Il piano quinquennale di Martina Testa: intervista alla traduttrice e editor di Sur, in occasione dell’uscita di Ragazza, donna, altro

di Emiliano Ceresi e Giacomo Ferrara

Martina Testa è traduttrice e editor a SUR, per cui cura la collana BIG SUR insieme a Dario Matrone. Se non l’avessero già fatto troppe volte, la accosteremmo a Fernanda Pivano, per aver portato in Italia così tanta buona letteratura angloamericana. Ci ha accolto un sabato sera a casa sua, ed è stata gentilissima. 

Qui si può ascoltare la trasmissione in podcast da cui è nata quest’intervista.

Com’è stato svolgere la tua professione nel periodo del lockdown? La letteratura, che è il tuo lavoro, è stata anche per te “Un antidoto contro la solitudine”?

Mi sono sentita privilegiata, perché anche se l’attività in casa editrice ha dovuto rallentare, ho potuto continuare a svolgere il mio lavoro di traduttrice. Sono molto d’accordo con quella frase di Wallace, stare sui testi per me significa sempre avere a che fare con un’altra persona. Mia madre mi ha sciaguratamente insegnato a leggere a tre anni, rendendomi subito miopissima (ride). E da allora i libri per me sono sempre stati persone che mi guidano, mi accompagnano, mi incuriosiscono. Traducendo poi, devi cercare davvero di entrare nella mente dell’autore, devi capire non solo il significato delle parole, ma anche perché l’autore le abbia disposte in quella specifica maniera, perché ha deciso di usare un registro alto o basso… Per me si tratta di “abitare” la testa dell’autore per i mesi in cui ci lavoro. Delle volte a una persona a cui voglio bene mi viene da dire: “Non ti capisco!”, ma con l’autore che traduco non posso permettermelo, devo capire per forza. Per fortuna quando gli autori sono vivi posso mandare una mail e farmi spiegare. Comunque sì, tradurre è un tipo molto intimo di incontro, non voglio parlare di sesso, sarebbe un paragone esagerato, ma mi sembra di avere un contatto profondo con l’autore, un’intimità unica, e questo davvero mi ha fatto sentire meno sola durante l’isolamento.

Recentemente hai tradotto per Sur Questa strana e incontenibile stagione di Zadie Smith, che è proprio una riflessione che muove dal periodo di lockdown nel Regno Unito.

Sì, di fatto è un instant book, ma allarga talmente tanto la prospettiva che credo che si potrà leggere anche tra vent’anni. Ho dovuto lavorarci in fretta, ma conosco Zadie da molti anni, e sono innamorata della sua testa. Quella traduzione è stato un vero balsamo, leggere i suoi pensieri in quel periodo è stato importante per scacciare quelli del covid.

In quel libro Smith afferma che scrivere è un’attività molto più vicina al controllo che alla creatività. Ho l’impressione, da come ne discorri, che questo valga anche per te con la traduzione.

Mi ci ritrovo! L’idea che la scrittura non sia un lasciarsi andare ma rappresenti un esercizio di controllo sulla realtà io la condivido. A me nella letteratura piace quando ho l’impressione che uno scrittore dia ordine all’esistente attraverso le parole, che ci sia un progetto. Mi conforta. Non sono mai stata “punk”, già a diciassette anni preferivo un assolo dei Dream Theater e il virtuosismo tecnico, rispetto a chi buttava tutto fuori senza aver prima imparato a suonare. In generale padroneggiare a freddo le parole è una cosa che apprezzo, che mi sembra sensata. Lo faccio io stessa: traducendo sento di costruire un dispositivo che trasmette i sentimenti e le idee dell’autore nella testa di qualcun altro a chilometri e anni di distanza. Ho l’impressione e il desiderio di non mettere niente di mio, è come se la frase originale fosse una carta, una figurina, e frugando in un enorme scatolone di parole e modi di dire, nel mio serbatoio linguistico, dovessi trovare la figurina più simile. È un continuo processo di ricerca e selezione, ma io vado dietro, non invento: metto i piedi nelle impronte che ha lasciato l’autore.

