Le mucche non si sposano, ovvero sullo scendere in piazza oggi

di Daniele Manusia

Nella quinta puntata della seconda stagione della serie The Handmaid’s Tale, serie TV distopica tratta da un racconto di Margaret Atwood degli anni ‘50, c’è una scena che mi ha fatto pensare a quello che sta succedendo in questi giorni in Italia e, già da mesi, anche in altre parti d’Europa e del mondo. Con persone più o meno “comuni” (non allineate alle richieste di nessun partito o politico in particolare, al di là di quelli che provano a metterci il cappello) che hanno ricominciato a scendere in strada in piena pandemia – a loro rischio e pericolo, cioè – per protestare.

The Handmaid’s Tail è ambientata in una linea temporale in cui negli Stati Uniti un governo totalitario ha preso il potere e in pochissimo tempo ha ridisegnato interamente la società. Un giorno al potere c’erano gli hipster e praticamente quello dopo ci sono le caste e la legge si basa sull’Antico Testamento; le donne non possono leggere, scrivere né lavorare; lo stupro e le punizioni corporali sono istituzionalizzati, gli omosessuali e i dissidenti politici vengono impiccati e lasciati a penzolare agli alberi. I punti di contatto tra quella realtà e la nostra sono molteplici (la serie è più attuale oggi, a pochi giorni dalle elezioni statunitensi, rispetto a quando è andata in onda per la prima volta nel 2017) ma uno dei sottotemi più rilevanti e universali di The Handmaid’s Tale riguarda la possibilità di resistenza e le diverse modalità di ribellione.

The Handmaid’s Tale  è di una cupezza estrema e personalmente mi scontro sempre con lo stesso tipo di problema quando affronto questo genere di distopie “realistiche”: non riesco a fare a meno di chiedermi chi vorrebbe andare a fare una passeggiata in centro col rischio di vedere un morto appeso a un albero. Possibile che nessuno si domandi se era davvero quella la società che sognava, se la migliore destinazione d’uso possibile per le piscine comunali è quella di affogarci gli infedeli? La forza dei regimi totalitari passati, d’altra parte, dipendeva in parte dalla capacità di sottrarre i propri orrori allo sguardo della maggior parte dei cittadini a cui chiede complicità implicita. Scendevano a compromessi persino con l’umanità di quelli a cui chiedevono partecipazione attiva (ad esempio, con l’organizzazione fordista della macchina dello sterminio nazista). La disumanità, cioè, non può essere così manifesta, mentre un’opera artistica politica contiene sempre una metafora evidente. Quello che invece continua a fare presa su di me è la politicizzazione della paura.

Nella quinta puntata della seconda stagione di The Handmaid’s Tale due personaggi femminili si ritrovano in un lager in qualche zona remota del paese dove lavorano materiale tossico con la certezza di ammalarsi e morire. Non c’è nessuna prospettiva in quel posto ma nonostante ciò, o forse proprio per questo, due donne innamorate hanno deciso di sposarsi prima che una delle due muoia. Sul letto di morte decorato da pochi fiori raccolti di nascosto si scambiano le promesse e a questo punto avviene il dialogo tra i due personaggi principali. «Questo posto è un inferno e coprirlo di fiori non cambia niente!», dice una delle due, quella intelligente diciamo, perché l’altra a forza di subire torture fisiche e psicologiche è un po’ andata. «E allora? Veniamo qui per lavorare e poi morire. Almeno Kit muore felice, dov’è il problema?». Quella meno svagata delle due insiste: «Siamo mucche, questo è un mattatoio e voi glielo state decorando, questo è il problema!». L’altra, quando sembra ormai troppo tardi, chiude lo scambio con una palla all’incrocio delle linee: «Be’, le mucche mica si sposano» (Cows don’t get married).

