Il merito o la pietà? Note a margine di un articolo di Oscar Farinetti sulla pandemia

di Salvatore Cingari

§1. Ho letto con interesse e sconcerto l’articolo di Oscar Farinetti, il fondatore di Eataly, uscito il 5 maggio sull’Huffington post, intitolato: Tiriamoci su. Più merito, meno pietà. L’imprenditore lamentava che la pandemia in Italia aveva avuto l’effetto nefasto di alimentare il valore della pietà e non quello del merito. Additava ad esempio le dichiarazioni di “pietà” che all’estero venivano espresse nei confronti degli italiani, come ad esempio quelle di Sharon Stone e Lady Gaga. A suo avviso esse erano il risultato di un’immagine che il paese ha dato di sé ”a colpi di reddito di cittadinanza, d’emergenza e di piangerci addosso”. Anche la nuova disponibilità dell’opinione pubblica tedesca a concedere gli eurobond sarebbe stata il frutto della pietà e non della fiducia. Citava perciò il seguente brano tratto da “Der Spiegel”:
“Da 30 anni lo Stato italiano spende meno per i suoi cittadini di quello che prende loro in tasse. Gli investimenti pubblici in Italia sono stati tagliati di un terzo dal 2010 al 2015. Si sono rimpicciolite le spese per l’istruzione e la pubblica amministrazione. Un vero e proprio collasso. Questo mentre in Germania la spesa pubblica è cresciuta quasi del 20%. Ossia lo Stato spende a testa un quarto di più di quello che spende in Italia. Il che in questi giorni si percepisce dolorosamente. In Italia è avvenuto un dramma incredibile: sono mancati i posti letto e sono morte tante persone che oggi forse potrebbero essere ancora in vita. Ora, è chiaro che tutto ciò non sia colpa della Germania, tuttavia è giunta l’ora di mettere fine a questo dramma e magari proprio con gli Eurobond”.

Farinetti commentava quindi questo brano senza riflettere sul tema cruciale della diversa entità e composizione della spesa pubblica fra Italia e Germania, bensì puntando a sostenere che la motivazione di questo nuovo atteggiamento dei tedeschi verso gli italiani sarebbe la “pietà”, che il fondatore di Eataly definisce “classico sentimento di romana memoria” (pietas). Aggiungeva che i tedeschi in tal modo registrano che “siamo degli sfigati, ma talmente in difficoltà da meritare un gesto di clemenza”. E proseguiva:

“abbiamo politici del Governo che sanno parlare solo di assistenzialismo e si fanno filmare perennemente in aeroporto ad accogliere aiuti umanitari (…) Insomma secondo me non vi è dubbio che, in quanto a suscitare pietà, ci stiamo dimostrando campioni mondiali”.

Concludeva perciò con una comparazione con il piano Marshall. A suo avviso in quel caso lo “meritavamo tutti”:
“noi Italiani ci rimboccammo le maniche: nuovi sentimenti come la fiducia, il coraggio, l’impegno, il senso del dovere e la creatività impregnarono le menti, i cuori … e le braccia di quella generazione benedetta che raccolse le rovine dei loro padri. Partì un comune delirio di positività e di fiducia: tra i lavoratori, gli imprenditori, i politici, i media, gli artisti eccetera. In 20 anni di lavoro e passione riuscimmo a diventare la quinta nazione al mondo per prodotto interno.
Non dovremmo far altro che copiare da quella generazione. Incominciando dai sentimenti”.