Non pensi che aver conosciuto alcuni degli scrittori che hai tradotto abbia influenzato il tuo lavoro, al di là dell’impersonalità dei testi e della “macchina” della traduzione?

No, ha influito poco direi. La maggior parte degli autori li ho conosciuti dopo averli tradotti. Poi certo, Zadie Smith la conosco e mi viene più facile stare nella sua testa, ha la mia età, gusti simili ai miei… Mi piace sentirmi in sintonia con l’autore, ma non è strettamente necessario. Mi può anche stare antipatico, l’importante è che io capisca le sue frasi! Devo farmi un’immagine molto precisa: le cose più difficili da tradurre sono quelle vaghe, buttate là, con degli aggettivi che si capisce suppergiù cosa vogliano dire ma non restituiscono un’idea precisa. La scrittura approssimativa è uno strazio da tradurre; quando lo scrittore, per quanto complesso, ci ha pensato a fondo, allora è tutto più facile.

E Wallace sembra essere d’accordo con te: nell’introduzione a La ragazza dai capelli strani, racconti di quanto fosse preoccupato dalla traduzione e dal rischio che le sue scelte fossero tradite nel testo d’arrivo. Ci sono stati altri scrittori così ossessionati dalle loro traduzioni?

Solo Wallace nella mia carriera è stato così in paranoia. Gli scrivevo dei fax su alcuni dei dubbi, e lui più di una volta ha detto: perché lo volete fare? Questo racconto non si può tradurre, lasciate perdere! E poi si sforzava di spiegare ogni parola in maniera minuziosissima, mi diceva che l’aggettivo twangy indicava sia il suono di un accento del Sud sia il suono di una chitarra country, che non avrei mai potuto trovare un equivalente italiano… Era preoccupatissimo da quel salto nel vuoto, ma era anche super carino, si fidava della mia conoscenza dell’inglese. Io scrivo a quasi tutti gli autori che traduco, quando posso, perché qualche dubbio c’è sempre, e loro sono felici di essere tradotti e non mostrano mai il terrore dell’infedeltà: solo Wallace la viveva così male, poveraccio.

Anche per l’inglese arcaizzante di Cormac McCarthy a volte sembra difficile riuscire a ipotizzarne la traduzione. Lo stesso Wallace ci riconosceva una scrittura complessa che non sarebbe stato in grado di riprodurre.

I suoi libri che ho tradotto io, Non è un paese per vecchi e La strada, per fortuna sono scritti in uno stile molto diverso dai precedenti, il linguaggio è asciuttissimo. Lì il problema non stava nella comprensione, ma nell’evitare un senso di ripetitività: la pagina non doveva suonare piatta in italiano. La strada è pieno di verbi di movimento con cui viene raccontato il percorso, e in italiano non ne abbiamo moltissimi, mi ritrovavo a usare di continuo gli stessi: “camminare”, “andare”. Però a livello di comprensione la lingua non mi ha mai dato problemi e a Cormac McCarthy non ho fatto domande. Ma non credo neanche che sarebbe stato possibile mandargliele, so che vive isolato in qualche posto del West ed è difficile contattarlo.

Immagino che in certi casi si crei anche una rete, come quella di cui parli nel podcast “The Great Concavity”, o che comunque sia necessario approfondire alcuni lessici specifici come quelli di cui si nutre Wallace, che vanno dal tennis all’elettrotecnica.

Sì, per Wallace in particolare ho chiesto aiuto a chiunque, amici, esperti, contatti. I saggi di Tennis, tv, trigonometria, tornado li abbiamo tradotti nel 1999 e su internet non c’era così tanto materiale come ora: meno vocabolari online, meno occorrenze sui motori di ricerca.

