Diario di un editore di fumetti #1

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Pubblichiamo il primo pezzo di una serie a cura di Maurizio Cotrona, testimonianza personale di un progetto che intende produrre editoria a fumetti a Taranto: un viaggio tra ambizioni e difficoltà.

 

4 agosto 2020

Fare editoria. A fumetti.

L’idea sta rimbalzando qui e lì da cinque o sei mesi, ma è diventata più concreta verso la metà del giugno 2020, per cui, anche a considerare il punto di partenza meno remoto, questo diario è in ritardo di una cinquantina di giorni e mi tocca  già inseguire.

La posizione di inseguitore non mi pare tanto comoda, credo che proverò a scrollarmela di dosso concentrandomi sulle cose più vicine e recuperando le altre solo quando le parole che troverò sulla strada mi costringeranno a farlo. Se incontrò dei buchi da riempire, ci metterò un “omega”, per ricordami di riempirli, prima o poi. Eccolo l’omega: Ω.

Siamo in tre, a voler fare fumetti. Antonio è l’editore vero e proprio. Ci mette soldi, struttura e dirigentevolezza (sono troppo stanco per opporre resistenze estetiche di qualsiasi tipo, se mi va di coniare una parola, lo faccio). “Io sono quello che, alla fine, piange”, ama dire.

Gian Marco è il nostro (unico) uomo del settore: disegnatore di valore, è riuscito nell’impresa di mettere in piedi una scuola di fumetto economicamente sostenibile, in Puglia. La sua creatura si chiama “Grafite” e lui ne va, giustamente, molto fiero. (Pregiudizio: deve imparare a mollare un po’ di più gli ormeggi, perché la scuola è un’istituzione, dove le parole d’ordine sono solidità, serietà, affidabilità. L’editoria, oggi come oggi, è una sfida e bisogna trovare dentro di sé la sfrontatezza di reclamare uno spazio in un posto in cui gli spazi sembrano esauriti. Si deve trasmettere un’idea di diversità, di coraggio, di autenticità.)

Ci chiamiamo “Ottocervo”, spiegare perché sarebbe già una forma di inseguimento, per cui: 1. Domani, alle 17:00, abbiamo una riunione, nella libreria di Antonio. Questo vuol dire che ho trascorso gli ultimi due giorni concentrato nello sforzo di essere un padre/marito/organizzatore familiare perfetto, affinché mia moglie non potesse scovare alcun pretesto per innervosirsi/stancarsi e, di conseguenza, negarmi il permesso di partecipare alla riunione, o consentirmi da farlo in una disposizione piscologica non perfettamente serena. Non ho bisogno del suo permesso, certo,ma lei dispone di mille strumenti per rendermi la vita difficile, arsenale di cui non ha l’abitudine di abusare, ultimamente, e gliene sono grato. È una faccenda importante per me, Ottocervo, così importante che devo stare attento a non darlo troppo a vedere. Gian Marco e Antonio cominciano a sospettarlo e già mi sento più fragile.

Perché è così importante? Credo che sia la mia vecchia cara paura del vuoto.

In pieno lockdown ho scoperto che il lavoro, la moglie, i bambini (ho tre figli), i romanzi (io scrivo romanzi) e la terza età dei miei genitori non bastavano a riempire il buco che mi si apre, talvolta, nella pancia, un buco che crea una specie di calo di pressione interna che mi affloscia le guance, mi piega la schiena e mi spegne gli occhi, e che fa dire alle persone che mi amano (mia moglie): perché non vai a fare una passeggiata? E a quelle che non mi amano: che ora si è fatta?

Se mi guardo allo specchio, nei giorni di bassa pressione, il mio aspetto è proprio quello di una persona “bucata”e i fumetti, questo è il punto, sono un ottimo tappabuchi. (Anche se, detta così, suona proprio male: mi dovrò impegnare a spiegarla meglio, 2).

1. Mi sono impegnato più dei miei compagni d’avventura nella ricerca del nome dell’editore, c’è da dirlo. Ho proposto almeno un centinaio di alternative, perlopiù spazzatura, contro le due o tre pro-capite avanzate dai due. Ecco un estratto del meglio della mia spazzatura: MilkInk, InkMilk, Lac (mi ero fissato con l’idea del latte), Beta Flash, KTP, Ettidico, Legnoverde.

Ottocervo mi è capitato davanti agli occhi mentre rileggevo “Capire il fumetto”, di Scott McCloud, il quale, nel primo capitolo, si mette alla caccia di antenati del fumetto nella storia dell’arte. Uno di questi antenati, è il codice Zouche-Nuttall, del XIV secolo dopo Cristo, manoscritto illustrato che racconta l’epopea di Otto Cervo, detto anche Artiglio di Giaguaro, eroe della civiltà Mixteca. Prendere questo nome, è un modo di rendere omaggio a un mezzo che possiede due caratteristiche peculiari: l’universalità, già compresa da artisti di ogni epoca; l’agilità necessaria per  sbilanciarsi in avanti, anticipando immaginari del prossimo futuro.

Ecco il nostro eroe (è quello con il copricapo-giaguaro):

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La testa di cervo con la coda di otto pallini, nell’angolo in alto a destra (che tanto ispirerà Gian Marco nell’ideazione del nostro logo), rappresenta la scritta “Otto Cervo”, nell’alfabeto pre-fonetico Mixteco. In questa immagine Otto Cervo affronta “Quattro Cane”, come leggiamo ai piedi del suo nemico. I Mixtechi  leggevano da destra a sinistra, dal basso in alto.

Il nome “Ottocervo” era finito nella spazzatura, in mezzo agli altri, ed era passato inspiegabilmente inosservato, finché non ho avuto modo di illustrarne l’origine ai miei compagni, durante una riunione di inizio luglio, e il battesimo  è stato celebrato  lì per lì, su due piedi.

Commenti
5 Commenti a “Diario di un editore di fumetti #1”
  1. marcella ha detto:

    Un ragazza bucata vi segue… ; (

  2. Maurizio ha detto:

    I bucati sono i nostri preferiti, Marcella!

  3. betta m. ha detto:

    bello, un racconto personale che mi ha coinvolta. grazie

  4. Nino ha detto:

    Faccio l’editore di fumetti da 10 anni e da 20 lavoro nel mondo dell’editoria a fumetti. Tanti auguri ad Ottocervo e a voi! Vi sosterrò di sicuro!

  5. Maurizio ha detto:

    Abbiamo bisogno di tutto il sostegno possibile, Nino!

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