Farinetti però non spiegava perché l’Italia uscità da vent’anni di fascismo culminati con l’alleanza con Hitler si meritasse il piano Marshall, né rifletteva sul fatto che il paese era sceso dal quinto gradino del podio (anzi, dal quarto) proprio negli anni in cui si cominciò a contrapporre il Nord produttivo a Roma ladrona, a ritenere che bisognasse diminuire le pensioni e le garanzie per i lavoratori, che lo Stato dovesse disinteressarsi dell’economia limitandosi a fornire incentivi e a cedere competenze e ad alleggerire le amministrazioni e la spesa pubblica a vantaggio del mercato e dei privati. Una linea politica che ha accomunato la cultura liberal progressista con quella del populismo di mercato leghista e berlusconiano, al netto delle differenze sulle questioni della giustizia e del conflitto d’interessi o degli immigrati. Colpisce veramente l’utilizzo del termine “sfigati”, legato ad un immaginario adolescenziale spietato, basato sull’etica del conformismo e del successo, mutuata d’oltreoceano e alimentata in quegli anni ottanta che incubarono la fine del mondo di ieri: c’è addirittura una sorta di imbarazzo nazional-patriarcale, di vergogna – in Farinetti – per la visibilità del proprio dolore agli occhi delle star femminili straniere. Colpisce il persistente utilizzo del termine “assistenzialismo”, che serve di fatto a stigmatizzare i dispositivi di redistribuzione e aiuto alla domanda slegati da un riscontro di produttività. E che dire poi del fatto che il reddito di cittadinanza, i prestiti a fondo perduto e persino i soccorsi durante il picco dell’emergenza, vengano considerati guadagni immeritati mentre invece le rendite e gli investimenti finanziari, cioè la fonte principale dell’odierno accumulo di ricchezze senza alcun ritorno sociale, non suscitino alcuna perplessità, così come i patrimoni ereditati di famiglia (spesso alle origini dei più brillanti ed apparentemente autonomi successi imprenditoriali) e le rendite, ad esempio, immobiliari? E che dire anche del fatto che, dopo la tragedia del coronavirus, l’imprenditore ritenga di dover contrapporre la pietà – come sentimento di compartecipazione al dolore altrui, ad un merito che sostanzialmente si identificherebbe con gli animal spirits competitivi slegati dalla cura e dalla responsabilità per l’altro?
C’è una folgorante pagina del David Copperfield di Dickens che sembra essere stata scritta nei giorni della pandemia. In quel punto della narrazione, ancora Copperfield non si è reso conto che Stettforth, il suo grande amico e protettore dei tempi del collegio – da lui, orfano, avvolto in un’aura mitica -, nasconde un volto anaffettivo ed egoista, sospeso fra la rivendicazione del proprio privilegio aristocratico e la nuova consapevolezza pre-decadentistica del nulla di tutte le cose in cui solo resta l’affermazione del proprio ego. Discutendo della prossima morte di un amico di famiglia di David, Stettforth gli dichiara che non bisogna fermarsi ma continuare a cavalcare per vincere la corsa: “il sole tramonta ogni giorno, la gente muore ogni minuto e non dobbiamo spaventarci per la sorte comune”. E David un po’ disorientato, con candida stupita ingenuità, gli chiedeva: “vincere quale corsa?”. Eravamo nella tumultuosa fase di consolidamento della rivoluzione industriale già da Dickens rappresentata con tratti distopici in Hard times, a cui tanto si ispirò Orwell: un totalitarismo capitalistico dell’utile proposto a criterio unico di giudizio e valutazione a discapito di ogni altra sfera della creatività e potenzialità umana.
Qualcosa della stessa ironica maschera di Stetthfoth ho come percepito nella pagina di Farinetti. In Italia la cultura meritocratica ha avuto il suo momento di fulgore a cavallo dei primi dieci anni del millennio, quando già oltre manica era tramontato l’astro del new labour di Tony Blair. Da Francesco Giavazzi e Alberto Alesina che sulle pagine del “Sole” e del “Corriere” sostenevano che il neo-liberismo è di sinistra, che la diseguaglianza è accettabile se basata sul merito e che non bisognava aumentare fondi a università e ricerca bensì orientarli sulle eccellenze, a Roger Abravanel che fantasticava di test a tappeto per dividere gli italiani sulla base del Q.I. abbandonando le remore di matrice comunista e cattolica, già a suo tempo denunciate da Giuliano da Empoli in La guerra del talento. Questa cultura ha alimentato le leggi Gelmini, Brunetta, Madia, che in tempi di austerità hanno cercato di compensare la perdita di potere d’acquisto degli stipendi e la scarsità di risorse e posti di lavoro, introducendo criteri meritocratici che nulla avevano a che fare con le radici sociali della crisi in corso, all’insegna di un gigantesco depistaggio cognitivo secondo cui il giardino sarebbe rifiorito tagliando i rami secchi.
Ma la prosa di Farinetti assume oggi un sapore di commedia che viene due volte dopo la tragedia