Però c’erano delle apprezzabili newsletter di appassionati…

Sì c’erano questi matti che avevano creato una mailing list di patiti di Wallace a cui io e Christian Raimo eravamo iscritti e inviavamo spesso domande, ma a volte ottenevamo più risposte completamente diverse fra loro! Sempre agli inizi degli anni Duemila lavorando su Thom Jones, un autore di racconti che traducevo per minimum fax, mi iscrissi a una newsletter di veterani del Vietnam a cui chiedevo consigli per capire il gergo militare specifico di quel conflitto. In anni più recenti, per Anatomia di un soldato di Harry Parker, sono direttamente ricorsa a un militare italiano che aveva combattuto in Afghanistan, da cui mi sono fatta correggere interi capitoli, mettendo a frutto la sua conoscenza di prima mano. (Ancora grazie, Alessandro!)

Tornando al libro di Smith, in un capitolo la scrittrice si interroga sulla questione dello stile, riprendendo Susan Sontag, per cui “lo stile è un mezzo per insistere su qualcosa”. Qual è il tuo stile da editor, su quali aspetti ti sembra di insistere?

Il mio stile lo capisco meglio da editor che traduttrice, in effetti. Da traduttrice vorrei scomparire dietro quello dell’autore. La linea editoriale di Big Sur invece è fatta dai gusti miei e di altre 2-3 persone, e so cosa voglio che ci sia nei libri che scelgo: vent’anni fa prendevo i libri che mi sorprendevano, andavo dietro allo strano, al nuovo. Ora mi piace pubblicare libri che vadano al di là dell’ego individuale, non autofiction o storie con un unico narratore molto vicino all’autore per età, sesso, esperienze. Questa cosa qui, che mi sembra dominante nel panorama editoriale, mi interessa meno. Al contrario, cerco opere con molti personaggi, trame complesse, sguardi plurimi e plurali sulla realtà.

Mi sembra sia proprio il caso di Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo…

Esatto! Dodici donne diverse, giovani e anziane. Ma sono molto affezionata anche ad Anatomia di un soldato, di Harry Parker. È la storia di un soldato inglese impegnato in una campagna in Medio Oriente, dove ogni capitolo è narrato da un oggetto: un suo anfibio, la bici di un bambino, un sacco di fertilizzante usato per una bomba. L’autore è stato un soldato lui stesso, tanti avrebbero usato la prima persona per raccontare quell’esperienza, ma proprio perché lui ha preso le distanze, con la trovata degli oggetti, lo trovo un capolavoro inusuale. Libri come L’infortunio, di Chris Bachelder: un gruppo di amici che si ritrovano ogni anno in un hotel per rimettere in scena una famosa azione di football con cui sono fissati; e non c’è un punto di vista solo, è come un lungo piano sequenza con venti personaggi protagonisti. A me è questo che esalta, quando si parla di una pluralità di esseri umani che interagiscono in società, degli uomini come sistema, come specie, piuttosto che la prospettiva vagamente claustrofobica di una sola coscienza. Io ho un progetto: come editor voglio far leggere alle persone questo tipo di storie qui, non voglio chiedermi di cosa abbiano voglia i lettori dopo il covid, non me lo chiedevo manco prima! Penso a cosa gli serve. Mi sento una gatekeeper, ho io la responsabilità di scegliere. E c’è un evidente collegamento tra questo mio atteggiamento e il mio stipendio mensile: non potrei mai lavorare per Random House a New York. Per fortuna Marco Cassini mi fa lavorare a Sur (ride).

Per Sellerio hai tradotto Maternità, di Sheila Heti, e gli ultimi due di Ben Lerner. Quelli allora devono essere libri che non ti piacciono.