Ho avuto l’impressione che questo scambio parlasse direttamente a me, forse a noi. Chi ha ragione, quella che vorrebbe dar fuoco al mattatoio con tutte le mucche dentro, anche se lei è la mucca o quella che ricerca la propria umanità anche in quelle condizioni? Per quanto mi riguarda, hanno ragione entrambe. Mi sembrano domande collegate a quella sempre più universale: “se questo è un uomo”: in fondo c’è un limite – di dignità, di sofferenza – oltre alla quale è giusto reagire anche in modo controproducente, kamikaze, terrorista; ma al tempo stesso è vero anche che la nostra umanità è una risorsa irrinunciabile (appunto: le mucche non si sposano, sposarsi in quel contesto è un gesto rivoluzionario).

Mentre guardavo questa scena ho pensato alle proteste che stanno segnando questi anni. Qual è il modo migliore per portare avanti un dissenso che è sia simbolico che concreto? Dovremmo limitarci a scrivere sui social network? A scrivere sui blog? Dobbiamo protestare stando attenti alle misure e rispettando ogni indicazione? Certo la pandemia è reale e le misure di chiusura hanno un senso pratico, ma con il coprifuoco è diventata manifesta la disumanità soggiacente al sistema, la violenza dell’ideologia capitalista per cui ci si può ammalare (o far ammalare) per andare a lavorare ma non si può fare nient’altro perché, ehi, c’è una pandemia là fuori. Ma le paure non conoscono il principio di non-contraddizione e si può al tempo stesso aver paura del Covid-19 e delle restrizioni per evitare la diffusione del Covid-19: protestare contro quelle stesse misure che dovrebbero tutelare la salute significa rifiutare il ricatto di fondo che la oppone al reddito, alla libertà individuale, potenzialmente a tutto il resto.

In Polonia ci sono voluti 14 notti e la più grossa mobilitazione dai tempi di Solidarnosc per spingere il governo a ripensare (per il momento) la legge che rendeva quasi impossibile abortire. Negli Stati Uniti si pensava che le proteste di piazza contro il razzismo istituzionale e la violenza delle forze dell’ordine avrebbe facilitato la rielezione di Trump, invece hanno manifestato e aumentato la partecipazione, nonostante le vetrine rotte e le scarpe rubate. Ed è significativo che dopo la sconfitta proprio Trump abbia chiesto ai propri sostenitori di scendere in strada, sostenendo che molti lo avevano già fatto “PER LA PRIMA VOLTA NELLA LORO VITA”.

Che questi anni siano contraddisti dalle proteste di strada è sempre più evidente e oggi in Italia – la prima notte del coprifuoco a Napoli, poi ad esempio a Firenze e in altre città, ancora ieri a Roma – si  protesta contro l’idea sempre più pressante, almeno per alcuni, che un futuro non ci sia, o che sarà sensibilmente peggiore del presente (che, va detto, non è un granché). Si è discusso, anche qui, di una vetrina rotta, dell’opportunità di alcuni deragliamenti. Qualcuno vorrebbe fare distinzioni, prendere distanze, io invece vorrei rivendicare la vicinanza, la solidarietà che ci unisce in una protesta senza centro e senza strategie pre-definite (o pre-definibili).

Non è la rabbia che ci accomuna, ma la paura, che ha radici politiche oltre che individuali e sanitarie (e in fondo anche la pandemia di Sars-CoV-2 ha radici politiche). Forse da quella scena di The Handmaid’s Tail ho capito questo: che non dobbiamo scegliere tra modi diversi di ribellarci. Che il piano simbolico – i fiori, i matrimoni messi in scena nei campi di concentramento – conta tanto quello dello scontro reale, fisico, persino violento. Che l’uno non delegittima l’altro.

Commenti
Un commento a “Le mucche non si sposano, ovvero sullo scendere in piazza oggi”
  1. Luisa ha detto:

    Mi piace un sacco questo pezzo. Solo coreggi tutti i tail in tale se no l’analogia con le mucche passa da fiolosofica ad anatomica. Procedo comunque a spammare sui miei social da anziana.

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