§2. Ho trascorso il lockdown a finire di scrivere un libro sull’ideologia meritocratica. Il corpo a corpo con le fonti, la struttura e la scrittura hanno reso più lieve sostenere la tragedia che ci assediava, ma mi ha anche aiutato a provare a leggere l’inedita piega degli eventi. Chiuso come tutti fra le mura domestiche, provavo a rivelare la storia di questa parola, meritocrazia, coniata alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso da Michael Young nel romanzo sociologico The rise of meritocracy, all’apice dell’epoca fordista e “dirigista”, per indicare uno scenario distopico (già anticipato qualche anno prima da Kurt Vonnegut in Piano Meccanico): una società tutta votata alla produzione e alla competitività, che attraverso i test d’intelligenza seleziona un’élite di soggetti designati ad esercitare il potere su una massa di lavoratori manuali. Il Merito si identifica con un criterio omologante: non un viatico alla valorizzazione della differenza, ma il suo annullamento in un modello precostituito dal potere dominante. Nella narrazione di Young la diseguaglianza e l’esercizio del potere diventano sempre più indiscutibili per via dell’unzione scientifica. Il sociologo criticava non solo il sistema scolastico inglese dell’epoca, che decideva i destini delle persone con il test attitudinale a 11 anni, ma anche il mito dell’eguaglianza delle opportunità in nome del quale anche i laburisti sembravano dimenticare, già allora, come essa si traducesse nella libertà di diventare diseguali (in termini di potere e risorse e non di modi di essere e pensare). La stessa mobilità sociale finiva per essere messa in discussione da Young, erede del socialismo etico di Richard Tawney, come miraggio di un’ascesa sociale che alla fine arride a pochi determinando un’illibertà generalizzata e un’impossibilità di eguale espressione delle proprie differenti potenzialità.
Raccontavo poi come negli Stati Uniti il termine diventava già fra anni sessanta e settanta anche positivo (John Gardner, Daniel Bell), andando ad indicare appunto il criterio di selezione di una nuova élite post-industriale, caratterizzata da competenze e titoli di alto livello per una società in cui la produzione e la competizione diventavano sempre meno questione da gestire sul piano delle burocrazie dello stato e sempre più su quello delle aziende e degli individui imprenditori di se stessi; una trasformazione, questa, che finiva per compromettere sul nascere i risultati concreti dell’egualitarismo e sin da subito per logorare i dispositivi di redistribuzione e riconoscimento di diritti, all’epoca in una fase di fuggente rigoglio. Arrivavo così a spiegare che in Europa nel ciclo di lotte fra anni ’60 e anni ‘70 la parola “meritocrazia” veniva denunciata come legata ai meccanismi disegualitari nella scuola e nel lavoro, rimanendo per tutta la fine degli anni Novanta un termine dalla risonanza prevalentemente negativa nel senso comune diffuso; mentre a partire dal nuovo millennio essa fu volta in positivo e implementata anche nel linguaggio delle culture progressiste, specie nella retorica della terza via di Tony Blair, ripresa in Italia anche dal Partito Democratico e in particolare dalla sua corrente nuovista radicalizzatasi nel renzismo.