Mica sono brutti! Hanno originalità, forza espressiva, vera qualità letteraria. È solo che, da editor, sono meno nelle mie corde: questi che citi, come pure L’idiota, di Elif Batuman, sono libri che parlano dall’unica prospettiva dell’autore-narratore, non li avrei scelti per la collana che curo, perché cozzano con il mio “piano quinquennale di illuminare le coscienze” (ride) attraverso la pluralità dei punti di vista. Da traduttrice freelance invece non scelgo: se il compenso è dignitoso e i tempi di consegna realistici accetto ben volentieri il lavoro, a prescindere dai miei gusti. Certo, magari mi viene più facile stare tre mesi nella testa di uno scrittore piuttosto che di un altro, però l’impegno a tirar fuori una buona traduzione resta invariato.

Io ci vedo un conflitto generazionale, tu sei /hai assistito al fiorire di quella generazione McSweeney’s (oltre a Wallace, Dave Eggers, Rick Moody, Jonathan Lethem ecc.), ora il clima è cambiato e si parla di autofiction, di sincerità.

E di autenticità, sì. Nell’editoria americana è emersa l’esigenza di dare voce a categorie sociali che non l’hanno avuta in termini di rappresentazione, che vogliono raccontare se stesse. Sono d’accordo, è una cosa lecita, ma come Zadie rimpiango molto la fiction, sono cresciuta con l’idea che la letteratura è fatta di storie inventate.

Però Wallace l’ha anche chiamata la “generazione dei grandi maschi bianchi (…) alti un metro e ottanta o più e con gli occhiali”, e Lerner sembra esserne, anche fisicamente, l’erede.

Sì, ma il lavoro di Lerner mi fa un effetto un po’ claustrofobico: una singola coscienza impegnata in un lavorio su se stessa, a cercare il senso della propria esperienza attraverso il linguaggio. Poi, con le parole sa farci quello che vuole, ed è di un fascino enorme. Ho una formazione da filologa e non posso che rispettare chi sa usare la lingua. Oddio, detta così suona un po’ porno…

…Del resto c’è quella pagina di Topeka School in cui l’arte linguistica, l’oratoria, è accanto al cunnilingus.

Ecco, per me quel passo è cringe totale (ride). Ma a parte questo: nella scrittura di Lerner si riflette un terrore per l’incontrollato, l’illogico, tutto deve tornare, e tutto è autoriferito. Anche Wallace aveva una testa disposta all’autoanalisi, ma si sforzava di evitare il solipsismo, aveva il terrore di rimanere chiuso in sé stesso. Lerner condivide piuttosto con lui una grandissima cura lessicale, può usare la stessa parola in luoghi diversi del libro, molto consapevolmente, e con una polisemia difficile da rendere.

È vero che in Wallace c’è sempre questa ricerca dell’empatia, dell’altro…

Che non gli veniva facile, mi sa, però ci si sforzava un sacco!

È questo sforzo secondo me che gli emuli, specie dei reportage, non hanno saputo riprodurre. Penso a testi come quello dedicato alla fiera del bestiame. Lui ha senz’altro un io invadente con un’intelligenza panoramica, ma riesce ad abitare tutti i personaggi con cui si incontra: penso alla ragazza scacchista di Una cosa divertente che non farò mai più o ai suoi commensali sulla crociera.

Mentre in Topeka School anche quando Lerner racconta la storia dall’ottica della madre o del padre ci sento tantissimo la voce sua che analizza, che spiega. Non voglio dire che è una presenza dittatoriale, ma quasi.

Per me è interessantissima questa cosa che dici dell’esigenza di spiegare sempre, di non lasciare nulla al caso.

Esatto c’è una grande esigenza che tutto torni perché se non gli tornasse avverto in lui lo smarrimento di fronte alla pulsione incontrollata, all’illogicità, al mistero.

A proposito di questo, in Topeka School anche tu hai ceduto a questa esigenza inserendo un ricco corredo di note.

