Parole, vignette e coltelli: come reagire al sangue di Nizza?

di Davide Grasso

«Dite ai miei figli che li amo»: queste le ultime parole di una donna prima di spirare a Nizza. A ferirla, sgozzando e tentando di decapitare quante più persone possibile nella chiesa di Notre-Dame (tre morti e diversi feriti) è stato il primo – non il solo – che i figli della donna potranno individuare come responsabile: Brahim Aoussaoui che mentre veniva portato via, ferito, non smetteva di ripetere “Allah Akbar” (Dio è il più grande). Nomen omen: Abramo, di cui Brahim è una delle traslitterazioni arabe, era pronto a fare addirittura a suo figlio quello che Aoussaoui ha fatto a tre sconosciuti per ordine di Dio. Per questo il fervente cristiano Kierkegaard aveva preso proprio Abramo – patriarca di ebrei, cristiani e musulmani – a simbolo della dimensione religiosa in quanto contrapposta a quella etica; anzi, incompatibile con essa: come potrebbe, infatti, la delega a un’entità ultraterrena nel discernimento del bene dal male accompagnarsi con una vera assunzione di responsabilità? Tutto è lecito, da Abramo a Brahim, in nome di Dio – «il più grande». Lo pensava anche il cristiano Brenton Tarrant mentre massacrava 51 musulmani a Christchurch nel 2019, o l’ebreo Baruch Goldstein mentre ne uccideva altri 29 a Hebron nel 1994. La lista sarebbe infinita e senza vincitori né vinti.

Per carità, addossare ad Abramo tutta la responsabilità sarebbe eccessivo. Sono noti i massacri ad opera di buddhisti nei confronti dei musulmani di lingua Rohingya in Myanmar nel 2017. Un mese fa un tribunale speciale indiano ha assolto tutti i 31 imputati (tra cui un ex ministro dell’interno e un ex primo ministro) per la distruzione-pogrom della moschea Babri di Ayodhya nell’Uttar Pradesh da parte di fanatici induisti che, nel 1992, inaugurarono con duemila morti la scia di sangue che ha fatto di una grande repubblica terzomondista uno stato suprematista hindu nel giro di trent’anni. Due mesi fa il primo ministro indiano Modi ha del resto posto proprio dove sorgeva quella moschea la prima pietra di un nuovo tempio induista a Ram. Dodici giorni prima, il 24 luglio, era stato a Istanbul il presidente turco Erdoğan a trasformare il museo di Hagía Sophía in moschea con tutto uno sfoggio di sure e di spade, restaurando la decisione del sultano Muhammad II, vecchia di cinque secoli, che impose il culto musulmano in un edificio che nei suoi primi mille anni era stato chiesa cristiana. Muhammad II celebrava la conquista musulmana di Costantinopoli, ed è proprio questo, tra i vari immaginari associabili alla religione, che Erdoğan intende replicare: quello della conquista.

Affermare quindi, come ha fatto, commentando i fatti di Nizza, Ahmed Al Tayyib, Grande Imam di Al-Azhar, il più influente centro universitario islamico a livello mondiale, che «le religioni sono innocenti» e non hanno colpe «per questi atti criminali» significa non aver capito nulla, sebbene sia certo utile da un altro punto di vista chiedersi, anziché quale dio abbia voluto che cosa, quali poteri e quali strategie siano all’opera in questo risorgere sanguinoso di contrapposte superstizioni. Sappiamo quanto, in questi giorni, il presidente turco abbia aizzato i musulmani di tutto il mondo contro i non musulmani di Francia. Se qualcuno vorrà credere alla sua affermazione secondo cui i musulmani patiscono oggi in Europa un trattamento analogo a quello degli ebrei negli anni Trenta, le violenze non potranno che continuare: la persecuzione merita resistenza. Quella frase, però, dà la misura di quanto poco Erdoğan conosca la storia delle persecuzioni ebraiche, o abbia rispetto per le vittime di ieri e per l’intelligenza dei musulmani di oggi.