Da tutta questa storia emerge quanto anche Thomas Piketty ha di recente fatto notare e cioè che la meritocrazia viene chiamata in causa allorché le diseguaglianze si riaprono a fronte di un riconoscimento formale dell’eguaglianza. In quest’ultimo caso la meritocrazia diventa il modo per legittimare la diseguaglianza materiale in tempi cosiddetti “democratici”. La meritocrazia è quindi un sorta di teodicea del turbocapitalismo. Una parola chiave, cioè, dell’egemonia neo-liberista, ma anche del neo-populismo che in questo svela la sua omologia con il neo-liberalismo: essa giustifica la competizione e la diseguaglianza che ne risulta ma anche l’idea che l’alternativa non sia una diversa forma di giustizia sociale, bensì un diverso modo (più giusto) di selezionare chi deve essere più diseguale degli altri (compresi gli immeritevoli in quanto “stranieri”). Le masse sempre più impoverite finiscono così per cercare di risolvere i propri problemi restando nello stesso orizzonte che li ha prodotti (vedi ad esempio il caso dell’elezione di Trump). L’erosione dei posti di lavoro e del potere d’acquisto dei redditi viene attribuita perciò non al potere delle rendite finanziare e delle grandi concentrazioni di capitale ma, moralisticamente, al mancato rispetto delle regole o a élites incuranti dell’interesse nazionale. Anche in Italia dopo tangentopoli la questione sociale viene sostituita dalla questione morale e a cavallo della crisi del 2008 la mancanza di prospettive dei giovani viene attribuita non alla cattiva redistribuzione delle risorse ma all’eccesso di “raccomandazioni”. La cultura progressista liberal cerca di riportare il disagio delle nuove leve a presunte responsabilità delle precedenti generazioni troppo finanziate dalla spesa pubblica nella sanità e nella previdenza, depistando e neutralizzando la lotta di classe in un conflitto, appunto, generazionale. La meritocrazia diventa parte di quel populismo aziendale che vede l’interesse generale identificato in quello dell’impresa, i cui valori diventano gli indicatori dei meriti con cui giudicare tutti i membri della società. Una società basata su un overload di responsabilità sul singolo individuo, sempre meno a carico della collettività e monitorato continuamente nella sua accountability.
In questo quadro non è da stupirsi se ogni discorso sulla meritocrazia venga slegato da quello sulle pari opportunità di partenza, sancite dall’art.3 della Costituzione italiana, ma anche dall’idea promossa da Young secondo cui anche questa uguaglianza delle condizioni di partenza è deleteria se coniugata con la competizione: in altre parole se si sposa con l’idea di un’ eguale opportunità di essere superiori agli altri e non con quella di esprimere la propria specifica differenza. Un discorso, quello meritocratico, anche slegato dal fatto che oltre ai meriti ci sono i bisogni che corrispondono a dei diritti e che i diritti non vengono soddisfatti in base ai meriti, ma in ragione di una comune condizione umana. Una logica, quest’ultima, tipica del welfare state, sganciata dall’economia di scambio e diametralmente opposta al dispositivo in via di sperimentazione in Cina: il Red Mirror di cui di recente ha parlato Simone Pieranni, in cui punteggi conseguiti dai soggetti sul piano del disciplinamento sociale corrispondono ad una maggiore facilità di accedere a determinati servizi.