Sì, perché Lerner cita molti testi non esplicitamente, testi che magari suonano familiari a un lettore anglofono e non a uno italiano. Poi ho segnalato quando si riferisce ad affari americani, leggi specifiche o eventi politici, provando a spiegare. Ho molto a cuore la questione della chiarezza. Sono un po’ didascalica, sono una “professorina” (ride), posso dirlo? Da filologa, la letteratura sono sempre stata abituata a leggerla con un ricco corredo storico-critico.

Nell’economia di un personaggio che alla fine del libro è diventato un poeta si guadagna senz’altro tridimensionalità nello scoprire che in un momento, anche adolescenziale, sta citando Melville.

Sì, anche se a dire il vero ho un po’ il timore di aver svelato troppo. In fondo, se avesse voluto avrebbe potuto mettere lui per primo delle note al testo.

Mi piace pensare alla traduzione come il passaggio da una riva all’altra con un bagaglio pesante di cui non è possibile portare tutto: le note forse aiutano ad alleviare quel tipo di sensazione.

Assolutamente! Io vivo questo costante fastidio di non poter essere fedele al 100%, quindi le note sono una pezza d’appoggio, come a dire: “Mi spiego meglio!” (ride).

E di Sally Rooney che mi dici? Anche lei viene dal mondo del debate ed è un po’ l’autrice mainstream del momento.

Domanda spinosa (ride). Premetto che ho solo tradotto due suoi racconti per Internazionale e metà di Conversazioni fra amici, la mia conoscenza è limitata! Mi sembrano normalissime storie d’amore, una protagonista innamorata di un uomo con cui non va troppo bene, vuoi perché è lo zio, vuoi perché è sposato… e ne nascono tensioni. Una lettura piacevole, ma non trovo la novità, non trovo la grandezza. Ma forse se non fosse uscita nei “Supercoralli” Einaudi la giudicherei meno severamente. Per deformazione professionale sono abituata ad attribuire uno stile alle collane editoriali, per cui nei “Supercoralli” mi aspetto, non so, i classici contemporanei, i premi Nobel. Se fosse uscita come Emma Cline per “Stile libero” mi sarei aspettata un’esordiente di talento, cosa che è. Vabbè, discorsi da nerd editoriale. Ma c’è anche un discorso generazionale, evidentemente quel tipo di sguardo sulle relazioni a una persona che ha vent’anni meno di me suona molto più autentico, sconvolgente, emozionante.

La penso come te. Però devo anche ammettere che Persone normali l’ho letto in una notte senza staccarmi.

C’è una capacità indubbia di intrattenere. Vuoi sempre vedere come vanno a finire i suoi racconti, però, per ora, quello che mi è rimasto è un po’ pochino: si tratta sempre di storie individuali e non mi si apre questo sguardo ampio sulla realtà che cerco. Ma ripeto, sarà pure una questione di età, mi sono resa conto che ho grosse difficoltà a innamorarmi di libri scritti da donne angloamericane con meno di 30 anni, non ci riesco più. Sono diventata una boomer (ride). C’è continuamente questo io, io, io: lo capisco che hai gli attacchi di panico, ti senti frustrata, piena di disagio, giri con gli psicofarmaci in tasca, ma allora perché invece di immedesimarti in quello che sei non immagini la vita, non so, di un furetto?

Ultimamente si stanno diffondendo molte esperienze di scuola di scrittura, penso alla Scuola del Libro. Riguardo i corsi di traduzione, qual è la tua opinione? Cosa si può insegnare?

Io non li tengo, non saprei da dove cominciare. So fare l’editor, valutare una traduzione, correggere dei calchi, intervenire se è troppo libera o prolissa. Non so sedermi a un tavolo con otto persone e spiegargli cosa fare con un testo da zero, a monte. Nei corsi della Scuola del Libro mi sono occupata solo di rivedere le prove degli allievi, a valle. Una buona revisione può essere molto utile per un traduttore. Io ho imparato così, con la pratica, la traduzione è un perenne apprendistato, si può sempre far notare dove è perfezionabile.

