Americana/5: Paul Beatty

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È in libreria per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea: in questa rubrica settimanale Luca Briasco ci racconta i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per il libro. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Paul Beatty, Lo schiavista

Nato nel 1962, coetaneo di David Foster Wallace e di Jennifer Egan; poeta prestato alla narrativa, cui aveva già regalato tre libri di notevole livello (uno solo dei quali tradotto in italiano), Paul Beatty è andato sempre più consolidandosi, nel corso degli anni e insieme a Colson Whitehead e John Edgar Wideman, come una delle voci più originali e convincenti della letteratura afroamericana contemporanea. Con il suo quarto romanzo, Lo schiavista, proposto, come già Slumberland, da Fazi Editore, nella traduzione davvero eccellente di Silvia Castoldi, ha ottenuto una vera e propria consacrazione, conseguendo il prestigioso National Book Critics Circle Award e soprattutto aggiudicandosi il Man Booker Prize. A questa messe di premi si è aggiunto, lo scorso ottobre, il National Book Award conquistato da Colson Whitehead con il suo ultimo romanzo, The Underground Railroad: una straordinaria coincidenza che impone, probabilmente, una riflessione di carattere più generale.

La produzione di Beatty e di Whitehead – cui non sarebbe sbagliato aggiungere quella di un altro autore dalla forte vocazione sperimentale e dal grande eclettismo come Percival Everett – rappresenta l’esempio forse più luminoso della strada che la letteratura afroamericana ha saputo percorrere negli ultimi anni, liberandosi dall’obbligo del realismo e della denuncia sociale che ne aveva fortemente limitato lo spettro d’azione, senza peraltro rinunciare a parlare delle questioni razziali e più in generale delle disuguaglianze che attanagliano un’America sempre più lontana dal suo sogno.

La parabola creativa dei due autori è peraltro profondamente differente: se infatti Whitehead si colloca a pieno diritto all’interno di una linea narrativa che fa del gioco con i generi letterari – dal giallo all’horror metafisico, dalla fantascienza alla storia alternativa – il proprio tratto distintivo, e che ha in Jonathan Lethem e in Michael Chabon altri due esponenti di punta, Beatty – memore della sua formazione di poeta – preferisce ricorrere alle armi della satira, del gioco linguistico, del pastiche, toccando punte di sfrenata e devastante comicità.

Mentre in Slumberland buona parte della trama si svolgeva in Europa, per la precisione a Berlino negli anni della caduta del muro, il setting de Lo schiavista è Dickens: una minuscola cittadina della Los Angeles Area fondata nel secondo ottocento come comunità agricola, per poi trasformarsi in un ghetto per neri e finire cancellata dalla gentrification. Ed è proprio per ribellarsi contro l’obliterazione della città in cui è nato che il protagonista, Bonbon Me – già segnato dall’uccisione del padre sociologo da parte della polizia – comincia la sua personale guerra contro il governo degli Stati Uniti: prima ridisegnando i confini di Dickens con la vernice bianca; poi cercando di reintrodurre la segregazione razziale – in fondo, non c’è niente di meglio dell’apartheid per restaurare un senso di comunità tra gli afroamericani –, e ficcandosi così nel gigantesco pasticcio che lo porterà davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti (dove lo troviamo nel lungo, esilarante prologo del romanzo).

BonBon Me è un personaggio sui generis: se tenta di farsi strada nella vita non è nel nome di un desiderio di autoaffermazione razziale, ma tutt’al più assecondando la “frenesia edipica di compiacere il padre”. Il suo rapporto con l’identità afroamericana viene formulato con la massima chiarezza in uno dei primi capitoli de Lo schiavista:

“Ora, se dipendesse solo da me, non potrebbe importarmene di meno di essere nero. A tutt’oggi quando mi arriva per posta il modulo dell’anagrafe, sotto la voce «RAZZA» barro la casella «ALTRO» e nello spazio accanto scrivo orgogliosamente «CALIFORNIANO». Naturalmente due mesi dopo un impiegato dell’anagrafe si presenta a casa mia, mi dà un’occhiata e dice: «Razza di sporco negro. In quanto nero, cos’hai da dire a tua discolpa?». E in quanto nero, non ho mai niente da dire a mia discolpa. Quindi ho bisogno di un motto: se lo avessimo, alzerei il pugno, lo griderei forte e sbatterei la porta in faccia al governo. Ma non ce l’abbiamo. Perciò borbotto: «Mi scusi», e scarabocchio le mie iniziali accanto alla casella con la scritta «NERO, AFROAMERICANO, VIGLIACCO».”