§3. Ecco perciò che, dominato da questi pensieri, con l’esplodere della pandemia mi è stato facile osservare che la crisi sanitaria ha portato all’attenzione di tutti il ruolo di istituzioni votate a rispondere al bisogno a prescindere dal merito. Il dibattito pubblico è sembrato considerare con altra attenzione, rispetto al recente passato, il ruolo del lavoro pubblico e delle politiche pubbliche sul destino delle persone abbandonate alla disoccupazione e all’insicurezza sui luoghi di lavoro. Il sistema sanitario universale ha quotidianamente mostrato la differenza fra l’economia privata basata sul valore di scambio e quella votata a garantire un diritto senza guardare a graduatorie e punteggi in base ai like. La diffusione del virus ha spinto infatti i governi, i parlamenti e i cittadini (più o meno a seconda dei luoghi) a prendere decisioni volte a preservare le persone più esposte al rischio, come gli anziani e i malati. Ha messo al centro dell’agenda amministrativa e politica non la performance ma la cura, l’attenzione alla vulnerabilità e non lo stimolo alla prestazione, lo spirito di servizio per una causa e non il successo personale. La consapevolezza della reciproca dipendenza e dell’appartenenza ad un comune destino ha, almeno in questi transeunti frangenti, sopravanzato la narrazione del soggetto come imprenditore di se stesso. Il concetto di un reddito di cittadinanza incondizionato (senza, cioè, la condizionalità di vincolarlo al valore di scambio del lavoro) anche in Italia è diventato meno scandaloso. Ed è stato quanto meno per la prima volta messa in discussione la logica mercantile su cui è stata fondata e continua a operare l’Unione europea (su cui torneremo fra un momento).
Ma queste faville di speranza nella notte buia in cui il Titanic si è nuovamente schiantato contro un gelido iceberg rilucevano in un’ottica esclusivamente emergenziale e nello stesso ambiente che aveva generato la crisi, profondamente segnato dai valori meritocratici diventati in due decenni ideologia di regime e senso comune diffuso popolare. Ad esempio all’esplodere delle rivolte nelle carceri la reazione dell’opinione pubblica è stata di stizzito disinteresse per le loro sorti. Il detenuto infatti non è visto come un soggetto vulnerabile da tutelare e da recuperare secondo l’orientamento, ancora una volta, della Costituzione, ma come un soggetto immeritevole e quindi privo di diritti. Ed in effetti ben poco la narrazione del dramma collettivo dell’epidemia si è fatta carico dei senza dimora o dei migranti clandestini, persi nelle città vuote e finiti talvolta a indiscriminato oggetto incolpevole delle misure repressive.
Non solo dunque la pur incoraggiante ripresa di attenzione di istituzioni e cittadinanza alla cura e alla vulnerabilità ha lasciato spesso fuori i soggetti marginali, ma va anche registrata una estraneità di ampi settori dell’opinione pubblica a questa nuova consapevolezza. Si è parlato infatti di selezione naturale da parte di chi è stato insofferente per le misure di confinamento e perplesso sul sacrificare le proprie libertà per preservare chi, a proprio avviso, era giusto che soccombesse per primo alla catastrofe, non corrispondendo al modello vitalistico e performativo con cui la società competitiva fa coincidere l’essere umano. Un recente sondaggio ha attribuito a un millennial su due l’opinione secondo cui sia giusto sacrificare i più anziani per favorire le riaperture e quindi le loro opportunità e che il sistema pubblico sia troppo generoso nei confronti delle generazioni più anziane (https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2020/06/24/coronavirus-curare-prima-giovani-poi-anziani-pensa-millennial-due_pF8eKefw8yhlUpbhRt8A3M.html). Anche qui il merito sembra legato alla capacità di vincere a mani nude la lotta per la vita e quindi nel far leva sulla forza fisica e la vitalità giovanile, peraltro santificate dal new public management. È, questo, un luogo particolarmente adatto a mostrare le risonanze fra l’imperialismo dell’inizio del secolo scorso, con il suo superomismo giovanilistico e il neo-liberismo odierno. La lotta contro gli scatti di anzianità e il collegamento fra retribuzione e produttività si legano all’idea di una presunta maggiore performatività del giovane rispetto all’anziano, all’insegna delle idee di flessibilità e adattabilità celebrate sempre dall’ideologia postfordista, con un qualche alone vitalistico affine all’irrazionalismo primonovecentesco, di cui György Lukács mostrò le attinenze