Le responsabilità di Erdoğan

 L’omicidio del prof. Samuel Paty, che ha dato avvio a questa scia di turbolenze e sangue, è stato commesso da Abdoullakh Anzorov, rifugiato russo di nazionalità cecena residente in Francia, che poco prima di uccidere ha scambiato messaggi whatsapp con cellulari connessi da un indirizzo IP riconducibile alla provincia siriana di Idlib. Tale provincia è dal 2015 fuori dal controllo dello stato siriano e governata da un “Governo ad interim” costituito il 19 marzo 2013 a Istanbul. Il suo “presidente” Anas Al-Abdah, come la maggior parte dei suoi “ministri”, appartiene al Consiglio nazionale siriano, organo della Fratellanza musulmana in Siria costituito a Istanbul il 23 agosto 2011. Il governo di Al-Abdah su Idlib si poggia sul cosiddetto “Esercito nazionale siriano” (Ens), formato in Turchia nel 2018 e posto sotto la catena di comando dell’esercito di Ankara, che è entrato a Idlib nel 2017 in supporto alle bande che lo costituiscono: Ahrar al-Sharqiya, Al-Hamza, Sultan Murad, Jaish al-Islam, Ahrar al-Sham, Harakat al-Zenki detto oggi Failaq al-Majd.

Si tratta di gruppi responsabili di innumerevoli e documentate lapidazioni, deportazioni, esecuzioni sommarie e stragi, decapitazioni filmate di minorenni, stupri motivati da ragioni razziali, persecuzioni di sciiti, alawiti, ezidi, cristiani e rapimenti, tra cui quello delle italiane Greta e Vanessa nel 2014. Ciononostante, poiché questi gruppi agiscono sotto la direzione dell’esercito turco, che è un esercito della Nato, non sono considerati terroristici dai nostri paesi. Sono considerate terroristiche alcune delle bande che collaborano esternamente con l’Ens: Tahrir al-Sham (alias Al-Qaeda), Harid al-Mu’minin, gli uiguri cinesi di Katibat Turkestani e i ceceni di Ajnad al-Kavkaz. Questi gruppi jihadisti, estremamente violenti, sono stati utilizzati dall’esercito turco non soltanto per proteggere il governo imposto con le armi dai Fratelli musulmani e da Al-Qaeda ad Idlib, ma anche per conquistare alcuni territori dell’Amministrazione democratica promossa dai curdi e da comunità arabe e cristiane nelle poco distanti Afrin, Tell Abyad e Ras al-Ain che, invase dalla Turchia negli ultimi anni, sono state affidate sul piano politico al “Governo ad Interim” di Al-Abdah e su quello militare alle milizie dell’Ens – con le conseguenze sulla popolazione che si possono immaginare.

Propongo di prendere in considerazione tre conseguenze. Anzitutto dobbiamo smetterla di sentire la necessità di nominare automaticamente l’Isis (ed eventualmente la stessa Al-Qaeda) per indicare i responsabili di crimini come quelli di questi giorni in Francia. Ci sono prove del riciclo di migliaia di miliziani dell’Isis nei territori siriani sotto controllo turco (soprattutto nella milizia Ahrar al-Sharqiya) ma non è questo il punto. Bisogna mettere a fuoco che è una galassia molto più variegata e che ridurla a un solo avatar o feticcio mediatico fa il gioco degli altri gruppi. In secondo luogo è necessario ammettere che i Fratelli musulmani, al governo in diversi paesi e legalmente presenti in Europa, non sono un’organizzazione pacifica di destra che si batte per l’imposizione a tutte e tutti della legge di Dio: sono coinvolti nelle attività dei gruppi che ogni volta i loro rappresentanti condannano a parole, prendendo in giro i poveri “infedeli” ingenui, e magari anche molti fedeli. I loro stessi bracci armati agiscono con incredibile crudeltà non appena riescono a mettere sotto il proprio controllo territori già piagati dalla guerra, dalle malattie e dalla fame.

