanto una release, come possiamo continuare ad amarla? Il libro del 2007 di Jon Savage, in italiano Linvenzione dei giovani[6], ha un titolo originale più eloquente: Teenage. The Creation of Youth Culture. Nel concetto di teenager c’è un elemento sostanziale in più che Savage riconosce e per cui retrodata l’invenzione dei giovani addirittura al Diciannovesimo secolo: è la sua condizione di iniziato al consumo. La teenage, l’adolescenza, è la fase in cui i giovani scavallano il confine che li porta a essere cittadini a tutti gli effetti del paese dei consumatori.

Ma arretriamo ancora di più il nostro sguardo per poter distinguere l’adultizzazione dei bambini. Arriviamo all’infanzia, alla preadolescenza. All’inizio della Congiura contro i giovani Stefano Laffi descrive la scena tipo che accompagna la nascita di un essere umano nel nostro mondo occidentale. La data del cesareo, il nome passato al vaglio di cento conversazioni e lotterie, la casa rinnovata per fargli spazio, le mille foto appena viene alla luce, sul book, sul cellulare, appese in ogni stanza, il monitoraggio prima, durante, dopo.

E appena comincerà a camminare, vedrà alla sua altezza nelle edicole, nelle vetrine dei negozi, e alla cassa del supermercato, gadget di vario tipo con sirene multicolori messe apposta per rapirlo, perché qualcuno ha già deciso cosa deve desiderare, la norma invade presto anche il mondo preverbale e precognitivo di un bambino molto piccolo, e la norma è il consumo. Entrerà in un vortice di storie legato ai cartoni animati e ai film “per bambini” che si materializzano in quaderni, figurine, zainetti, pupazzetti, bigiotteria varia; e crederà di averne bisogno per stare immerso nello stesso flusso dei suoi amici, perché la norma colonizza anche la narrazione della quotidianità, decide per lui di cosa parlare, con cosa giocare, di cosa vestirsi[7].

La sua crescita viene descritta da Laffi come un processo di adeguamento. Dall’imprevisto si è passati al target. Buona parte dello sviluppo di un bambino coinciderà con la sua educazione al consumo, compreso l’imparare a disegnare, a cantare, a ballare. “Difficilmente qualcuno inventerà qualcosa con lui o avrà tempo per farlo, affinché lui possa sentire che il suo gesto viene prima di qualcosa di già atteso”[8]. Difficilmente ci sarà un senso di inedito, di inatteso, di assurdo.

Un bambino saprà riconoscere i loghi della Nike o di McDonald’s prima di imparare a leggere e scrivere. Al netto delle invettive apocalittiche e della mancata messa in discussione della struttura dell’industria di prodotti per bambini, il libro di Joel Bakan Assalto all’infanzia è un allarme molto serio sulla costruzione dell’immaginario e dell’ideologia dei bambini[9]. I numeri che Bakan riporta sono impressionanti: l’industria del kid marketing non esisteva cinquant’anni fa, oggi fattura mille miliardi di euro nel mondo. I bambini sono ridotti da quest’educazione informale a dei mini-adulti, nel più generico dei casi, a degli irresistibili assilli che, attraverso quello che in gergo si chiama nag factor o pester power, convincono i genitori a comprare.

Se l’obiettivo è l’acquisto, è interessante come questo meccanismo formi un’ideologia che riguarda tutti gli aspetti dell’educazione attraverso la scelta di un certo prodotto: il tempo (“se lo compri, ti farà risparmiare tempo”); la salute (“non vuoi che io stia meglio?”); l’educazione (“non vuoi che impari cose nuove?”); il risparmio (“costa poco, ti farà risparmiare denaro”); la felicità (“non vuoi farmi felice?”); la sicurezza (“non vorrai mica che mi faccia male!”).

Ragioniamo moltissimo di politica degli adulti, chiedendoci perché abbiamo a che fare con generazioni che spesso sono depoliticizzate, ma non riconosciamo come alcuni processi riguardino fasi molto precoci dello sviluppo. Ci sono almeno due generazioni di adulti che le hanno resi depoliticizzati.

[1] S. Benzoni, Figli fragili, Laterza, Bari-Roma 2017.

[2] W. Gombrowicz, Ferdydurke, Einaudi, Torino 1961.

[3] Poche parole sulle anatre d’inverno, in “Hamelin”, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2016/03/hamelin-41_web-3.pdf.

[4] Nicola Galli Forest, Breve introduzione all’editoria per giovani adulti, in Hamelin 41, 2016, pp.6-12, scaricabile qui: https://hamelin.net/wp-content/uploads/2016/10/introduzione-editoria-g.a..pdf

[5] P.V. Tondelli, Gli scarti, in Id., Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, Bompiani, Milano.

[6] J. Savage, L’invenzione dei giovani, Feltrinelli, Milano 2012.

[7] S. Laffi, La congiura contro i giovani. Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Feltrinelli, Milano 2014, p.9.

[8] Ibid.

[9] J. Bakan, Assalto all’infanzia. Come le corporation stanno trasformando i nostri figli in consumatori sfrenati, Feltrinelli, Milano 2012.

 

Aggiungi un commento