con lo spirito del capitalismo. Se il culto odierno dell’eccellenza richiama – come si diceva – alcuni aspetti del vecchio superomismo, il “giovanilismo” è funzionale anche a delegittimare il valore democratico del sistema previdenziale, sempre più convertito alla logica dello scambio: la società cioè non deve più riservare risorse collettive a chi deve riposare, nell’età della progressiva vulnerabilità, ma piuttosto garantire una restituzione di ciò che lo stesso soggetto ha accantonato per sé in proporzione a quanto ha prodotto per la società. Della centralità di questo tema si erano accorti gli autori del film d’animazione Disney Dinosauri (USA, 2000), che metteva a confronto la visione di Aladar, che voleva portare i compagni ai territori di cova, senza lasciare indietro i più deboli e gli anziani al loro destino, e Kron e Bruton, che invece abbandonavano chi non teneva il passo, come le anziane dinosaure Erma e Baylene.
Chi ha sostenuto l’idea di veloci riaperture per favorire la ripresa dell’economia, magari sacrificando le vite più fragili, ha dunque sposato un vero e proprio darwinismo sociale. Il darwinismo sociale è la cinghia di trasmissione fra il liberalismo angustamente economico e il nazionalismo, con le sue propaggini di tipo xenofobo e razzista. Scrivo nell’agosto 2020, e ad oggi alcuni dei paesi in cui il virus è più fuori controllo son proprio quelli in cui i governi son stati sensibili a questa linea: Brasile (Bolsonaro), Stati Uniti (Trump). Le ragioni di questo schieramento in Italia sono state invece portate avanti, sebbene con opportunistiche oscillazioni, dalla destra salviniana e in modo più sfumato da Matteo Renzi. Ciò è molto indicativo, perché mostra le profonde corrispondenze fra il neo-populismo sovranista e il neo-liberismo progressista. Entrambi infatti promuovono le ragioni del produttivismo, sostengono la necessità che lo Stato non intervenga nei contenuti della governance imprenditoriale o non si riappropri di fette dell’economia per tutelare la funzione sociale della proprietà e l’interesse generale (sempre secondo Costituzione). Renzi, come Salvini, inneggiava alla vita che doveva riprendere il suo corso. Viceversa il virus è oggi più sotto controllo in quei paesi (come l’Italia) in cui le ragioni dell’economia privata, in modo seppure fin troppo transitorio, son state per alcune settimane subordinate a quelle della difesa della vita, pur in presenza delle macerie del sistema sanitario nazionale, colto impreparato dal primo assalto del virus. Il disastro della sanità lombarda, che ha dissolto i presidi territoriali puntando su grandi ospedali e aziende private, fa da controcanto al successo nella lotta alla malattia di un paese come Cuba (https://thevision.com/coronavirus/cuba-coronavirus-soccorso/). Gli aspetti meno democratici di questo paese non possono far dimenticare che in esso la sanità è una missione pubblica gratuita, incarnata in presidi diffusi nello spazio urbano e strategie di soccorso internazionale non limitate ai periodi di emergenza globale.
Si direbbe quindi che la promozione della vita umana e dell’interesse generale, nel caso della lotta alla presente pandemia si siano coniugati a meccanismi di momentaneo contenimento di alcune libertà individuali da parte delle vestigia del potere democratico, mentre il disciplinamento governamentale attivato dal vero potere (e cioè quello del Capitale e delle varie confindustrie) si è ancora una volta dispiegato attraverso il miraggio di una finta libertà, ovvero una libertà meramente privata, spesso funzionale all’interesse di pochi. Il potere, cioè, come insegnava Foucault, agisce oggi attraverso la libertà o, se vogliamo, un suo simulacro: la libertà di godere consumando e di competere per essere fra gli eletti a salvarsi dall’ecatombe della crisi. Anche nell’anarco-comunista Repubblica del Rojava, ha replicato ad Agamben il foreign fighter italiano Davide Grasso, in casi come la presente emergenza si prendono provvedimenti restrittivi (http://www.minimaetmoralia.it/wp/agamben-coronavirus-lo-eccezione/).