Questo improbabile antieroe si fa portatore di un progetto paradossale, di una sorta di antiutopia che pure ha una sua ragione profonda. Nel decimo capitolo de Lo schiavista, BonBon mette in scena, sull’autobus guidato dall’ex amore della sua vita, Marpessa, la versione invertita di “quel giorno d’inverno nello Stato segregazionista dell’Alabama”, in cui Rosa Parks si rifiutò di cedere il posto sull’autobus a un bianco. Incolla sotto i finestrini cartelli a caratteri bianchi e azzurri: “Posti riservati agli anziani, ai disabili e ai bianchi”.

Passati in rassegna i mille episodi che, nel corso del Novecento, hanno fatto di Los Angeles l’epitome del razzismo americano (dall’internamento di massa dei nippoamericani, evocato recentemente da James Ellroy in Perfidia, agli urban riots del 1992, seguiti al brutale pestaggio di Rodney King da parte della polizia), BonBon chiarisce la sua visione della storia degli Stati Uniti: l’integrazione etnica – come del resto quella sociale – si è rivelata un autentico fallimento, e agli afroamericani non resta che l’autoghettizzazione come scelta e paradossale diritto.

In un paese sconvolto da una recrudescenza del conflitto razziale già in corso quando Lo schiavista è stato scritto, e che diventa ogni giorno più evidente, Beatty torna a sfruttare, con maturità ormai piena, le armi e le tecniche di racconto a lui più congeniali, fondendo la tradizione umoristica afroamericana e quella satirica che da Twain approda fino a Saunders, passando per due maestri riconosciuti come Joseph Heller e Kurt Vonnegut, ai quali l’autore ha reso un esplicito omaggio nell’intervista rilasciata recentemente ad Antonio Monda, e pubblicata su Repubblica: “Heller è per me una specie di padre spirituale, in grado di vedere cose che non ti accorgi di stare vedendo. Vonnegut è un grande umanista, e spero di avere imparato da lui l’afflato nei confronti di ogni persona. Così come l’eclettismo nei gusti: tra i miei libri preferiti ci sono Il diario di Anna Frank e Maus di Art Spiegelman”.

Da queste dichiarazioni traspare in modo evidente la ricchezza e la varietà dei richiami letterari di cui è intessuto il romanzo. Se il debito verso Comma 22 è pervasivo, ed emerge con chiarezza nelle premesse stesse del libro e nel paradosso che induce il protagonista a resuscitare l’apartheid trasformandolo in un’arma e in un’occasione di rivalsa, ancor più potente appare l’influsso di Vonnegut, con il quale Beatty condivide un pessimismo lucido e carico di empatia, come anche la capacità di sintetizzare in un unico impasto i geni della grande satira swiftiana e i materiali a volte grossolani della cultura popolare.

Lo schiavista non è un romanzo facile, né per tutti i gusti. La complessità dell’edificio narrativo costruito da Beatty, la ricchezza di riferimenti storici e culturali, che a tratti rischia di sovraccaricare il racconto e rallentare la trama, la potente stratificazione di una lingua nella quale convergono voci e tradizioni a lungo considerate incompatibili, impongono – tanto più al lettore italiano – una fruizione attenta e partecipe.

Se però non ci si lascia scoraggiare dall’eccesso e dalla densità a tratti quasi insostenibile che stanno al centro della poetica di Beatty, si finisce, di pagina in pagina, per farsi travolgere dal ritmo incantatorio di una prosa scintillante, che sa illuminare, con leggerezza profonda, i contrasti e gli abissi di una società in declino.

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