Parlando del tuo lavoro editoriale con Sur: avete messo a segno dei piccoli colpi, aggiudicandovi i diritti di Colson Whitehead, che poi ha vinto per due volte il Pulitzer, e adesso di Ragazza, donna, altro, di Bernardine Evaristo, co-vincitrice del Booker, che esce in questi giorni.

Per la collana Big Sur io e Dario dobbiamo scegliere solo 9-10 titoli l’anno, quindi cerco di essere super selettiva. Ogni libro conta, li voglio trovare veramente belli. Belli ma non troppo costosi, sennò non ce li possiamo permettere! In entrambi i casi che citi, i diritti li abbiamo comprati prima che i romanzi diventassero grandi casi editoriali. La ferrovia sotterranea è l’unico libro scelto da me che sia mai finito in classifica in Italia. Non potevo immaginare che avrebbe avuto un tale successo, ma ero una fan sfegatata di Whitehead dal 2002, quando tradussi John Henry Festival per minimum fax. L’offerta per il romanzo di Bernardine Evaristo, invece l’avevo fatta due giorni prima che vincesse il Booker, e non avevo ancora avuto risposta dall’agente. La sera della vittoria ero quasi più disperata che felice, pensavo che sarebbe arrivato un grosso editore con un’offerta dieci volte la nostra, temevo di non avere chance. Invece l’agente non ha accettato altre offerte e il libro l’ha venduto a noi, perché eravamo stati gli unici a esserci mossi prima della vittoria del premio. Io avevo le lacrime agli occhi: sono cose che succedono ogni vent’anni.

Parlando di Ragazza, donna, altro…

Secondo me ha enormi motivi di interesse, perché tramite i suoi dodici personaggi, quasi tutte donne di colore, propone una controstoria dell’ultimo secolo inglese usando punti di vista poco rappresentati nella letteratura canonica. Nutro la speranza che in futuro ci sia anche in Italia qualcuno delle seconde-terze generazioni di immigrati che possa raccontare, per dire, gli anni Novanta. L’Italia, come del resto gli altri paesi occidentali, è stata sovrarappresentata dai trentenni e dalle trentenni colti usciti dall’università, e rispetto a questo la diversità prospettica di Ragazza, donna, altro mi sembra preziosissima. Ma non sarebbe bastata chiaramente questa motivazione “sociologica” a farmene innamorare, se non fosse stata supportata da un particolare uso della lingua e da una notevole qualità letteraria. È di fatto un romanzo in versi, senza punti, che detta così sembra una cosa strampalata, sperimentale, infatti nella presentazione alla rete commerciale questo aspetto l’ho un po’ passato sotto silenzio…

E invece questa scelta rende il testo estremamente fluido e facile da leggere. Per me è stata una scoperta.

Penso sia una cosa che l’autrice ha tratto dal teatro e dalla drammaturgia, dove ha lavorato molto. Quando gli attori devono leggere in pubblico vedo che fanno sempre dei segni sul testo, se è prosa, tipo delle barrette, per indicare pause più o meno lunghe. Evaristo è come se ti guidasse, imponendo al testo un suo ritmo, una sua musica. Indica una strada diversa, nuovi scenari formali, al punto che leggendo ti viene da dire: “Non avevo mai pensato che in un romanzo si potesse fare così!”, cosa che mi fa impazzire.

In italiano c’è sempre il problema di allungarsi rispetto all’inglese, in questo caso nei versi può servire una riga in più, che cambia tutto.

Ormai mi viene istintivo mentre traduco fare attenzione al ritmo e al suono della frase italiana, nei momenti migliori entro proprio nel flow, e capisco quando sto andando troppo lunga ed è il caso di accorciare. Dario Matrone nelle sue revisioni mi ha insegnato anche a non andare dietro a ogni dettaglio: meglio essere leggermente imprecisa, piuttosto che legnosa. Una, che ne so, calendula pizzuta può diventare un mughetto (ride) se il nome botanico preciso sballa il ritmo della frase. Non mi faccio troppi scrupoli, a volte mezza parola la posso addirittura saltare.