La terza e logica conseguenza è inquadrare con la necessaria lucidità il ruolo giocato dal governo turco, che non ha solo consegnato vasti territori siriani a questi gruppi, garantendo loro agibilità anche in Turchia, ma li ha aviotrasportati a combattere in Libia e in Azerbaigian. Sono stati dirigenti dell’Isis in clandestinità a rivelare al giornalista Gabriele del Grande, in un’inchiesta pubblicata nel 2018, come la rotta dei loro militanti per l’Europa passasse da Manbij, in Siria, attraverso Istanbul, e poi in aereo fino a Tripoli, dove non meglio identificati contatti permettevano loro di raggiungere Lampedusa e Milano per disperdersi nelle cellule europee dell’organizzazione. Per essere più chiari: alla Turchia è permesso dal 2015, con soldi dei contribuenti europei, di inondare l’Europa di miliziani di Daesh in incognito in cambio del blocco generalizzato sulle coste anatoliche di migliaia di profughi che nel 99% dei casi nulla hanno a che fare con queste faccende. Io stesso ho potuto appurare, durante la liberazione di Manbij, nel luglio 2016, che tutti i foreign fighter dell’Isis di cui ho visionato i documenti erano entrati in Siria dalla Turchia dopo essere comodamente atterrati a Istanbul, e alcuni avevano addirittura timbri plurimi di visti “turistici”, in entrata e in uscita, stampati ogni due o tre mesi.

Non sono più i tempi dell’11 settembre. Coloro che uccidono agiscono su un piano molto più vicino di allora ai nostri governi, che per ragioni commerciali, militari e soprattutto di propaganda politica sull’immigrazione (grazie anche alla nostra dabbenaggine di fronte ai puntuali avvoltoi) intrattengono rapporti più che cordiali con chi gestisce formazioni di migliaia di invasati che sognano di conquistare Roma, Londra o Parigi, o almeno di sgozzare qualcuno da qualche parte. Si giunge con questo al terzo e forse insospettabile responsabile della tragedia di Nizza: Emmanuel Macron, che intendo accusare per specifiche e non generiche ragioni politiche, militari e culturali.

Le responsabilità di Macron

La Francia ha riconosciuto nel 2012 la Coalizione nazionale siriana (di cui il Consiglio nazionale siriano che “governa” Idlib e i suoi jihadisti faceva parte) quale “sola legittima rappresentante del popolo siriano”. Al di là dell’offesa che questo rappresenta per la storia e i popoli della Siria, questo riconoscimento – effettuato da tutti i paesi della Nato, con Turchia, Stati Uniti, Regno Unito e Italia in testa – ha prodotto otto anni di legittimazione del jihadismo più violento nel paese più violento del mondo. Otto anni sono tanti e la legittimazione, in contrasto con la retorica pubblica, non è affatto finita. Non mi risulta che Macron abbia ritirato questo riconoscimento diplomatico, posto in essere (anche grazie alla mancata volontà della stampa europea di denunciarlo) per legittimare le mire imperiali della Turchia in Siria e potersi spartire successivamente tutti quanti la torta sul piano commerciale. La repubblica francese, così laica quando si tratta di impedire a una ragazza di vestirsi come le pare a scuola, considera la galassia da cui potrebbero provenire gli ispiratori della decapitazione di Paty come un referente diplomatico ufficiale in Medio oriente. Paradossi? Solo per chi scambia per nemico un fazzoletto anziché i Kalashnikov dei suoi presunti alleati.

Di qui il secondo punto: le responsabilità militari. I jihadisti al soldo della Turchia hanno compiuto nell’ottobre del 2019 un’offensiva su vasta scala contro i socialisti curdi colpevoli di aver promosso in Siria autogoverni secolari e autonomia delle donne. Dal momento che le forze curde di autodifesa Ypj-Ypg avevano combattuto e debellato il “califfato” dell’Isis assieme alla Coalizione internazionale, truppe francesi e statunitensi erano nell’area come supporto e interposizione. Non ho motivo di dubitare che quei soldati sarebbero stati pronti a battersi per contribuire a impedire l’avanzata (magari con il supporto di forze aeree di cui le Ypj-Ypg non dispongono) ma tanto Trump quanto Macron, così tronfi durante le maschie affermazioni su “Isis” e “curdi”, hanno ordinato ai loro militari di ritirarsi in buon ordine, sotto una pioggia di pomodori marci lanciati dalla popolazione sui convogli in fuga (popolazione che presto li avrebbe seguiti a piedi, trasformata in immane corteo di profughi dalle persecuzioni dell’Ens). Lotta al terrorismo? Amicizia? Onore? Rispetto? Ogni musulmano, cristiano o ateo a oriente del Mediterraneo ha apprezzato un anno fa il valore morale di questi “presidenti”.