Anche la questione del ruolo dell’Europa può essere letta attraverso la lente tematica della meritocrazia. Dardot e Laval hanno spiegato bene come ab origine l’Unione europea sia stata dominata dall’ideologia ordoliberista, secondo cui lo Stato interviene nell’economia solo per garantire le condizioni del mercato e le regole per una equa competizione fra i soggetti. Le conquiste sociali del secondo dopoguerra non sono dipese da una vocazione sociale delle istituzioni comunitarie, che non hanno mai seguito le idee di Altiero Spinelli, ma dalla pressione congiunta del movimento operaio e dei partiti e sindacati ad esso legati, oltre che dalla deterrenza suscitata dalla Guerra Fredda. La risposta alla crisi economica del 2008 ha evidenziato come l’Europa non fosse una comunità o uno Stato seppure in forma embrionale, bensì un’associazione intergovernativa volta a tutelare gli interessi dei paesi più forti e delle concentrazioni di capitale. Il trattamento a cui è stata sottoposta la Grecia è simile a quello che si usa con paesi sconfitti e invasi dopo una guerra pre-moderna o con nazioni colonizzate. Con la pandemia per la prima volta questa logica è stata intaccata, seppure molto lievemente. I partiti sovranisti e di estrema destra pur restando interni del tutto o in parte alla logica neo-liberista e promuovendo un regresso di civiltà sul piano dei diritti civili, in assenza di soggetti antagonisti di sinistra, hanno rappresentato in modo “depistato” il disagio sociale almeno delle popolazioni autoctone con l’aggravarsi della crisi economica e l’evanescenza dell’Unione. La pressione esercitata da questi soggetti e l’atmosfera inquietante da crisi della democrazia anni Trenta, ha portato la Commissione presieduta dalla Von der Leyen a una maggiore attenzione alla sostenibilità sociale e ecologica delle politiche neo-liberali. Nessun vero cambio di paradigma, ma uno spostamento interno che ha consentito di rispondere alla crisi pandemica in un senso non austeritario e non del tutto “meritocratico”. E’ stato infatti varato un piano di aiuti di cui una parte, pur impropriamente detta “a fondo perduto”, è effettivamente finanziata da una condivisione di risorse che prescindono da parametri o meriti. Un’altra parte consistente è invece sempre erogata nella forma del prestito sebbene a tassi di interesse bassi e con una lunga durata per il rimborso. Se e quanto la logica meritocratica verrà applicata lo si vedrà nei prossimi mesi o anni, dato che gli aiuti sono comunque soggetti a condizionalità di cui ancora non si vede ben chiaro il contenuto e il grado di coattività.
E’ molto piccolo come spostamento e del tutto insufficiente a scongiurare future vittore dei sovranisti e neo-fascisti e soprattutto un crescere della diseguaglianza, ma mette conto di notare che la contesa fra gli “pseudo-frugali” e tutti gli altri è stata ancora una volta basata sul fatto che per i primi gli aiuti vadano forniti sulla base del merito e di una restituzione (logica di scambio) mentre per gli altri in questo momento prevale il bisogno. Ovvio che quest’ultima consapevolezza è legata ad uno stato catastrofico di emergenza e che la logica neo-liberale verrebbe superata solo se essa caratterizzasse la fisiologia ordinaria delle nostre istituzioni. Aggiungiamo solo che qui non è solo in causa l’ideologia meritocratica ma anche la concezione unitaria o meno dell’Europa. Un’Europa veramente comunitaria e unita, con politiche fiscali e sociali comuni potrebbe fare ovviamente della gratuità dei meccanismi di redistribuzione anche un investimento. Lo stesso che – con tutti gli sprechi e le storture su cui ora non possiamo soffermarci – aveva portato la Cassa del Mezzogiorno a contribuire a rendere più chiusa la forbice fra Nord e Sud Italia, prima che negli anni Novanta del secolo scorso la sua abolizione preludesse ad un riaprirsi significativo del divario (e a un declino dell’intero paese).
Se questa traversia potrà far maturare l’idea di ripartire in un altro mondo possibile, essa potrà essere anche un’opportunità per affrontare diversamente la nostra fragilità: come cantava il Poeta, confederandosi per sostenere il comun fato.

Commenti
3 Commenti a “Il merito o la pietà? Note a margine di un articolo di Oscar Farinetti sulla pandemia”
  1. Ottogatto ha detto:

    Lei ha veramente una gran confusione in testa (e Farinelli pure)

  2. Francesco ha detto:

    Complimenti. Articolo lucido e approfondito. Una disamina perfetta e lungimirante. Avrei solo dedicato meno spazio alle parole di un mediocre e volgare venditore di fumo come Farinetti, ma comprendo che facciano da innesco a un discorso molto più ampio e importante.
    Grazie.

  3. sergio falcone ha detto:

    Le parole di quel ricco imprenditore si commentano da sole. Chi non ha cuore ed è interno alle logiche omicide del neoliberismo non dovrebbe nemmeno parlare. Sono molto amareggiato.

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