È molto stimolante parlare con te di scrittori. Perché secondo te la figura del traduttore è tenuta poco in considerazione quando si tratta di parlare dei libri dal punto di vista critico?

È vero, non so perché. Noi a Sur i traduttori spesso li facciamo intervistare, li coinvolgiamo nelle presentazioni, dovrebbe essere una buona pratica di tutti gli editori. Forse i traduttori sono meno egocentrici degli scrittori – anche se alcuni sono anche scrittori! – e tendono meno a prendere la parola, però ne sanno un sacco, sono i migliori lettori del libro che hanno tradotto, perché per forza di cose ci si addentrano come pochi altri. Dovrebbero scrivere di più sui giornali.

Visto che hai citato la categoria degli scrittori-traduttori a me vengono in mente Edoardo Nesi (con il quale hai condiviso la traduzione di Men and Cartoons di Jonathan Lethem) e Francesco Pacifico…

Sono fra i primi che vengono in mente pure a me, Marco Rossari è un altro. Tommaso Pincio, Veronica Raimo.

Tu che hai un orecchio più allenato rinvieni in questi scrittori calchi o stilemi che derivano dall’essere traduttori? Esiste, insomma, uno stile della traduzione?

Ricordo di averlo notato leggendo L’età dell’oro di Edoardo Nesi, che aveva appena tradotto Infinite Jest: nella sua scrittura sembrava essersi sedimentato un po’ di quel romanzo così massimalista. Anche Marco Rossari me lo raccontava dopo aver tradotto Il circolo Pickwick: non riesci a non farti influenzare dopo tanto tempo passato in compagnia di una voce così caratterizzata, e non ti viene certo da scrivere un romanzo minimalista carveriano.

Il tuo nome è ancora molto legato a quello di David Foster Wallace, che qui in Italia non ha la stessa ricezione che negli Stati Uniti, dove è diviso tra dipartimenti di studi appositamente dedicati e riposizionamento critico.

Sì, in America c’è una sorta di backlash in atto nei suoi confronti, dopo quanto è uscito sulla relazione violenta, malata, che ha avuto con Mary Karr. Ci sono state letture femministe in cui è stato criticato, anche per il fatto che i suoi fan sono spesso maschi bianchi, istruiti, ambiziosi, narcisisti (però nelle due canzoni pop italiane in cui si cita Wallace, “Hipsteria” dei Cani e “Basso e batteria” dei Baustelle, a leggerlo sono donne!). A me pare difficile trovare nella sua opera delle posizioni di “mascolinità tossica”. Le Brevi interviste indagano quegli aspetti, ma non certo in maniera assolutoria o dandone la prospettiva per scontata.

C’è quel saggio di Zadie Smith su Brevi interviste a uomini schifosi che io trovo uno dei passi più illuminanti in proposito.

Sì, Zadie è una sua superfan! In Italia la cancel culture non è virulenta come negli Stati Uniti, penso ad esempio a Woody Allen, e dico vivaddio, anche se non voglio negare che esistano problemi di sessismo in Italia, figuriamoci, siamo una società tradizionalmente supermaschilista e supercattolica dove le donne continuano ad avere posizioni di subalternità in tanti settori. Ma a me sembra fuorviante giudicare l’opera sulla base della condotta privata, specie in fatto di sesso e amore, territori complessi e delicati.