Le responsabilità di Macron sussistono anche per una terza e decisiva ragione: quella culturale. Il discorso che Macron ha pronunciato ai funerali del prof. Paty non va in alcun modo dato per scontato. È stato il discorso di un irresponsabile che non ha la preparazione né il contegno necessari per governare la Francia. Condannare e perseguire a tutti i livelli, dai più alti ai più bassi, l’omicidio del prof. Paty non rende in alcun modo necessario né condividere la sua decisione di mostrare vignette che ritraggono i genitali di colui che, piaccia o no, è un profeta per un miliardo e mezzo di persone, né fare di questi comportamenti una bandiera franco-universale. Anch’io, temo, morirò senza aver capito come sia possibile quest’incubo di un mondo dove la gente si dispera per delle vignette, crede in angeli e demoni ed è pronta a rispondere a delle caricature scherzando su Auschwitz (le ineffabili autorità iraniane). Dopodiché non credo che sia mio compito, né di nessuno tra noi, comprendere o capire tutto. Se la battaglia nel mondo globale è per stare insieme, temo ciò comprenda tanto impedire a chiunque l’interferenza con le scelte individuali delle persone (vale per i governi musulmani come per la repubblica francese) quanto astenersi dall’offendere gratuitamente i sentimenti delle persone. Quelle vignette non offendono minoranze di fanatici, ma milioni di donne e uomini in tutto il pianeta.

Le vignette di Charlie Hebdo su Muhammad, ed anche le ultime pubblicate su Erdoğan, come il discorso del presidente Macron che con esse ha creduto di poter identificare l’eredità europea o francese in tema di libertà d’espressione, sono il più grande favore fatto negli ultimi anni all’islamismo internazionale, a Erdoğan, ai Fratelli musulmani e ai fanatici e agli imbecilli di tutto il pianeta. È così difficile capirlo? La libertà di espressione non significa insultare la gente per la strada, masturbarsi in pubblico o defecare sulle tombe dei cimiteri. A volte ho l’impressione che noi europei ci atteggiamo a grandi saggi perché, in fondo, siamo un po’ dei bambini. Per possedere concretamente la libertà bisogna sapere come usarla. Cosa “possiamo” fare, cosa “poter” fare è una questione di “potere” oltre che di libertà, per un familiare gioco di specchi.

Non è necessario condividere l’ipotesi che Dio abbia parlato per bocca di Muhammad 1.300 anni fa per astenersi dal rappresentarlo se per miliardi di persone, che in gran parte altrimenti sarebbero nostre amiche, è così importante; perché altrimenti si apre e si riapre ogni volta lo spazio politico, ben più che fisico, per i tagliagole e i loro “presidenti”, vanificando al contempo gli sforzi concreti di migliaia di musulmani che si battono a rischio della vita – non come Trump o Macron! – per quella secolarizzazione dei riflessi religiosi sulla società che, aveva compreso un grande francese (che non è Voltaire), si ottiene anzitutto ignorando la religione e non dandole importanza fino a che non è strettamente necessario.

Combattere la prevaricazione significa imporre, se necessario con la forza, la legittimità di un diritto all’espressione, che sia anche espressione della propria infedeltà a un credo; ma mostrare rispetto per l’altro, quando questa conversazione inizia, non mi sembra un cedimento imposto, ma il prerequisito per un dialogo veritiero, ovunque sia possibile.

Commenti
3 Commenti a “Parole, vignette e coltelli: come reagire al sangue di Nizza?”
  1. Luigi ha detto:

    Il discorso è incompleto se non si mette a fuoco che (per esempio) anche i vignettari francesi, ben lungi dall’essere l’incarnazione di uno spirito laico libero e illuminato, sono l’espressione parossistica (si potrebbe dire fanatica) di una religione sui generis, che fonda il suo credo su un nichilismo esasperato anziché sull’esistenza di qualcosa di metafisico, ma non per questo è meno religione: non per nulla sono pronti alla guerra santa con chi la pensi diversamente da loro.

  2. Jean-Louis ha detto:

    A chi stava pensando quando scrive: “ per quella secolarizzazione dei riflessi religiosi sulla società che, aveva compreso un grande francese (che non è Voltaire), si ottiene anzitutto ignorando la religione e non dandole importanza fino a che non è strettamente necessario”?

  3. Jerry ha detto:

    A Napoleone

Aggiungi un commento