A fronte di questo c’è tutta una frangia di maschi bianchi, penso a quella che si è espressa in “The Great Concavity” che ha definito Wallace un santo perché in vita non ha mai mancato di rispondere a una mail…

Santo è esagerato. Però è vero che Wallace era una persona che ti dava moltissimo retta, si interessava di tutto: ricordo che a Capri, durante le interviste, a volte finiva per essere lui quello che faceva le domande, della serie: “Ah, tu sei del manifesto… quotidiano comunista? Come sta messo il comunismo in Italia?”. Fino al 2008 non sapevo nulla della sua malattia, neanche la sospettavo, la mia lettura delle sue opere prescindeva completamente da questo aspetto. Quando si è suicidato l’ho capito, ma non ho avuto segnali prima. Fino al 2008 per me Wallace non era un depresso, forse era uno che aveva parlato molto con persone che erano state male e senz’altro aveva avuto dei periodi bui, ma mai avrei immaginato che fosse una persona che campava da decenni con gli antidepressivi. E invece dopo la morte è diventato un po’ il santo patrono dei depressi: per me è stranissimo, la sua opera l’ho sempre vista piena di vitalità, curiosità, empatia.

Io avendo conosciuto e letto Wallace dopo di te sono stato necessariamente influenzato nella lettura dalla sua vicenda biografica. Per me gli stessi momenti del reportage in crociera in cui si trova sul pontile della nave con questa tensione verso la morte sono segnati tantissimo da quella matrice là; ma sono evidentemente stagioni di lettura differenti.

Lo capisco, certo, tanti lettori l’hanno conosciuto dopo il suicidio, ma a me che l’ho letto solo fra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila l’aspetto della sua depressione era completamente sconosciuto.

Quali sono le sensazioni di quando come casa editrice indipendente cominciate un rapporto con un autore, sapendo che un gruppo editoriale più grande può in ogni momento fare offerte maggiori e appropriarsi dei diritti? È successo per Carver e DFW, da tifosa romanista non ti sembra la stessa sensazione che si prova davanti al gesto di un calciatore talentuoso con il timore che la prossima stagione si trasferirà in una squadra più blasonata?

Totalmente, è la stessa sensazione! Me la vivo molto male quando autori lanciati da realtà indipendenti cambiano editore. Lavorando nella piccola editoria quando un libro va molto bene si ha sempre paura che poi l’autore te lo sottragga qualcuno. È successo recentemente con Colson Whitehead, abbiamo lavorato bene su La ferrovia sotterranea e stavamo trattando per l’acquisto di I ragazzi della Nickel, ma è arrivata una grossa offerta di Mondadori che ci ha messi fuori gioco. I prezzi dei diritti subiscono dei rialzi vertiginosi, Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan l’ho comprato per minimum fax a 2200 euro, il romanzo successivo è arrivato a oltre 100.000: sono sempre 300 pagine uscite dalla testa della stessa persona, ok, nel frattempo ha vinto il Pulitzer, ma il valore della sua scrittura può essere cresciuto di 50 o 100 volte? Queste oscillazioni del mercato mi mandano fuori di testa, mi sembra che non ci sia un criterio. Comunque, tornando alla domanda, quando abbiamo perso Colson ci sono rimasta proprio male. Quando quest’estate Smalling è tornato a Manchester mi è sembrato di rivivere la stessa cosa, poi è tornato ed è stato bellissimo, ma se penso a Benatia, a Pjanic, a tutti i giocatori passati dalla Roma alla Juve, per me è identico, è la stessa esperienza, un dolore che la metà basta. (E oltretutto, mi ricorda Marco Cassini, a differenza che nel calciomercato, quando un autore se ne va la tua squadra non fa plusvalenza!)

 

Commenti
2 Commenti a “Il piano quinquennale di Martina Testa: intervista alla traduttrice e editor di Sur, in occasione dell’uscita di Ragazza, donna, altro”
  1. EP ha detto:

    Che bella intervista. Di lei ricordo – fra i tanti libri tradotti – la traduzione del bravissimo Thom Jones (specie Il pugile a riposo – Voglio vivere!).

  2. davide ha detto:

    Una bellissima intervista. Molto interessante conoscere ciò che sta dietro la vicenda dei diritti di un’opera. Grazie.

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